Paradise papers, il loro paradiso è il nostro inferno

In un’Europa in cui i grandi capitali scelgono dove pagare le imposte, i governi compensano le perdite con il taglio della spesa pubblica o l’aumento delle tasse sui consumi.
scritto da Matteo Angeli

C’è del marcio in Europa.
Le rivelazioni sui Paradise papers sono solo l’ultimo in ordine di tempo di una serie di scandali che hanno portato alla luce una rete globale di pratiche di elusione fiscale.
Un Robin Hood al contrario, che toglie ai cittadini per dare a paperoni e multinazionali. Una piovra che strangola bilanci statali e welfare.

Il gioco sporco dei paradisi fiscali è noto: per convincere investitori e imprese a stabilirsi presso di loro, concedono a questi soggetti di pagare imposte irrisorie. Si tratta di una forma di concorrenza tra stati a livello di tasse, con determinate persone e società che riescono, in tutta legalità, a utilizzare strutture societarie e contrattuali per spostate i loro redditi da un paese ad alta fiscalità a uno a bassa fiscalità e così pagare meno tasse.

Vere isole del tesoro, dove regna lo “ius soldi”. Un “paradiso a portata di mano”, più vicino di quel che si creda. Altro che Panama e Cayman, altro che Svizzera!

Irlanda, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Lussemburgo, Cipro, Malta: gli stati membri dell’Unione europea non scherzano in fatto di concorrenza fiscale aggressiva.

Ci sono, innanzitutto, gli accordi fiscali preferenziali, ovvero quelle intese tra stati e multinazionali con cui uno stato, per assicurarsi la presenza di una data azienda sul suo territorio, le permette di pagare un importo insignificante, decisamente più basso di quello pagato dalle altre imprese.

La fabbrica di Apple a Cork, in Irlanda

Il caso di Apple in Irlanda è emblematico: nel 2014, Dublino ha concesso all’azienda statunitense un’imposizione dello 0,005 per cento. Anche sull’onda dello sdegno popolare provocato dai vari Luxleaks, Swissleaks, Panama papers, e via dicendo, la Commissione europea ha intimato al governo irlandese di recuperare le tasse non pagate da Apple per gli anni compresi tra il 2003 e il 2013, riconoscendo che il tipo di tassazione selettiva riservato ad Apple infrange le regole europee sugli aiuti di stato, in quanto concede ad Apple un vantaggio considerevole rispetto alle altre aziende, soggette alla normale tassazione.

La stessa sorte è toccata a Starbucks e Fiat, che avevano potuto beneficiare di accordi fiscali preferenziali concessi da Olanda e Lussemburgo.

Ci sono, poi, i “trucchetti”, che permettono, in tutta legalità, di spostare i profitti da un paese ad alta tassazione a un paradiso fiscale. Google offre un esempio calzante. Ha una sede in Irlanda, controllata da una sede olandese, che fa a sua volta riferimento a un “quartier generale” nelle Bermuda, noto paradiso fiscale.

La legge irlandese tassa i trasferimenti verso i paradisi fiscali. Allora Google trasferisce i suoi utili prima in Olanda, perché le regole irlandesi permettono a un’azienda di pagare le tasse nello stato da cui è controllata e, soprattutto, perché i trasferimenti tra due stati membri Ue non sono tassati.

Da qui, li sposta nelle Bermuda, approfittando delle leggi olandesi, che non tassano il trasferimento all’estero. Un giro dell’oca che, però, costa pochissimo: alle Bermuda arriva, infatti, circa il 99,8 per cento dei soldi che erano partiti dall’Irlanda.

Il quartier generale di Google, a Dublino

Facebook non è da meno: è riuscito a spostare le imposte prodotte in Italia alla casa madre irlandese (Facebook Ireland Limited), dove l’aliquota è del 12,5 per cento. Con questo stratagemma, la multinazionale di Mark Zuckerberg è riuscita a versare allo stato italiano solo lo 0,11 per cento dei ricavi reali. In tutta legalità, dato che l’Italia non si è ancora dotata di una misura appropriata per contrastare questa forma di spostamento dei ricavi.

