Nord Stream 2, il gasdotto della discordia

La Germania lo vuole fortemente, mentre l’approccio dell’Europa orientale e sudorientale è ambivalente
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

L’ultimo affondo è arrivato venerdì scorso dal presidente del consiglio europeo. In una lettera inviata agli stati membri della Ue, Donald Tusk ha chiesto la “rapida estensione” delle norme continentali che regolano importazione e distribuzione del gas anche a una pipeline, Nord Stream 2, non ancora in funzione.

L’allarme di Tusk, condiviso dalla commissione e da alcuni paesi membri, rischia di riacutizzare il nervosismo europeo su un fronte delicato come quello dei rapporti politici ed energetici con la Russia e il ruolo trainante che in essi svolge la Germania.

Apprensioni simili si erano avute nel 2005. E anche allora era stata la Polonia ha sollevare l’attenzione su un progetto energetico dal nome identico, Nord Stream, a quello messo in discussione oggi. Effettivamente tra i due gasdotti esistono delle coincidenze.

Donald Tusk

Come il suo predecessore, anche Nord Stream 2 vuole trasportare direttamente in Germania il gas estratto da giacimenti siberiani. Identica la capacità annuale, cinquantacinque miliardi di metri cubi di idrocarburi, che i due gasdotti possono convogliare sul mercato tedesco.

Come nel caso di Nord Stream 1, anche Nord Stream 2, per evitare di attraversare paesi terzi, territori di stati le cui turbolenze politiche potrebbero scaricarsi sulla sicurezza degli approvvigionamenti, utilizzerà le acque del mar Baltico. Mosca teme il ripetersi di quanto avvenuto nel 2004 e nel 2009 quando i contrasti con Kiev avevano bloccato i flussi di oro azzurro russo verso l’Europa.

Anche Berlino vede in Nord Stream 2 solo uno strumento capace di assicurare certezze nei rifornimenti di gas. Alla base delle riflessioni tedesche vi sono alcune cifre. Entro dieci anni la domanda nazionale di gas, passando dagli attuali 91,5 miliardi di metri cubi agli 86,3 del 2026 calerà del nove per cento.

Le estrazioni locali invece si dimezzeranno scendendo dagli 8,8 miliardi di metri cubi di oggi ai prossimi 3,8 miliardi. Tutto questo avverrà a parità di importazioni, 81,9 miliardi di metri cubi l’anno. Situazione simile anche per l’Ue, che, a costanza di importazioni, 170 miliardi metri cubi l’anno fino al 2035, dovrà fare i conti col rapido calo, a partire dal 2023, delle estrazioni norvegesi.

In questa situazione la Russia, visti i crescenti rapporti storici col vecchio continente, è il partner preferito dalle imprese. In questo caso però gli argomenti razionali sono insufficienti. Come era avvenuto con Nord Stream 1 nel 2005, il nuovo progetto energetico ridà fiato ai fantasmi di un asse speciale tra Mosca e Berlino.

Un incubo storico, questo, soprattutto per la parte orientale dell’Ue. Qui i timori di perdere la propria sicurezza energetica si saldano all’ossessione che la rinascita della cooperazione russo-tedesca superi gli idrocarburi per tracimare in accordi di politica estera ed europea.

Non è servito a nulla vedere che dopo l’entrata in funzione delle due condutture, novembre 2011 e ottobre 2012, Nord Stream 1 abbia funzionato senza creare problemi. E che l’asse politico Mosca-Berlino non sia mai nato, al contrario.

Ciò non vuole però dire che queste preoccupazioni siano completamente campate in aria. Innanzitutto se Nord Stream 2 entrerà in funzione raddoppierà il volume di gas, da 55 a 110 miliardi di metri cubi l’anno, che Mosca invierà direttamente a Berlino.

Il tracciato di Nord Stream 1

Esistono poi differenze tra i due gasdotti che, indipendentemente dal comportamento tedesco, giustificano gli affanni orientali. Innanzitutto quelle giuridiche. Nord Stream 1 nasce come un consorzio internazionale SpA, formato dalla russa Gazprom, 51 per cento, le tedesche, E.On e Basf entrambe al 15,5 per cento, l’olandese Gazunie e la francese Edf, entrambe col nove per cento a testa delle azioni.

Nord Stream 2 è composto invece dalla sola Gazprom. È vero che a questo risultato si è giunti dopo che nell’agosto 2016 le obiezioni dell’autorità antitrust polacca hanno spinto le aziende tedesche, Uniper e Basf, l’austriaca Omv, la francese Engie e l’olandese Shell, detentrici ognuna del dieci per cento delle azioni, ad abbandonare il progetto. Compagni che nella partecipando al progetto non vedevano grandi rischi.

