Coltivare Venezia

Ripristinare la capacità immaginativa della città. Dove esiste una rete spontanea di iniziative e di incontri. Una progettualità individuale spesso ostacolata
scritto da Monica Calcagno

Venezia è da smontare? All’articolo di Busacca e Rubini rispondono alcuni commenti che guardano al “discorso su Venezia” a partire proprio da questa amara riflessione. Il primo di Monica Calcagno: come ripristinare una capacità immaginativa non sulla città, ma della città? Buona lettura.

L’idea di smontare Venezia è attraente. Risponde alla frustrazione di certe giornate in cui la città sembra avviata verso una condizione di inevitabile decadimento. Ma l’idea di accelerare il processo produce un piacere misto a frustrazione, la stessa che si avverte ogniqualvolta si respira il malumore della città. Turisti che si lamentano per i servizi scadenti, abitanti che si lamentano per i turisti invadenti, plotoni di commuter (più banalmente pendolari) che si spostano in massa e tutto il corredo delle tradizionali polemiche sul futuro del centro storico.

Rispondere alla provocazione di Maurizio Busacca e Lucio Rubini non è semplice perché pone di fronte a una pericolosa deriva retorica che ci porterebbe verso il più classico dei repertori su Venezia. Proviamo invece a riflettere razionalmente e a vedere se l’ipotesi di smontare Venezia è convincente e risolutiva.  Due sono le riflessioni da fare.

La prima è che l’approccio dominante nella gestione della polis, a Venezia come altrove oggi in Italia, si ispira a un’idea di resistenza, riduzione di impatto, contenimento. I titoli dei giornali evocano l’immagine di una città e che sopravvive, reagendo a fenomeni che sfuggono al suo controllo e, nella migliore delle ipotesi, sono solo arginabili. Che si tratti di acqua alta, commercio abusivo o turismo di massa, tali fenomeni non sembrano minimamente gestibili da alcuna azione politica, sia essa locale, regionale, nazionale o di altro profilo e questo è particolarmente vero nella contrapposizione tra Venezia-città turistica e Venezia-città da abitare.

L’impatto delle navi da crociera viene ridotto con nuove soluzioni di approdo. Le file prioritarie per i residenti agli imbarcaderi sono pensate per ridurre i disagi prodotti dall’invasione dei turisti. Anche i cittadini si organizzano a modo loro per resistere o contenere il fenomeno. Le case si adibiscono ad abitazioni per soggiorni temporanei. I bed and breakfast proliferano aprendosi a una diffusa e improvvisata “imprenditorialità turistica”. I palazzi diventano luoghi espositivi temporanei, attivando progettualità per lo più esterne. L’impronta creativa rimane sullo sfondo, ma si regge di fatto sullo sfruttamento di una rendita di posizione.

Tutti questi micro-processi si sviluppano all’interno di un contesto le cui strategie dipendono dai grandi attori dell’arte e della cultura, da network e siti turistici internazionali, da gruppi immobiliari. A essi sembra spettare la gestione strategica della città, una città che secondo il curatore Philippe Daverio dovrebbe essere addirittura affidata all’Europa per sfuggire al proprio destino mortifero.

La seconda riflessione riguarda i luoghi in cui tali fenomeni si manifestano. Busacca e Rubini analizzano il centro storico ipotizzando che l’azione di oggi possa prevenire l’insorgere delle stesse problematiche fuori dal centro storico. Prima che sia troppo tardi, smontiamo Venezia!

In realtà laguna e terraferma hanno un tratto comune: poggiano sulla rendita di posizione seppure a livelli diversi. Ecco quindi che mentre il tessuto commerciale della terraferma arranca dietro la spinta competitiva dei grandi mall, la popolazione abbraccia con entusiasmo la fede in Airbnb. Anche la città moderna si svuota così di abitanti e si popola di turisti, attratti dalla possibilità di abbinare il godimento estetico del centro storico di giorno allo shopping in periferia la sera.

L’effetto è visibile e potenzialmente rigenerante. I turisti, spesso più liberi e curiosi, vivono accanto ai vecchi abitanti e vi si mescolano nei mercati e nei negozi, in cerca di scampoli di una realtà accessibile dopo le suggestioni estetiche di Venezia. Tuttavia, anche qui la strategia è decisa altrove, lontano da una città i cui abitanti hanno iniziato a cercare nuovi approdi abitativi al di fuori del perimetro urbano.

