“Au revoir et merci” Jean d’Ormesson

È morto a Parigi il grande scrittore Jean d’Ormesson. Protagonista della vita culturale e politica francese, amava Venezia e alla città lagunare dedicò due romanzi
scritto da Marco Michieli

Malgrado tutto, “direi che questa vita è stata bella”. Scrittore, filosofo e giornalista, Jean d’Ormesson ha avuto una vita lunga e piena di soddisfazioni. “Un prince des lettres”, come lo ha definito il presidente Macron nel suo elogio funebre (via Twitter).

Jean d’O, come spesso era chiamato, era brillante e ironico. E quando si aveva l’opportunità di ascoltarlo alla televisione, che non disdegnava, non si poteva fare a meno di esserne affascinati per l’eleganza (di linguaggio e di portamento), l’intelligenza e la cortesia mista a una sana arte della diplomazia:

Se posso lanciare un appello: non scrivetemi più. Ammiratemi in silenzio. Da bambino ho imparato delle terribili nozioni borghesi del tipo “ogni lettera merita risposta”. Non ne posso più, sono per l’innalzamento del prezzo dei francobolli.

Jean Bruno Wladimir François de Paule Le Fèvre d’Ormesson proveniva da una famiglia della nobiltà di toga, uno dei suo antenati venne ghigliottinato durante la Rivoluzione Francese. Il padre, ambasciatore, gli fa vedere il mondo ma gran parte della sua infanzia e adolescenza la passa nel castello di Saint-Fargeau, proprietà della madre. Diviene alto funzionario all’Unesco e lavora per molti ministri durante gli anni Sessanta. Una vita agiata e tranquilla. 

Il nome di Jean d’Ormesson è certamente legato ai suoi libri, sempre di successo. Ma anche a due “istituzioni” francesi: l’Académie Française, di cui divenne membro molto giovane (1973), e il quotidiano conservatore Le Figaro, di cui fu direttore (1974-1977).

A l’Académie successe a Jules Romains, uno dei suoi autori preferiti. Politicamente un conservatore, rivoluzionerà l’istituzione battendosi per farvi entrare la prima donna, la scrittrice Marguerite Yourcenar.

A Le Figaro divenne una delle personalità più riconoscibili della destra francese. E l’obiettivo dei cosiddetti “socialo-communistes”, soprattutto durante la guerra del Vietnam. Il cantante Jean Ferrat lo attaccherà in una canzone (Un air de liberté), criticandone la visione del colonialismo e della guerra in Indocina. Da direttore contribuirà però a rilanciare le vendite e il prestigio de Le Figaro.

Uomo di destra, è stato una sorta di cantore della grande borghesia francese. Ma il suo complesso rapporto politico e culturale con François Mitterrand lo ha reso degno di ammirazione anche a sinistra, nonostante i rapporti turbolenti con questa parte politica.

Un rapporto complicato quello con l’ex presidente socialista. Jean d’O amava raccontare che Mitterrand lo aveva “conquistato” quando in risposta ad un titolo di Le Figaro (“Je convoque François Mitterrand au tribunal de l’Histoire”), l’allora candidato presidente gli aveva risposto con un discorso dalla profonda provincia francese nel quale si rivolgeva a d’Ormesson in questi termini:

Che peccato che un così bravo scrittore sia così stupido politicamente.

Jean d’O ha sempre raccontato di essere rimasto estasiato dall’insulto di Mitterrand. Gli riconosceva un terreno comune, politico (il passato di destra del socialista) e culturale (la stessa passione per la letteratura).

Anche se ne diviene per gran parte del mandato uno dei più accesi critici, Mitterrand lo invita all’Eliseo ventisei volte in quattordici anni.

E Jean d’Ormesson lo ricambia. Amava ripetere di aver voluto bene a François Mitterrand e che anche Mitterrand gliene volesse.

Jean d’Ormesson è l’ultima persona che partecipa a un incontro ufficiale con l’ex presidente socialista, che l’invita a colazione due ore prima del passaggio delle consegne a Jacques Chirac il 17 maggio 1995. 

Jean d’O è sopratutto uno scrittore, un gigante della letteratura francese del XX secolo. Ottiene nel 1971 il “Grand prix du roman de l’Académie Française” grazie al suo romanzo storico “La gloria dell’Impero”, la storia e la cronologia di un impero tutto inventato e che d’Ormesson situa qualche secolo prima della nascita di Cristo.

E qualche anno dopo “A Dio piacendo”, la storia di una famiglia aristocratica che si confronta con l’evoluzione dei costumi e dei valori, in parte il racconto della stessa famiglia dello scrittore.

E poi i romanzi “veneziani”: “Il romanzo dell’ebreo errante” e “La dogana di mare”.

Perché d’Ormesson amava Venezia (come Mitterrand, d’altronde), amava passeggiare per le sue calli, parlarne nei suoi romanzi, raccontarla alla televisione e alla radio. Esprimeva tutto l’amore che i francesi hanno verso la città lagunare:

Più di Roma, regina maestosa e altera, più ancora di Firenze, principessa sopraffatta d’ori e prosperità, Venezia è una città-donna. Potremmo dire: una città-donna-donna. Il Canal Grande è la sua sciarpa. Gli innumerevoli ponti sono i suoi braccialetti. E le chiese, i palazzi, i pozzi nei piccoli campi, le case di color ocra o rosse sono i gioielli di cui s’adorna. Nessuna città al mondo è più letteraria di Venezia.

E ancora:

Venezia è una lezione di bellezza. E anche una lezione di politica. Della grandezza, dei trionfi, degli insuccessi e della crudeltà. Che talenti, che energia, che pazienza dovettero dimostrare le popolazioni che decisero di rifugiarsi in paludi ostili prima di regnare indiscussi, grazie alla loro intelligenza piuttosto che attraverso la forza bruta, su una gran parte del Mediterraneo.

Due anni fa la prestigiosa collana letteraria “Bibliothèque de la Pléiade” (Gallimard) lo consacra tra i grandi accanto a André Gide, Paul Claudel, Eugène Ionesco, Claude Lévi-Strauss, la stessa Yourcenar.

Un gentiluomo. Un entusiasta della vita. Un ottimista. Un conservatore. Un rivoluzionario. Un conformista. Un indipendente. Un protagonista assoluto della vita culturale e politica francese.

“Au revoir et merci” Jean d’Ormesson ultima modifica: 2017-12-06T11:40:17+00:00 da Marco Michieli

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1 commento

Sadaune Hélène 7 dicembre 2017 a 13:22

Bellissimo articolo, bravo Marco! Hélène Sadaune

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