La tela mediorientale dello zar

Vladimir Putin costruisce alleanze e promette aiuti, in una vasta e consistente offensiva politica tesa a riempire il vuoto lasciato dalle amministrazioni americane in Medio Oriente, cominciando anche a penetrare in Africa
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

La Siria – scrive Rami Khouri nella sua rubrica su Internazionale – è il teatro del nostro sgomento, ma i protagonisti di questa triste storia sono le potenze mediorientali e straniere. I risultati sul campo sono modellati dal settarismo, dalla potenza militare e dal numero dei combattenti, non dai valori universali. Quando le forze aree di Putin si scontrano con l’umanesimo di Voltaire, non c’è storia. Vincono le bombe.

È così. Arbitro e giocatore. Comunque decisivo. In Medio Oriente c’è un uomo solo al comando. Il suo nome è: Vladimir Putin. Mentre, da Giakarta a Beirut, decine di migliaia di musulmani scendono in piazza per bruciare i ritratti di Donald Trump o assaltare le ambasciate statunitensi, il presidente russo veste, non solo in senso metaforico, i panni del comandante militare che si reca sul campo di battaglia siriano, proclama la vittoria. E, da vincitore, ora si appresta a incassare i risultati, geopolitici ed economici, del suo successo.

È lui, “Vladimir d’Arabia”, il dominus di una futura “Jalta mediorientale”. Tutto sembra giocare a suo favore. La sua forza è anche nella debolezza del suo omologo americano. Ed è un discorso che investe sia il quadro interno ai due Paesi sia lo scenario internazionale. Indebolito dagli scandali legati al Russiagate, e ora anche da quelli legati a denunce di molestie sessuali, The Donald deve fare i conti con un appuntamento elettorale che potrebbe sancirne l’inizio della fine: le elezioni di “midterm”.

Sul fronte opposto, il problema di Putin è uno solo: come evitare di essere rieletto presidente col novantanove per cento dei consensi. Ecco allora la ricerca affannosa di un candidato/a minimamente credibile per evitare che il trionfo alle urne sia talmente eccessivo da sminuirne in qualche modo la portata. Intanto, Putin dà le carte in Medio Oriente. E unisce laddove Trump divide. E il discorso non riguarda solo la questione-Gerusalemme, su cui, peraltro, Mosca ha mantenuto un “low profile”.

Emblematico, in tal senso, è il recente vertice di Sochi. La comunità internazionale legge i conflitti aperti in Medio Oriente come sunniti contro sciiti? Ecco, “Vladimir d’Arabia” scompaginare i giochi e riunire, in un vertice a tre, il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan (sunnita) e il presidente del più grande stato sciita, l’Iran, Hassan Rohani.

Recep Tayyip Erdoğan con Vladimir Putin ad Ankara, 11 dicembre 2017

Ma sarebbe ingeneroso, oltre che errato, imputare al solo Trump l’emergere della Russia putiniana come asse centrale nella geopolitica mediorientale. Una parte di responsabilità, e non marginale, l’ha il predecessore del tycoon miliardario: Barack Obama, con la sua determinazione ad azzerare la presenza militare statunitense in Medio Oriente senza preoccuparsi del vuoto lasciato e di chi poteva riempirlo.

Di fronte all’incedere delle “primavere” arabe e della crisi di vecchi e fedeli alleati, come il presidente egiziano Hosni Mubarak, Obama decise di non decidere. E questo fu un messaggio devastante per i rais della regione: l’America ci lascerà soli. E allora, è meglio guardare verso Mosca. Perché lì regna un presidente che le scelte le fa e le porta fino in fondo. Così è accaduto in Siria. Mentre gli Usa provavano ad armare una parte dei ribelli anti-Assad, Putin, assieme all’alleato iraniano, sceglie di puntellare il regime alauita e, nel frattempo, convincere il presidente-generale egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, come il turco Erdoğan, che lui gli alleati non li lascia in braghe di tela ma anzi li arma, li sostiene al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, delinea con loro possibili spartizioni territoriali e di ricchezze naturali.

Putin si rivolge ai militari russi di stanza nella base di Khmeimim, Siria, 11 dicembre 2017

Armi e affari: è la ricetta di Putin. Che fin qui ha pagato. La guerra all’Isis era diventata la priorità assoluta per il mondo libero? L’incubo peggiore aveva le sembianze di Abu Bakr al-Baghdadi? Dalla base russa di Khmeimim, in Siria, il “comandante Vladimir” proclama la disfatta dello Stato islamico e poi incontra il presidente siriano Bashar al-Assad e il ministro della difesa russo Serghiei Shoigu.

La presenza russa in Siria è destinata a durare a lungo, visto che il presidente Putin ha ratificato un accordo con il governo siriano che consente alla Russia di mantenere la base aerea di Hmeimin, nella provincia di Latakia, per 49 anni, con la possibilità di estensione per altri 25 anni.  Missione conclusa. Dopo aver vinto la guerra, ora è tempo di edificare la “pax russa”. Non da solo, ma con il benevolo coinvolgimento di altri leader regionali. Dell’Iran, si è detto. Così come della Turchia.