Infatti la determinazione fatta da Gazprom dei maggiori parametri dell’impresa, capacità di transito e interessi, aveva reso prevedibili profitti e ammortamenti. Condizioni queste stimolanti anche per finanziatori. La partecipazione di aziende europee al consorzio avrebbe inoltre dato maggior trasparenza all’impresa e al suo controllo. Se invece il tutto resterà anche in futuro nelle mani di Gazprom, Nord Stream 2, sarebbe il primo collegamento russo diretto al mercato europeo controllato esclusivamente da una azienda di Mosca.

Un’altra differenza importante e che ufficialmente la politica era rimasta fuori da Nord Stream 1. Nonostante una dichiarazione d’intenti tra Russia e Germania sponsorizzata da Gerhard Schröder e Vladimir Putin aveva dato il via, nel 2005 all’operazione, tra i due paesi non vi erano stati accordi intergovernativi.

Vladimir Putin e Gerhard Schröder

Il processo di pianificazione e costruzione del gasdotto si era svolto nelle cornici della convenzione dell’Onu sul diritto del mare, Unclos, e alla convenzione di Espoo.

Ora invece Bruxelles, andando incontro ai timori dei paesi orientali, ha chiesto che la realizzazione di Nord Stream 2 avvenga dentro le cornici giuridiche previste dal terzo pacchetto energetico del mercato interno.

Decisa dal parlamento europeo nel 2009 la norma è alla base del concetto di Unione energetica europea e prevede l’impossibilità per un singolo operatore di essere contemporaneamente produttore, importatore e distributore di gas. L’osservanza della norma dipende però dalle agenzie degli stati nazionali, Bruxelles può dare solo un parere non vincolante.

Uno status che ha permesso al socialdemocratico tedesco Sigmar Gabriel, in una visita a Mosca compiuta nell’ottobre 2015 da ministro dell’economia, di dichiarare che la Germania in questo settore si terrà le proprie competenze. Parole che diversi osservatori hanno interpretato come un rifiuto dell’Unione energetica.

Sigmar Gabriel

Nel 2014, nel pieno dello scontro con Kiev, Mosca ha chiaramente detto di volere rotte alternative capaci di azzerare o diminuire il volume del proprio gas che passa dai gasdotti ucraini. La politicizzazione di Nord Stream 2, non è però dovuta a questo ma al fatto che col gasdotto il Cremlino realizza contemporaneamente tre obiettivi.

Innanzitutto quello economico, trovare alternativi al mercato interno russo dai prezzi poco remunerativi. Poi quello politico, mostrare che nonostante le sanzioni la Russia non è un paese isolato. Infine quello politico ed economico insieme, bypassare un paese problematico come l’Ucraina. Se Mosca è compatta nelle proprie rivendicazioni i paesi Ue toccati da Nord Stream 2, Germania e stati dell’Europa orientale, sono invece privi di strategia comune.

Berlino vede Nord Stream 2 esclusivamente dal punto di vista della sicurezza dei rifornimenti energetici. Inutile dire che dal punto di vista energetico, le esperienze russo-tedesche sono assolutamente positive. Dal febbraio 1970, data dell’accordo “gas contro tubi” tra Rft e Urss, questi rapporti sono sempre andati a gonfie vele.

Vale la pena notare che il primo passo in questa direzione è stato fatto nel dicembre 1969 nella rappresentanza commerciale sovietica di Roma. Da allora i rapporti est-ovest sul gas non solo sono filati lisci nonostante guerra fredda e crisi politiche ma hanno “gasato” la politica della distensione.

Contesti positivi ricordati da Putin e Schröder al momento di Nord Stream 1, e ribaditi dall’ex cancelliere tedesco per spingere Nord Stream 2. È un fatto che con i due gasdotti i mercati degli idrocarburi tedesco ed europeo potranno godere di collegamenti diretti ai grandi giacimenti russi della Siberia occidentale e della penisola di Jamal. Pozzi che avendo a disposizione capacità di cento miliardi di metri cubi di gas escludono possibilità di impasse fisici per i rifornimenti continentali.

L’approccio dell’Europa orientale e sudorientale alla realtà di un’altra pipeline russo-tedesca è invece più ambivalente. Bulgaria, Repubblica ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Ungheria dipendono in forte misura dal gas russo, ricevuto quasi esclusivamente dai gasdotti ucraini, per cui pagano prezzi molto alti. Una gabbia dovuta non solo al fatto che un unico operatore energetico, Gazprom, possieda quote di mercato tra il cinquanta per cento al cento per cento del totale, ma anche alle poche interconnessioni esistenti tra i gasdotti locali e al debole sviluppo della concorrenza del mercato interno.

