Marco Ferreri chi?

In uscita il documentario "La lucida follia di Marco Ferreri", un omaggio al grande regista oggi dimenticato, autore di punta negli anni '60 e '70 e di capolavori irriverenti come "L'ape regina", "Dillinger è morto", "La grande abbuffata"
scritto da ROBERTO ELLERO

Di Marco Ferreri, che il prossimo maggio compirebbe novant’anni se non se ne fosse andato vent’anni fa, si parla molto poco. E c’è da credere che alle nuove generazioni il suo nome e il suo cinema (invisibile sul piccolo schermo) non dicano nulla. Troppo libero il pensatore, nato e morto di maggio, toro sino in fondo stando ai segni zodiacali, che stentiamo a credere riscuotessero il suo interesse. Ferreri, semplicemente, non credeva. Punto. Ma taurino di certo lo era, nel suo modo di essere e di affrontare il mondo.

Panciuto e stizzoso, barba folta senza baffi, alla maniera degli imam di là da venire, persino involontariamente imperioso – con la sua stazza – quando si tratterà di affrontare i celerini sui gradoni del Palazzo del cinema del Lido, nell’anno della contestazione. Personalmente, lo ricordiamo anche visibilmente contrariato quando al termine della proiezione di qualche suo film – per esempio alle giornate veneziane del cinema democratico, 1972 e 1973 – il critico pierino di turno alzava la manina per chiedergli spiegazioni. E lui, borbottando, con la parlata un po’ milanese e un po’ romanesca, strascicata oltre misura, a mandarlo volentieri a quel paese. Paese affollato, perché di cretini già all’epoca era pieno il mondo.

Per saperne di più è vivamente consigliato, dove e quando possibile, vedere (rivedere) i suoi film, o perlomeno il bel documentario di Anselma Dell’Olio, che del regista è stata storica collaboratrice, La lucida follia di Marco Ferreri, in anteprima all’ultima Mostra di Venezia e ora nelle sale a piccole dosi (sale d’essai selezionate, in data fissa, alla presenza dell’autrice), per iniziativa del Luce, che l’ha voluto e prodotto.

A parlare, coloro che hanno vissuto pezzi della sua storia e del suo cinema, da Isabelle Huppert a Hanna Schygulla, da Roberto Benigni a Michel Piccoli, dallo scenografo Dante Ferretti al critico dei Cahiers Serge Toubiana. E tanti altri ancora, memori di quel suo geniale sguardo che era disincanto e sberleffo, ironia, talvolta sarcasmo ma sempre esercizio di stoico umanesimo, quantunque non privo di una sua intrinseca misantropia.

Tipo tutt’altro che facile, ovviamente:

Si comporta così strano, se ne sta tra le nuvole, poi all’improvviso esige che tu faccia le cose più assurde. (…) Strambo lo è davvero, però, invece di nasconderlo, ci tiene ad ostentarlo”. (Catherine Spaak in “L’avventurosa storia del cinema italiano, 1960-1969”, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Feltrinelli, 1981)

Breve excursus. Gli esordi del regista sono spagnoli, in compagnia di Rafael Azcona, poi suo costante sodale ma sceneggiatore anche per Saura e Berlanga. Tre film fra il 1958 e il 1960: El pisito, Los chicos e soprattutto El cochecito, con quegli indimenticabili vecchietti che scorrazzano in carrozzina (el cochecito, appunto), specie Don Anselmo, che pur di procurarsene una non esita a sterminare la sua ingrata famiglia. Humor negro, si dirà, di cui è ben pregna la cultura iberica, specie negli anni bui del franchismo, ma anche una declinazione che ben si confà alla visionarietà anarchica e irriverente di Ferreri, ampiamente rinvenibile anche nei lavori di poi.

Nuovamente in Italia, mitraglia per un paio di decenni (anni Sessanta e Settanta) l’ordine perbenista dei rapporti sociali e di coppia, suscitando spesso le ire della censura: da Una storia moderna – L’ape regina (1963) a Ciao maschio (1978), con una dozzina di film tanto irrituali quanto chirurgicamente letali devasta l’immaginario della commedia, svelando la farsesca tragicità di una società in via di deragliamento. Con la piena complicità dei suoi attori, tra cui il grandioso Ugo Tognazzi, sodale di set e di magnate.

I capi d’opera di questa fantasiosa messa in discussione (e in ridicolo) di ruoli e funzioni, autorità e credenze, istituzioni e usanze, con una particolare propensione per la fine auspicabilmente imminente del potere patriarcale e maschile, si chiamano La donna scimmia (1964), Dillinger è morto (1969), La cagna (1972), La grande abbuffata (1973), L’ultima donna (1976). Insomma, se c’è un regista ben capace di incarnare con le sue opere e nell’insieme l’irriducibile spirito ribellistico del Sessantotto e dintorni (nessun Palazzo d’Inverno da espugnare, una guerriglia continua piuttosto), questi non può che essere Marco Ferreri. Mai peraltro tentato dalle sirene ideologiche (anche di sinistra, il maoismo per dire) e tanto meno dalle derive opportunistiche del successivo retour à la normale, preconizzato da uno dei più celebri manifesti di quell’anno fatidico.

A testimoniare la coerenza di un percorso mai domo, l’intera opera del regista. E dunque anche i lavori successivi, da Storie di ordinaria follia (1981) e Il futuro è donna (1984) sino al testamentario Nitrato d’argento (1996), curioso zibaldone – quest’ultimo – del cinema stesso, della sua fisicità biochimica, a un passo dalle trasformazioni digitali che fra non molto ne segneranno morte e rinascita. Ma col cambiare dei tempi, cambiano inevitabilmente anche gli umori personali, cosicché il cinema di Ferreri finirà per farsi meno pungente e ribaldo, pur continuando a testimoniare il punto di vista di un eterno non riconciliato. Solitario, per giunta, e si capisce:

Troppo eclettico culturalmente per conquistarsi un’etichetta ideologica, troppo estroso poeticamente per lasciarsi definire una volta per tutte, Ferreri è una personalità tra le più solitarie e le più inafferrabili del cinema italiano post-neorealismo. Proprio per questo, forse, ne è una delle più rilevanti. (Lino Micciché “Cinema italiano: gli anni ’60 e oltre”, Marsilio, 1975)

Rilevanza che oggi rischia di andare smarrita, sepolta tra le macerie del secolo scorso, che altri fantasmi va purtroppo resuscitando.

Marco Ferreri chi? ultima modifica: 2017-12-13T16:27:07+00:00 da ROBERTO ELLERO

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