Perché Francesco non ha nominato i Rohingya

Sembra che il papa, non nominando apertamente i Rohingya in Birmania, abbia fatto qualcosa di veramente grave. Sembra proprio che per molti non conti la sostanza, ma solo la forma
scritto da RICCARDO CRISTIANO

I criteri di valutazione del viaggio di Papa Francesco in Birmania e in Bangladesh lasciano veramente perplessi, quasi che una vecchia barzelletta dei tempi che furono fissi i criteri diplomatico-culturali di tanta parte italica, e non solo. La barzelletta, che dopo tanti anni ricordo approssimativamente, diceva che, come al solito, c’erano tre persone, oltre al pilota, a bordo di un aereo che stava precipitando. Essendoci però un paracadute in meno, l’urgenza di mettersi in salvo induceva il pilota a porre una domanda impossibile al terzo passeggero in modo da tenere per sé il prezioso oggetto.

Così, il pilota chiedeva al primo come si chiamassero gli abitanti della Francia e ottenuta la risposta corretta, chiedeva al secondo come si chiamassero gli abitanti della Germania. Ottenuta la risposta corretta, chiedeva quindi al terzo come si chiamassero gli abitanti della Cina. Cinesi, era la risposta ovvia. “E no, lei mi deve dire nomi e cognomi!”

Ecco, sembra proprio che per molti Papa Francesco, non nominando i Rohingya in Birmania, abbia fatto qualcosa di veramente grave; non conta che Francesco abbia chiesto espressamente e pubblicamente, in Birmania, il rispetto dei diritti umani di tutti, indistintamente e a prescindere da fattori etnici o religiosi: no, la sostanza non conta, conta la forma, e doveva nominare i Rohingya per nome e cognome, quando è a tutti noto che i generali birmani avevano ricattato da tempo i vescovi cattolici birmani, imponendo loro di raccomandare pubblicamente al papa di non nominarli.

Ma anche se lo avesse fatto molti commentatori nostrani, come il pilota di quell’aereo, avrebbero preteso che li citasse per nome e cognome? Per loro non conta ciò che il papa ha detto, e visto che in alcuni casi si tratta di direttori di giornale viene da chiedersi quando mai i loro giornali si siano occupati dei Rohingya prima del viaggio del papa.

Ma per fortuna a valutare il viaggio non c’eravamo solo noi. C’erano anche i cinesi, che hanno citato il viaggio sui loro giornali ufficiali, parlandone come di un contributo importante alla pacificazione dell’area, tanto che un gruppo di cattolici è sfilato davanti al papa addirittura con la bandiera cinese!

La visita di Papa Francesco in Birmania e Bangladesh è stata citata da tutta la stampa araba con toni di ammirazione

C’erano anche gli arabi, e colpisce che la visita di Papa Francesco sia stata citata da tutta la stampa araba con toni di ammirazione, sebbene anche a loro non sia sfuggito che il papa non ha citato in Birmania i Rohingya. Ma lo hanno contestualizzato, aggiungendo un dettaglio che qui è sfuggito. In Bangladesh, nelle ore della visita di Francesco, c’era anche il vice-rettore della prestigiosa università islamica di Al-Azhar, il dottor Abbas Schuman. E proprio in quelle ore la sua università, al-Azhar, ha fatto sapere che lo stesso imam, Ahmed Tayyeb, avrebbe voluto essere in Bangladesh, per visitare un campo profughi. Proprio come avrebbe dovuto fare, secondo un’ipotesi tramontata si direbbe pochi giorni prima del viaggio, il papa.

Il viaggio di Tayyeb non ha avuto luogo per via del tremendo attentato terroristico in Sinai, e al suo posto c’è andato il suo vice. Ma è probabile che se la tragedia del Sinai non avesse sconvolto i programmi di al-Azhar avremmo avuto uno storico pellegrinaggio del papa e dell’imam tra gli scartati, e forse un loro incontro con i buddisti, che con la ferocia della condotta dei generali birmani non vanno associati. Se le cose potessero andare davvero così io non lo so, mi sembra plausibile, ma comunque è evidente quanto questo viaggio abbia contribuito in modo particolare alla pace tra i credenti, e tutti gli uomini di buona volontà.

Resta l’attenzione umana, si potrebbe dire “evangelica”, che ha colpito tanta parte della stampa islamica, che forse dà fastidio a quei “tradizionalisti cattolici” che oggi polemizzano con il papa: non per non aver nominato i Rohingya, ma per averli trattati troppo bene, per averne parlato troppo, mentre loro – forse – li ritengono colpevoli degli atti di terrorismo dell’Isis, solo perché musulmani.

Questo variegato mondo di diversamente critici del papa dovrebbe interrogarsi, chiedersi se il vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” valga anche in questo caso. Ritrovarsi insieme tra antipapisti laicisti e antipapisti catto-integralisti è infatti molto interessante, aiuta a capire chi sia chi, e quale visione dell’uomo invece affermi, tra laici e cattolici ma anche tra musulmani e buddisti, Jorge Mario Bergoglio e chi siano, o quale visione affermino dell’uomo, le opposte intransigenze che anche in questo caso hanno ritenuto di criticarlo. Trovando nell’opposizione a lui la loro possibilità di convergere.

Perché Francesco non ha nominato i Rohingya ultima modifica: 2017-12-04T20:52:33+00:00 da RICCARDO CRISTIANO

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