Tenendo conto di queste due riflessioni, l’idea di accelerare i processi in atto smontando il centro storico è una provocazione attraente ma inefficace. In primo luogo perché il problema non riguarda soltanto il centro storico e poi perché il punto è ripristinare una capacità immaginativa non sulla città, ma della città.

Come?

Cercando una soluzione a questo rebus, mi sono imbattuta nella storia di una coppia di amici, veneziani di nascita o per crescita professionale, che stanno progettando un orto secondo i principi della “permacultura”, termine coniato a metà degli anni Settanta del secolo scorso per descrivere un sistema integrato ed evolutivo di specie vegetali e animali. 

La storia di Andrea Bonalberti e Andrea Concina e del sidro Vittoria parla di un progetto imprenditoriale ambizioso – la produzione di sidro di grandissima qualità – che ha inizio in un orto di mele pensato come un ecosistema in cui piante, insetti, risorse idriche artificiali e perfino il colore e il materiale degli steccati costituiscono parti di un complesso sistema sinergico, capace di perpetuarsi e di farlo in maniera armonica con i mutamenti del contesto. La permacultura non è solo un approccio alla coltivazione della terra, ma anche un metodo per progettare un sistema sociale virtuoso il cui funzionamento dipende dalla varietà dei suoi componenti, progettata per favorirne lo scambio, la comunicazione e la partecipazione. Un sistema dinamicamente forte perché capace di perdurare anche in condizioni di mutamento, favorevoli o sfavorevoli che siano.

Utopico immaginare che la progettazione di una città possa venire pensata come un ecosistema capace di esprimere la volontà di un progetto e non la reazione disarticolata a uno stimolo esterno? Forse, ma per la situazione in cui ci troviamo tanto varrebbe fare un tentativo. Alcune linee sono già state tracciate. La città esprime una capacità progettuale, lo fa in maniera spontanea e distribuita, legandosi alle iniziative di singole persone che raccontano ciascuna una storia diversa.

Se si vive la città nella sua interezza, attraversandola da parte a parte e superando i confini fisici e mentali che la solcano (ponti, cavalcavia impervi e chiusure) che dividono centro storico da città moderna e che separano talvolta un quartiere da un altro, si scoprirà qualcosa di interessante. Molte persone, indipendentemente dalla loro occupazione, manifestano uno slancio progettuale che si produce in iniziative, incontri, relazioni personali e professionali e iniziative che nel loro complesso costruiscono una rete spontanea.

Professionisti, studenti, artisti, creativi, commercianti, operatori turistici, imprenditori sociali di nome e di fatto, producono ogni giorno una serie di micro-iniziative intelligenti e benefiche per il presente della città e se ne assumono il rischio.

Cosa manca ancora? La mano leggera di un governo che non ostacoli la progettualità individuale ma la sostenga, favorendo la partecipazione attraverso il contagio delle pratiche. È chiaro infatti che il progetto di un ecosistema cittadino richiede un certo livello di condivisione, ma deve anche evitare le trappole già sperimentate di maldestra partecipazione dal basso.

È sufficiente lasciare spazio alle iniziative, eliminando ogni barriera alla comunicazione anche fisica della città. Più si favorisce l’attraversamento della città, più si ibrida il centro storico con la terraferma (a partire da istituzioni culturali e scuole) maggiore sarà l’apertura di Venezia a chi la vive a gradi diversi di temporaneità (cittadino, residente, visitatore, ospite) e più intense saranno la varietà, la comunicazione, la partecipazione e lo scambio.

È solo una questione di governo? Non solo. Dare alla città una struttura che agevoli spostamenti fisici e relazionali è compito di chi la governa, ma il resto è compito nostro perché, come mi ricordava un’amica coreografa citando Pina Bausch: “dance, dance, otherwise we are lost”. Quindi prendiamoci qualche rischio e iniziamo a ballare!

 

 La foto del titolo è di Giorgio Bombieri.

Coltivare Venezia ultima modifica: 2017-11-23T19:09:44+02:00 da Monica Calcagno

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