Quanti Fox Mulder nelle nostre società?

Le teorie del complotto fanno ormai parte del dibattito politico democratico. E non è una questione di quoziente intellettivo, ma del desiderio di crederci. Così dicono alcune recenti ricerche.
scritto da Marco Michieli

Gli Illuminati, il nuovo ordine mondiale, il falso sbarco sulla luna, la balla del riscaldamento globale, l’undici settembre auto-provocato dagli Stati Uniti. E molto altro ancora. Chi non ha mai sentito una della tante teorie del complotto che popolano il web? In Italia c’è addirittura un partito politico, il Movimento Cinque Stelle, che del complottismo ha fatto il proprio marchio di fabbrica.

Alcune delle teorie diffuse sono anche divertenti. Come il “complotto della Ruota della Fortuna” che Bartolomeo Pepe, pochi mesi prima di diventare deputato Movimento Cinque Stelle, svelava ai cittadini nella sua pagina Facebook:

Ecco giovincello rampante Renzi, che vinse quarantotto milioni di lire alla Ruota della Fortuna alla sola età di diciannove anni, ma ditemi quante probabilità ci sono che uno superi le selezioni per partecipare e diventi campione per diverse settimane, ad una trasmissione di una rete televisiva di un suo prossimo avversario politico? Sveglia Gente vi stanno pigliando per il culo!!! Almeno siatene consapevoli…

Oppure la storia dei microchip sotto pelle dell’onorevole pentastellato Paolo Bernini

Non so se lo sapete ma in America hanno già iniziato a mettere i microchip nel corpo umano per registrare, per mettere i soldi, per il controllo della popolazione. Sono preoccupato perché le persone non sanno a cosa vanno incontro. Con internet queste verità stanno venendo fuori e noi andremo a portare la voce dei cittadini.

Altre sono meno divertenti. Anzi davvero ignobili. Come l’affermazione di Beppe Grillo sul premio Nobel attribuito a Rita Levi Montalcini. Tutto frutto di un complotto elaborato da una casa farmaceutica che avrebbe comprato il Nobel alla “vecchia puttana”, come il guru dei Cinque Stelle definì la scienziata e senatrice a vita.

Basta fare una rapida ricerca on line per scoprire il vasto mondo dei complotti.

Eppure liquidare il tema come se non dovesse trovare spazio nel dibattito pubblico è un errore. Innanzitutto perché esiste un esercizio segreto del potere – gli arcana imperii – che ha alimentato la necessità sociale di spiegazioni più o meno illogiche. Come far convivere la democrazia con la necessità del segreto resta pertanto un serio problema.

In secondo luogo, ed è l’aspetto più interessante, le teorie dei complotti ci dicono molto della società in cui viviamo. In che modo?

Secondo la recente ricerca di due psicologi, Thomas Ståhl (University of Illinois) e Jan-Willem van Proojien (Vrije Universiteit Amsterdam), apparsa sulla rivista Personality and Individual Differences, molti di noi credono in queste teorie semplicemente perché vogliono crederci. Ma la conclusione più interessante è che sempre più spesso ci credono le persone più “intelligenti”.

Immagino già i complottisti nostrani che alla lettura di queste righe attribuiranno a chi scrive qualche fantomatico ruolo in gruppi di potere internazionali con l’obiettivo di celare la verità. Forse quindi è meglio non procedano oltre. 

“Io voglio credere” diceva l’agente Fox Mulder in X-Files, la serie culto degli anni Novanta. Nella serie l’agente Fbi Mulder è persona dotata di grande intelligenza (ha studiato niente meno che a Oxford). La ricerca condotta da Ståhl e van Proojien ci dice che i Mulder sono tantissimi. I due psicologi hanno sottoposto a differenti test trecentoquarantre persone, per verificare quanti basassero le loro conclusioni sulla presenza di fatti oppure su guizzi intuitivi, quanti credessero a note teorie cospirazioniste e quali fossero le loro abilità matematiche e di linguaggio.

