Si potrà mai dimenticare Pinocchio?

"Ezio Gribaudo. Il mio Pinocchio". L’idea del libro, di Victoria Surliuga, è stata innescata in lei dalla scoperta di quanto, nell’attività di Gribaudo, sia stata e sia importante la presenza del burattino di Collodi
scritto da ENNIO POUCHARD

Sono passati trent’anni da quando ho scritto per l’ultima volta su Pinocchio, e nel riprendere a parlarne provo un senso di appagamento che annulla la nostalgia; grazie quindi a Victoria Surliuga, per l’occasione che mi dà indirettamente – su proposta di ytali.com – di recensire il suo libro intitolato “Ezio Gribaudo, Il mio Pinocchio”, edito dalle Edizioni Gli Ori nel 2017.

L’autrice – nata a Londra e cresciuta a Torino, laureata in letteratura comparata a Mount Holyoke College (South Hadley, Massachusetts), con un master presso la Brown University (Providence, Rhode Island) e un dottorato di ricerca dalla Rutgers University (New Brunswick, New Jersey) – è professore associato di italianistica alla Texas Tech University. Ricercatrice di poesia contemporanea, arte moderna e contemporanea e cinema italiani, oltre che poetessa e traduttrice, ha pubblicato vari saggi e cinque raccolte di poesie.

Gribaudo, torinese del 1929, si è formato nelle arti grafiche, all’Accademia di Brera e alla facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, ed è attivo in tutti i campi dell’arte (pittura, scultura, disegno, acquarello, editoria, collezionismo), giramondo (“cento viaggi in America, New York soprattutto”, diceva tempo fa), onusto di riconoscimenti (primo premio per la grafica alla Biennale di Venezia; e “non sono mai stato un incisore”, commenta), presidente dell’Accademia Albertina e accademico d’onore.

Ezio Gribaudo nel suo studio a Torino, 2017. Per tutte le immagini incluse, crediti fotografici: Andrea Guermani. Per gentile concessione dell’Archivio Gribaudo

Nel 2016 Victoria Surliuga ha curato con un finanziamento (grant) della CH Foundation la mostra personale dell’artista, “Ezio Gribaudo’s Theaters of Memory”, presso il Louise Hopkins Underwood Center for the Arts di Lubbock (Texas) e dedicata a una serie di “Teatri della memoria” dell’artista, datati dal 1965 al 2015 – “archeologia della conoscenza e dell’esperienza umana” li definisce Surliuga – che riassumono i momenti più significativi della sua lunga carriera.

L’idea del libro è stata innescata in lei dalla scoperta di quanto, nell’attività di Gribaudo, sia stata e sia importante la presenza di Pinocchio. Passo ora a fare qualche considerazione sull’immortale burattino.

Ezio Gribaudo, Il carnevale e Pinocchio, 2015

Chi ha inventato le storie (non “la” storia) – Carlo Lorenzini, diventato in arte Carlo Collodi, fiorentino e cresciuto da suddito del Granduca – aveva partecipato quale volontario alla seconda Guerra d’Indipendenza, per un’Italia nascitura; ma anche lui fu amareggiato per l’elezione di Firenze a capitale, che non tardò a rivelare un concetto di stato raffazzonato e un governo impreparato all’affrettato cambiamento e ai gravosi compiti di guidare una nazione assolutamente disunita. Ecco allora la valanga di leggi improvvisate e una caterva di obblighi giudicati odiosi dai nuovi sudditi (il servizio di leva, le intricate regole delle tasse, persino – che assurdo! – l’istruzione elementare), con conseguenti pene per gli inadempienti; pur non avendo che un bel nulla in mano (e nemmeno in testa) adatto a garantire un’amministrazione adeguata.

