I neri sconfiggono l’Alabama bianca e il suo presidente

Le chiavi per la sconfitta del candidato trumpista Moore e per la vittoria del democratico Jones sono stati i giovani, le città. Ma soprattutto gli africano-americani, il 25 per cento dell’elettorato. Hanno votato democratico attorno al 95 per cento e sono andati a votare in numeri straordinariamente alti
scritto da MARTINO MAZZONIS

La sorpresa è servita: Doug Jones, ex procuratore dell’Alabama con il pallino delle investigazioni sui crimini compiuti dai suprematisti bianchi negli della rivolta per i diritti civili è il nuovo senatore dell’Alabama. In queste settimane abbiamo letto di quanto fosse imbarazzante Roy Moore, il candidato che gli si opponeva e che era quasi certo di vincere, arrivato al seggio a cavallo e da questo quasi scalzato, come in un presagio (c’è un account twitter sul cavallo di Moore, come ce n’è uno per spelacchio, l’albero di Natale di Roma).

Moore ha molestato ragazzine, parlato degli omosessuali come abominii, è razzista e ultraconservatore. Sarebbe stato imbarazzante persino per quella parte di repubblicani dell’Alabama che non usano la bandiera confederale come copriletto. E che infatti gli hanno voltato le spalle.

Roy Moore

Jones infatti ha guadagnato voti – rispetto al trionfo +28 per cento di Trump su Clinton – in ogni contea e in ogni gruppo: neri, bianchi, giovani e vecchi, laureati e non. In un anno non elettorale, che in genere si caratterizza per una partecipazione al voto estremamente bassa, il neo eletto senatore ha preso il 92 per cento dei voti presi da Clinton un anno fa. Moore il 49 per cento rispetto a Trump. Per i democratici restano vere le difficoltà tra i bianchi non laureati e tra gli anziani, ma l’Alabama non è un test in questo senso. Troppo nostalgica del Sud dei tempi che furono e troppo repubblicana.
Le chiavi per la vittoria di Jones sono stati i giovani (più del sessanta per cento dei voti tra gli under 44), le città, tutte vinte, e naturalmente i neri, il 25 per cento dell’elettorato. Questi ultimi hanno votato democratico attorno al 95 per cento e sono andati a votare in numeri straordinariamente alti (29 per cento dell’elettorato totale). Una delle ragioni per questa partecipazione è innegabilmente Trump – il cui operato piace solo il 48 per cento dei votanti, pochi per uno che ha preso il 62 per cento in quello stato. L’altra ragione è l’idea che il loro voto avrebbe contato: ci sono occasioni e Stati in cui l’elettore X del partito che sa di non poter vincere non si reca alle urne perché il suo voto non è determinante. In questo caso, i sondaggi che davano un testa-a-testa hanno certamente incentivato la partecipazione.

Poi c’è lo sforzo di ogni organizzazione africano-americana per portare gente alle urne. La National Association for the Advancement of Coloured People (Naacp), le chiese battiste, il partito, hanno fatto squadra, speso soldi per arruolare persone che bussassero alle porte, offerto passaggi auto ai seggi in maniera sistematica, lavorato nelle scuole e nelle università, registrato al voto migliaia di nuovi elettori – carcerati compresi – lavorato per impedire che venisse impedito di votare a chi ne aveva diritto – una costante in alcuni Stati, Alabama in testa. Lo sforzo ha funzionato.

@jackienumber3

Ci dice qualcosa sulle elezioni di midterm del 2018 questo risultato? Forse. Partiamo da un ricordo: il 19 gennaio 2010 gli elettori del Massachusetts si recavano alle urne per delle elezioni speciali – come quelle dell’Alabama – per assegnare il seggio lasciato vacante dalla morte di Ted Kennedy. Un seggio democratico sicuro, tanto più che due anni prima Obama aveva stravinto le elezioni e che lo Stato è uno tra i più diligenti nel votare democratico. Calcolo sbagliato: la riforma sanitaria appena approvata e il nascente movimento dei Tea Party sarebbe cresciuto, avrebbe reso egemone il messaggio del Grand Old Party sull’eccesso di intervento statale (il socialismo obamiano) e prodotto la valanga repubblicana al midterm che ha azzoppato la presidenza Obama.

Quello dell’Alabama potrebbe essere quindi un messaggio premonitore, un segnale che l’effetto Trump su certo elettorato è svanito o si è ridimensionato e che l’assalto alla cupola del Partito repubblicano da parte dell’ala estremista guidata da Steve Bannon è fallito. Può darsi sia così: Moore era stato ampiamente marginalizzato, salvo poi dargli una mano all’ultimo minuto – per questo la chair del Republican National Commitee, cuore organizzativo del partito, Ronna Romney McDaniel, nipote di Mitt, verrà pesantemente criticata da oggi – e Bannon subisce un colpo duro.