Quest’ultimo test serviva per collegare la credenza nelle teorie del complotto con le capacità cognitive generali. Le conclusioni dello studio ci dicono che a un elevato livello di abilità matematiche e di linguaggio corrispondeva un livello molto basso di credenza nelle teorie della cospirazione: queste persone si affidavano solo ai fatti per trarne delle conclusioni.

Tuttavia, ed è l’aspetto più interessante e sorprendente, molte persone che ottenevano dei risultati linguistico-matematici rilevanti erano certe che le teorie del complotto fossero affidabili. Ståhl e van Proojien giungono alla conclusione che molte persone, ad di là del loro quoziente intellettivo, credono nelle teorie complottiste semplicemente perché vogliono crederci.

Non è sufficiente pertanto possedere delle basse capacità analitiche per credere. Non è nemmeno una condizione necessaria. Bisogna avere invece una particolare inclinazione a farlo. E le loro ricerche collegano quest’inclinazione alla scarsa appartenenza di gruppo: più le persone si sentono di non appartenere ad un gruppo, più è facile che esse credano nelle teorie della cospirazione.

Questi risultati ci suggeriscono anche altro. Il fact-checking e la lotta alle fake-news, che tanto hanno caratterizzato il dibattito internazionale negli ultimi tempi e che spesso veicolano vecchie e nuove teorie cospirative, certamente servono. Ma la ricerca ci dice che insegnare alla nostra comunità a pensare analiticamente ha dei limiti. 

Sorprese dell’individualismo della nostra epoca. Sentirsi parte di un gruppo che condivide una teoria del complotto alimenta il sentimento di appartenenza, con un impatto sull’isolamento e sulla sensazione di impotenza dell’individuo. Umberto Eco diceva che

La psicologia del complotto nasce dal fatto che le spiegazioni più evidenti di molti fatti preoccupanti non ci soddisfano, e spesso non ci soddisfano perché ci fa male accettarle.

Sulle ragioni che ci spingono a non accettare determinati fatti è questione di cui si occupa la psicanalisi. E quindi non mi ci addentro.

La relazione con la politica però merita di essere discussa. Perché le teorie del complotto, che per molto tempo sono state relegate al ruolo di subcultura marginale, oggi hanno acquistato un’importanza non trascurabile nelle democrazie occidentali.

Molto spesso la teoria del complotto è utilizzata per attaccare l’avversario politico. Il presidente Donald Trump non ha mai smesso di parlare delle origini non-americane di Barack Obama e del complotto ordito a vantaggio del suo predecessore per occultare la verità. Anche alcune delle dichiarazioni dei pentastellati sopra riportate hanno lo scopo di danneggiare l’avversario.

Non è nemmeno questione di destra o di sinistra. In un altro articolo (qui), sempre i ricercatori olandesi avevano scoperto che a posizioni politiche più estreme, a destra e a sinistra, corrispondeva una maggiore credenza nelle teorie del complotto. Più precisamente radicalismo politico e teoria del complotto si rafforzano reciprocamente. Gli elementi attribuiti al radicalismo politico – rabbia e frustrazione di fronte a ingiustizie, o ritenute tali – alimentano la diffusione delle teorie complotto. E quest’ultime forniscono soluzioni semplici ai problemi complessi che caratterizzano il nostro mondo. 

C’è possibilità di salvezza? Si deve certamente continuare con la lotta alle fake news e con il fact-checking. Non basta, tuttavia, come abbiamo visto. Se chi crede nelle teorie cospirative è mosso soprattutto dall’idea che vi sia una qualche ingiustizia di cui è vittima, allora è possibile fare qualcos’altro. Identificare quali sono i problemi sociali e strutturali che incoraggiano comportamenti di questo tipo. E cercare di risolverli. E la politica dovrebbe fare questo. 

A meno che non vi sia qualcuno nell’ombra che impedisce alla politica di agire.

Quanti Fox Mulder nelle nostre società? ultima modifica: 2017-11-25T12:22:37+00:00 da Marco Michieli

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