Ciononostante questi paesi chiedono con veemenza la diversificazione dei rifornimenti, accusano la posizione di potere dell’azienda russa e attaccano quelli che ritengono i legami di politica energetica esistenti tra Russia e Germania. Ora Nord Stream 2 non solo trascura i rifornimenti ai paesi dell’Europa sud orientale ma convogliando, attraverso il Baltico, grandi quantità di idrocarburi verso il nordovest del continente, diminuisce lo status di questi paesi come luoghi di transito.

In blu i potenziali tracciati di Nord Stream 2

Dal nuovo progetto energetico russo-tedesco l’Europa orientale e sudorientale e l’Ucraina, che con Nord Stream 2 Gazprom riuscirà a sfruttare la propria posizione dominante in modo ancora più puntuale e preciso, concludono di essere state abbandonati al proprio destino.

A questo scenario occorre aggiungere che il progetto Nord Stream si presenta nel contesto della crisi ucraina e del sostegno dato da Mosca a tutti i movimenti politici che mettono in discussione l’integrazione europea.

È soprattutto la strategia di unione energetica continentale, concetto diventato non a caso prioritario dopo il passaggio della Crimea alla Russia, a rendere Nord Stream 2 fattore potenziale di divisione politica tra i paesi Ue.

La crepa principale sta nelle differenti valutazioni che Germania e paesi dell’Europa orientale, innanzitutto la Polonia, danno alla politica energetica europea e al ruolo svolto in essa da Gazprom. Se Berlino intende lasciare al mercato e ai propri imprenditori privati la questione della sicurezza degli approvvigionamenti, Varsavia si muove nel solco della rinazionalizzazione di gran parte delle proprie politiche.

Se la Germania vede in Gazprom un attore affidabile ed economicamente razionale con cui negli anni è cresciuto un rapporto di interdipendenza, per l’altra parte dell’Europa, e per Bruxelles, il colosso russo del gas è uno strumento geopolitico del Cremlino.

Considerazioni simili erano state fatte anche alla nascita di Nord Stream 1. Ora non solo l’ipotesi di Nord Stream 2 riporta alla luce del sole quel nervosismo, ma l’intervento russo in Crimea alla “guerra del gas” ha aggiunto una dimensione militare minacciosa soprattutto per Polonia e Stati baltici. Le armi di questi paesi per ora si limitano ad ampliare i propri rifornimenti energetici. Passi compiuti con l’aiuto di Bruxelles ma anche di Washington.

La prima fase di questa reazione si è avuta in Lituania con la costruzione nel 2014 del terminal portuale di Klaipeda. Sito adatto a ricevere carichi navali di gas naturale liquefatto, Lng, e dotato di impianti in grado di riportarlo allo stato gassoso. Lo stesso è successo in Polonia nel 2015 con l’attracco nel porto di Swinouscie di una petroliera gigantesca, la Al Nuaman. Il cargo lungo 315 trasportava 122mila tonnellate di Lng proveniente dal Qatar.

Come in Lituania, anche la costruzione del terminal polacco avvenuta con i fondi europei aveva lo scopo di sostituire al gas di Mosca Lng proveniente da ogni parte del mondo.

Donald Trump

Una strategia che ha fatto drizzare le orecchie a Donald Trump. Lo scorso luglio a Varsavia il presidente Usa ha messo il proprio paese al fianco di tutti coloro che “non vogliono dipendere da un solo offerente” di idrocarburi. Potrebbe trattarsi di una manna per gli americani che hanno rivoluzionato il mercato degli idrocarburi grazie all’estrazione di gas e petrolio di scisto.

E se l’attuale amministrazione Usa pensa soprattutto all’economia, altri a Washington non trascurano la politica. Commerciando Lng con gli europei, gli States hanno “una forte leva per condizionare Mosca”.

È il parere di John Hannah del Think tank neo conservatore Foundation for Defence of Democracy. Stessa la linea dell’opposizione democratica. A luglio il congresso ha deciso una nuova legge sanzioni per le aziende europee che fanno affari con gli idrocarburi russi al di là di Nord Stream 2.

Uno schiaffo dato, apparentemente, alla cieca che però ha fatto male a tutti.

Nord Stream 2, il gasdotto della discordia ultima modifica: 2017-11-22T11:02:05+00:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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