Vladimir Putin con Abdel Fatah al Sisi al Cairo, 11 dicembre 2017

Ora, Putin guarda al Paese delle Piramidi e al suo presidente, l’ambizioso al-Sisi. Geopolitica e affari: anche sul fronte egiziano. Una miscela che paga. Dal vertice Putin-al-Sisi emerge l’intesa sull’inizio della costruzione della centrale nucleare di El Dabaah, dopo che le parti avevano firmato un accordo con cui l’agenzia atomica russa Rosatom si era impegnata a fornire all’Egitto un prestito che avrebbe coperto l’ottanta per cento del costo di realizzazione. Rosatom costruirà i quattro reattori e nell’arco di sessant’anni fornirà il combustibile nucleare per poi decommissionare l’impianto.

Sarà Mosca, in base all’accordo, a provvedere al finanziamento del progetto con un prestito di 25 miliardi di dollari. Complessivamente, Putin ha portato al suo omologo egiziano un “dono” (in affari e finanziamenti) di trenta miliardi di dollari. E questo mentre, lo scorso agosto, gli Usa avevano bloccato l’erogazione di 95,7 milioni di dollari in aiuti all’Egitto. Tra gli altri argomenti in agenda, vi era anche la ripresa dei voli regolari tra i due Paesi, sospesi dopo l’incidente del 31 ottobre 2015, quando un aereo russo cadde sul Sinai causando la morte di 224 passeggeri.

L’accoglienza per Putin all’aeroporto del Cairo

Il ministero dei trasporti russo ha dichiarato che i voli diretti con l’Egitto potrebbero riprendere prima dell’inizio della Coppa del mondo in Russia nell’estate 2018. L’Egitto giocherà contro la nazionale russa nella fase a gironi. Il portavoce della presidenza egiziana, Bassam Radi, prima dell’incontro tra il leader del Cremlino e al-Sisi, aveva dichiarato che la visita di Putin s’inscrive nel quadro di un “rafforzamento delle relazioni storiche e strategiche” tra i due Paesi e mira a

dare una spinta alla cooperazione bilaterale in tutti i settori, soprattutto a livello politico, commerciale, economico ed energetico.

Il tour prosegue ad Ankara. Tra Putin ed Erdoğan è un reciproco scambio di complimenti e di rassicurazioni reciproche. A differenza degli Usa, la Russia non ha alimentato le spinte indipendentiste curde – il Grande Kurdistan è l’incubo di Erdoğan – e in Siria non ha armato, come hanno fatto Cia e Pentagono, i miliziani curdi-siriani dell’Ypg. Con l’aggiunta di altri trattati commerciali bilaterali, e un cauto sostegno alle rimostranze di Ankara su Gerusalemme, tutto ciò basta e avanza per cementare l’alleanza russo-ottomana.

Il picchetto d’onore attende Putin al palazzo presidenziale di Ankara

Il protagonismo russo nel Mediterraneo interroga l’Europa. Dalla diplomazia dei gasdotti a quella delle armi, una cosa è certa: Mosca vuol essere sempre più una potenza “mediterranea”. La penetrazione in Medio Oriente si aggiunge all’azione che la Russia sta portando avanti in Africa. Ma nel continente africano Mosca deve fare i conti con un competitor molto più pervasivo di quanto lo sa oggi l’America di Trump: la Cina. Il “Dragone” cinese gioca con le stesse carte di quelle utilizzate dalla Russia: gli affari. Un terreno su cui Mosca incontra Berlino. La prospettiva di un asse Berlino-Mosca-Pechino minaccia di espellere l’America dall’Eurasia. Per tornare all’Africa, dal punto di vista diplomatico, Putin si sta muovendo per instaurare rapporti amichevoli con l’Unione Africana, per assicurarsi un accesso privilegiato nel mercato del continente.

Bashar al Assad e Vladimir Putin alla base russa di Khmeimim

La Russia avrebbe ridotto il debito economico dei paesi africani garantendo “nuove opportunità di commercio e cooperazione economica e finanziaria”. Uno dei commerci principali tra la Russia e l’Africa resta indubbiamente quello delle armi. Con l’aggravarsi della minaccia jihadista di Boko Haram, e con lo sganciamento americano, la Nigeria ha deciso di rivolgersi a Mosca. Ora sono i russi ad addestrare le forze speciali nigeriane. Diversi contratti relativi alla sicurezza e che includono armamenti, logistica e addestramenti, sono stati firmati soprattutto tra la Russia e il Sudafrica durante gli ultimi anni.

In questo scenario, l’Etiopia, e tutta l’area del Corno d’Africa, possono soddisfare le esigenze strategiche di Mosca, soprattutto per la relativa vicinanza geografica con la Siria resa possibile dallo sfruttamento del Mar Rosso, di cui la Russia sarà impegnata per la futura ricostruzione economica, e per la creazione di una linea di comunicazione che colleghi la Crimea, la Siria, e gli investimenti russi nel Canale di Suez. E così il cerchio si chiude: dal Medio Oriente al Corno d’Africa, il player geopolitico è oggi la Russia. Nel braccio di ferro fra sovranisti nazionali, Trump e Putin, è quest’ultimo che oggi prevale. L’Europa ne tenga conto.

Le immagini sono tratte dal sito ufficiale del presidente Vladimir Putin

La tela mediorientale dello zar ultima modifica: 2017-12-13T13:36:56+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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