Quando Collodi comincia a scrivere di Geppetto e del suo pezzo di legno, però, il governo ormai da dieci anni si è insediato a Roma; ma la delusione per gli imponenti lavori di conversione che per un quinquennio avevano devastato Firenze, trasformata (secondo Carducci) in “uggiosa capitale di uno stato accentrato”, è rimasta cocente. Il pinocchiesco Campo dei Miracoli, infatti, ne rispecchia l’immagine, presentandola quale sede di un malgoverno che incita i poveracci a seminare i loro zecchini nelle sue tasche con l’impegno fasullo di far crescere frutti d’oro. E la città di Acchiappacitrulli, dove chi non ha mai commesso un fallo paga per i colpevoli, non può essere che ancora lei, in una fittizia ambientazione granducale, pur se tanto lontana da qualsiasi riferimento preciso da sembrare del tutto inventata. Nello strabico rigore politico proclamato dal “chi sbaglia paga”, è Pinocchio che paga con l’impiccagione a opera del gatto e della volpe, veri colpevoli. Qui l’autore ritiene di non aver più nulla da dire e mette la parola FINE; l’anno che corre è il 1881. A fargli cambiare idea è la redazione del “Giornale per i Bambini” su cui la storia esce a puntate, e lui accetta di far rivivere il morto, confortato forse dall’impegno che gli hanno garantito di far illustrare le storie da Enrico Mazzanti, suo giovane amico, di formazione ingegnere ma tuttavia brillante nell’uso della silhouette, già tipica dell’illustrazione tedesca. Il successo diventa di portata mondiale in pochi anni.

Ezio Gribaudo, L’alba di Pinocchio, 2015

Per la critica posteriore, l’aver allungato il romanzo ha contribuito ad ammorbidirne languidamente la morale, a causa dei salvataggi in extremis e ripetuti perdoni, dovuti agli immeritati interventi di una fata che gli anomali capelli turchini pongono al di sopra dell’umano: tanto da indurre qualche commentatore, a parlare di lei come di una Madonna, per giustificare infine l’ipocrisia di una transustanziazione laica del legno in carne, cioè del burattino in bambino.

Il che non impedisce, ancor oggi, che Pinocchio continui a essere l’unico volume italiano per l’infanzia capace di condividere la notorietà di capolavori come il “David Copperfield” di Charles Dickens, le “Alice’s adventures in Wonderland” di Lewis Carroll (nom de plume di Charles Lutwidge Dogson, pastore anglicano), “Harry Potter” di Joanne Kathleen Rowling, “Peter Pan” in “Kensigton’s Gardens” di James Mathew Barrie, “The Jungle Book: Mowgli’s Story” di Rudyard Kipling, “Peter Pan” di James M. Barrie e “The Wizard of Oz” di Lyman Frank Baum. Praticamente non esiste al mondo un ragazzino scolarizzato che ignori il burattino e non l’abbia visto nelle illustrazioni, in un film o in un cartone animato.

Ezio Gribaudo, La foresta e Pinocchio 2015

Nel 1895 arriva alla decima edizione e gli illustratori hanno iniziato a moltiplicarsi; fino ai nostri anni includeranno Mussino, Tofano, i due Cavalieri, Greco, Bianchi, Barion, Bernardini, Comparini, Manca, Galizzi, Porcheddu, Nicouline, Mosca, Sinòpico, Angoletta, Accornero, Longoni, Jacovitti, Topor. Non tutti si limiteranno a interpretare fedelmente il libro: parecchi di loro infatti (Cioci, Chiostri, Faorzi, un Lorenzini-nipote, che diventa pure autore di altri libri …), si sbizzarriranno con costrutti di fantasia senza limiti, stimolati da editori aperti all’idea di produrre succedanei della storia originaria (Il segreto di Pinocchio e L’amico di…, Il fratello di…, Il figlio di…, La fidanzata di …). Tentazione alla quale Ezio Gribaudo non si sottrae. Continua anzi a sviluppare sul tema studi su studi di forme e tecniche, cominciando dai bianco-neri che rinviano ai primi schizzi del romanzo a puntate:

Ezio Gribaudo, Album Pinocchio, 1957-1960

Si passa poi ai colori, anche senza richiami concreti alla storia collodiana.