Il problema per il Grand Old Party è però trovare l’equilibrio tra un ritorno alla ragione e la presenza di un elettorato che favorisce la rabbia. Perdere i bannoniani, magari trovarsi terzi candidati contro, come minacciò di fare Trump quando si ipotizzava di togliergli la nomination, è un rischio terribile: per riconvertirsi ci vorrebbe almeno un intero ciclo elettorale. Come ha detto Anthony Scaramucci, sì, quello Scaramucci: la sconfitta di Moore e Bannon è un bene, ma non sottovalutate Bannon, è un guerriero e se perde una battaglia non vuol dire che non andrà alla guerra. Aggiungete che Bannon è ideologico oltre che cinico e scaltro: alla sua crociata crede. E per questo non la dismetterà senza combattere.

A differenza dei democratici, però, i repubblicani sanno come marciare uniti nelle divisioni, si ricompattano, fanno accordi al ribasso, ipocriti, e poi si fanno falange. Il Partito democratico a sua volta è impegnato nella ripetizione della battaglia che si è svolta durante le primarie del 2016: l’establishment del partito contro l’ala liberal. Chi spinge l’idea che per battere un fronte così estremo e improbabile come quello trumpiano occorra posizionarsi solidamente al centro, parlare di collaborazione con gli avversari – come si faceva prima di Clinton e Bush e come si è fatto sempre meno da allora in poi – e chi ritiene che occorra adottare alcune delle parole d’ordine economiche che hanno risuonato nelle orecchie degli operai bianchi e rilanciarle da sinistra – il commercio internazionale, ad esempio. Più sinistra, contro meno sinistra, insomma. La verità sta nel mezzo: che non è il centro moderato.

Le vittorie per il governatorato della Virginia, la quasi elezione di un rappresentante democratico in un distretto repubblicano della Georgia e la vittoria di Jones indicano due strade che vanno forse entrambe percorse da un partito che voglia davvero costruire una maggioranza solida.

Torniamo a Jones: un profilo moderato ma una figura cara agli afroamericani per via delle sue battaglie legali. Ovvero qualcuno capace di tenere assieme la coalizione “diversa” dei democratici e attrarre voti repubblicani in uscita. Jones non distante dai neri – che in Alabama sono anche i poveri – e non spaventava i bianchi moderati. Ma l’Alabama non è la Pennsylvania e neppure il Wisconsin e ai democratici per tornare maggioranza servono quegli stati. Per non parlare dell’Ohio.

In posti come quelli serve un tono lontano da Wall Street e dalle élite liberali cittadine troppo attente ai diritti e all’ambiente e incuranti di quel che capita alla White trash massacrata dalla disoccupazione, dagli anti dolorifici e dall’eroina. Per quelli servono figure come Randy Bryce, metalmeccanico che sfiderà il leader della camera Paul Ryan nel suo collegio: parlano chiaro, sanno di cosa parlano, sono locali e chiedono risposte per i blue collars dimenticati da Washington e corteggiati a parole da Donald Trump.

Ma per battere i repubblicani serve anche la diversità obamiana, come segnala proprio il voto afroamericano nella vittoria in Alabama (altrove, specie nel West, lo stesso ruolo lo possono giocare i latinos). Per vincere, dunque, al partito democratico non servono dispute su chi sia più credibile o chi incarni meglio la rabbia dei dimenticati – che i più dimenticati sono sempre i neri – ma il riconoscere che diritti civili, ambiente e un’economia includente sono un messaggio che può valere, con accenti e nuance diverse, ovunque. Obama, anche a causa dei vincoli posti dalla perdita della maggioranza in Congresso e da un partito che nel 2008 era troppo clintoniano, non è andato abbastanza avanti in materia economica. Serve riconoscere che il successo di alcune delle proposte di Sanders, che in America sarebbero delle piccole rivoluzioni, va analizzato e le sue idee vagliate per bene.

Ma le elezioni in Alabama portano un’altra lezione: quella per cui la ground operation, il vecchio porta a porta  – raccontata qui sopra relativamente ai neri – serve. I soldi spesi dal partito nello stato del Sud non hanno comprato minutaggio in tv o cartelloni ma organizzazione, volontari, capacità di esserci. È in qualche forma il ritorno della strategia dei cinquanta stati di Howard Dean, che ha contribuito ai successi alle elezioni di midterm del 2006 e alle presidenziali del 2008. Il lavoro da fare è quello. Specie in anni in cui manca una vera leadership e quando non hai un candidato capace di ispirare e motivare. Di campaigner come Obama ne nasce uno ogni tanto.

I neri sconfiggono l’Alabama bianca e il suo presidente ultima modifica: 2017-12-13T19:07:34+00:00 da MARTINO MAZZONIS

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