In ogni caso, i paradisi fiscali sono solo la punta dell’iceberg di una gara al ribasso che coinvolge più o meno tutti gli stati. Con conseguenze disastrose sui bilanci pubblici: tra i paesi del G20, ad esempio, l’aliquota sui redditi d’impresa è scesa dal 40 per cento di venti anni fa a meno del 30 per cento di oggi (in Italia è del 31,4 per cento).

Senza contare quei paesi, anche in Europa, dove è molto più bassa, come Irlanda (12,5 per cento), Cipro (12,5 per cento) e Regno Unito (20 per cento), dove i promotori della Brexit promettono addirittura un’altra riduzione.

Secondo i calcoli di Oxfam, l’elusione fiscale delle multinazionali costa ai paesi più poveri almeno cento miliardi di dollari ogni anno. Una cifra sufficiente a mandare a scuola centoventiquattro milioni di ragazzi e a coprire le spese sanitarie per salvare la vita di sei milioni di bambini.

L’ammanco erariale riconducibile a pratiche di abuso fiscale (evasione ed elusione) da parte delle multinazionali non è da meno in Europa e negli Stati Uniti, dove si parla, rispettivamente, di settantasei e centotrentacinque miliardi di dollari all’anno.

Non sono spiccioli. Sono risorse, che se effettivamente versate, permetterebbero di evitare i tagli alla spesa pubblica o gli aumenti delle tasse sui consumi, come l’iva.

Sull’onda dei vari “leaks” e “papers”, il Parlamento europeo ha fatto della lotta a evasione ed elusione una priorità di questa legislatura. Ha portato a casa l’eliminazione del segreto bancario e molti progetti sono ancora in cantiere, con diversi stati di avanzamento.

È un’operazione trasparenza quella che sta portando avanti l’eurocamera, nella convinzione che chi froda il fisco sia come un vampiro, che vive e prolifera nel buio della segretezza.

Ecco perché Strasburgo ha chiesto che le multinazionali siano costrette a “rendicontare paese per paese”, ovvero a rendere pubblica una relazione in cui evidenziano, paese per paese (in Europa e fuori), le loro attività (fatturato, numero di lavoratori…) e le tasse che pagano.

Per dirla tutta, però, il testo approvato dagli europarlamentari prima della pausa estiva è stato, purtroppo, indebolito dall’intervento di liberali, popolari e conservatori, che sono riusciti a limitare l’obbligo di pubblicazione dei dati solo alle aziende con più di settecentocinquanta milioni di fatturato. Una soglia molto (troppo?) alta, con il risultato che la norma toccherà meno del 10 per cento delle grandi corporation.

Don Chisciotte contro i mulini a vento? Ni. La rendicontazione paese per paese e le altre misure per favorire una maggiore trasparenza rappresentano sicuramente un cambio di marcia nella lotta all’elusione.

Quello che manca, nella strategia verso un’armonizzazione fiscale dell’Ue, è, invece, un cambio di paradigma.

Come fa notare l’economista francese Thomas Piketty, noto per i suoi lavori sui temi delle diseguaglianze di reddito e benessere:

Se quattro paesi, Francia, Germania, Italia e Spagna, che insieme raggruppano più del 75 per cento del Pil e della popolazione della zona euro, proponessero un nuovo trattato fondato sulla democrazia e sulla giustizia fiscale, con una misura forte come un’imposta comune sulle grandi società, allora gli altri paesi sarebbero obbligati a seguire.

L’alternativa quindi esiste, perlomeno sulla carta, ma, a causa delle divisioni politiche che dominano in seno all’Ue, continuiamo a essere alla mercé degli interessi privati.

E di staterelli come Lussemburgo, Irlanda e Malta, vere e proprie volpi a guardia del pollaio.

Paradise papers, il loro paradiso è il nostro inferno ultima modifica: 2017-11-21T13:35:03+02:00 da Matteo Angeli

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