Ezio Gribaudo, Pinocchio e le farfalle, 2014

È approfondendo tali argomenti che ha preso corpo il libro di Victoria Surliuga, la cui lettura dovrebbe essere preceduta da quella dell’altro suo volume sull’artista, “Ezio Gribaudo, The Man in the Middle of Modernism” (New York – London, Glitterati, 2016), pubblicato l’anno scorso. Un lavoro biografico-critico, che entra nello spirito di Gribaudo, fino a comprendere particolari diversamente non sempre intuibili del suo operare; a cominciare dai termini con i quali qualifica le opere (flani, logogrifi, saccogrifi, metallogrifi), mutuati dall’industria tipografica. Non credo tuttavia che spiegare i vocaboli “flani” come “scarti della produzione di giornali e testi editoriali, da lui salvati e poi rielaborati” o “logogrifi” quali “impronte tipografiche su carta buvard” (una particolare carta assorbente) qui valga in qualche modo per il lettore.

Ezio Gribaudo, Pinocchio tra le nuvole, 2004

Quel che conta è la passione che ha spinto un intellettuale poliedrico a dedicare tanto di sé – fantasticando e probabilmente sognando o inventando – a studiare, interpretare, elaborare, dipingere, disegnare e scolpire Pinocchio. Tanto da farlo diventare, riprendendo il titolo del libro, quel “mio Pinocchio”, per il quale la nostra autrice, coinvolta di riflesso in tale passione, parla di “metamorfosi esistenziali vagliate da Gribaudo dagli anni cinquanta a oggi”. Cioè, praticamente, per tutta o quasi tutta la sua vita di lavoro; periodo durante il quale, tra libri, cinema e teatro, la già enorme bibliografia pinocchiesca si è ancora arricchita arrivando dovunque e – specialmente nelle versioni più recenti – sempre più lontano dalla struttura iniziale.

Lui se n’è impossessato – si legge – e ne ha fatto una creatura viva, creando “diverse matrici per Pinocchio che corrispondono a vari corpi di ‘automa’ inseriti nel contesto del lavoro pittorico” e per noi si presentano quale ulteriore analisi del suo fare. Il personaggio, però, non solo si moltiplica, ma va in bicicletta, vola come Peter Pan, gira il mondo, incontra altri “sé”, suoi doppioni, e con essi dialoga e agisce; senza generare eventi e storie, bensì limitandosi a costituire occasioni pittoriche senza fine.

Ezio Gribaudo, Pinocchio e i cavalli, 2014

Come dire che non si allontana da Gribaudo, abita da lui e lo segue dappertutto, facendogli da modello, non passivamente statico bensì inventivo senza posa: per Surliuga, “porta avanti il significato narrativo di una vicenda la cui funzione è di testimoniare il transito di un unico personaggio dominante all’infinito”. Opera aperta insomma: ancora una volta evocazione di un Umberto Eco che non ci vuole lasciare.

Le analisi si moltiplicano: sul pittore che intende considerare questo moltiplicarsi come narrazioni parallele all’originale, ma anche come sequenze a sé stanti e indipendenti dal testo di partenza. Oppure considerandole quali archetipi, frutto di un inconscio collettivo e in quanto tali ripetitive; variabili, sì, ma senza mutamenti essenziali e sempre al di là dall’umano: come robot, non soggetti a invecchiare. Tutte le situazioni in cui il burattino appare potrebbero dare luogo ad altre storie, nel cui merito l’autrice non entra, perché il suo proposito è l’indagine interiore, trovandone il movente significativo in ogni singola figura.

In definitiva, “a livello simbolico, Pinocchio compie un cammino parallelo a quello del pittore, rappresentandone così uno sdoppiamento che accompagna visivamente il percorso cronologico dell’attività pittorica dello stesso Gribaudo”. Impresa di grande fascino, risolta senza scappatoie e con linearità esemplare.

Victoria Surliuga. “Ezio Gribaudo, il mio Pinocchio”. Pistoia, Gli Ori, 2017. ISBN: 978-88-7336-666-9.
Il volume è anche disponibile in inglese: ISBN: 978-88-8336-669-0. Coordinamento editoriale: Paola Gribaudo

 

Si potrà mai dimenticare Pinocchio? ultima modifica: 2017-11-30T16:50:35+02:00 da ENNIO POUCHARD

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