Spd, vaso di coccio tra gli iscritti e Angela Merkel

I socialdemocratici a congresso per una riedizione della Große Koalition. Ma la giravolta di Martin Schultz, deciso dopo il risultato a intraprendere la via dell'opposizione senza se e senza ma, ha avuto l'effetto di alimentare nella base scetticismo e sfiducia nei confronti dei dirigenti
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

Qual è lo stato della socialdemocrazia tedesca? Al congresso del 7-9 dicembre Martin Schulz ha riferito che alle scorse elezioni il partito ha perso 1,7 milioni di voti. Dal 1998 sono dieci milioni di elettori che hanno voltato le spalle alla Spd. Il 20,5 per cento di consensi guadagnati il 24 settembre conserva al partito il ruolo di seconda forza politica tedesca, ma si tratta del risultato peggiore della storia socialdemocratica. Comprensibile dunque il tormentato travaglio dei militanti nei diversi congressi locali.

Il partito ha gestito bene la crisi dell’immigrazione? Occorreva criticare di più le riforme del governo Schröder? Nel 2003, con l’Agenda 2010 l’ultimo cancelliere socialdemocratico ha rivoluzionato welfare e mercato del lavoro nazionale permettendo la rinascita economica della Germania. Il costo di tanto coraggio è stato però pagato dalla Spd con la perdita dell’appoggio di ceti tradizionalmente vicini al partito.

Da allora le sconfitte elettorali sono state continue. Le dimensioni dell’ultima débâcle sono però state tali da costringere il partito a cercare strategie diverse. Non solo la collaborazione con la Cdu-Csu deve finire, dunque basta con i governi di grande coalizione, ma l’interno partito deve essere pronto a rinnovarsi. E quale mezzo migliore per rigenerarsi se non l’opposizione? Fuori dal governo e, soprattutto, fuori dell’abbraccio mortale con Angela Merkel che per la seconda volta ha portato la Spd alla sconfitta.

Dunque opposizione come piattaforma da cui partire per unificare e modernizzare il partito. Questa la strategia illustrata da Martin Schulz appena conosciuto il risultato del voto. Sin da subito però la facciata unitaria della Spd ha mostrato delle crepe.

Qualcuno si è chiesto se le mosse del presidente tese a escludere il partito da ogni trattativa politica, per leccarsi le ferite e ritonificarsi i muscoli, non fossero troppo precipitose. Compiere scelte rigide che tolgono ogni spazio di manovra non è proprio quanto dovrebbe evitare un leader politico esperto? Annunciando, la sera del 24 settembre, che il partito sarebbe andato all’opposizione punto e basta, Schulz faceva quello che la maggioranza della base socialdemocratica voleva.

O meglio quello che questa a tutti i costi non voleva: la riedizione della grande coalizione.

Così il presidente socialdemocratico cercava la rielezione al prossimo congresso di partito. Ovviamente occorreva tenere conto dei desideri di Frank-Walter Steinmeier. Il nuovo capo dello stato, anch’egli un socialdemocratico, vuole sottrarre il paese alla roulette russa di nuove  elezioni ed evitare esecutivi di minoranza. Senza dimenticare che la formazione di un governo stabile è quanto la costituzione impone ai deputati neoeletti al Bundestag.

Sui modi per raggiungere questi obiettivi la Spd non si impegnava. Dunque il pallino della politica interna tedesca passava ad altri. Via alle trattative tra democristiani, liberali e verdi per dare alla Germania un governo giallo,nero, verde. Dopo circa due mesi di dialogo, nella notte tra il 19 e 20 novembre, è arrivata l’amara sorpresa.
Per le stesse ragioni di Martin Schulz, il leader liberale Christian Lindner si sfilava dal collaborare con l’Unione democristiana.

Il fallimento delle trattative metteva in primo piano una differenza tra i partiti tedeschi. Secondo alcuni costituzionalisti, in Germania esistono partiti che possono permettersi di essere “irresponsabili”, ossia continuare a fare campagna elettorale anche in parlamento. Questa opzione è invece vietata a quelle forze politiche che, per storia e tradizioni popolari, sono obbligate alla responsabilità. E in Germania sono due i partiti che in quanto “popolari”, prima di pensare al proprio tornaconto, sono obbligati a servire la costituzione: Spd e Cdu-Csu.

Martin Schulz

Così la decisione dei liberali di sfilarsi dalle trattative di governo ha spinto la Spd al centro di una doppia crisi. Quella nazionale dovuta all’incapacità di dar vita a un nuovo governo dopo le elezioni. E quella in cui il partito si è infilato da solo negandosi ogni altro ruolo se non quello di opposizione.

Un vicolo cieco accentuato da un altro, doppio, rifiuto. Quello  socialdemocratico di sostenere dall’esterno un esecutivo composto da verdi e democristiani e quello verde di far parte di una coalizione insieme a Spd e Cdu-Csu. Per la Spd questa sarebbe la quadratura del cerchio, il ritorno alla collaborazione con l’Unione privo del marchio della Große Koalition. Esattamente la ragione per cui gli ecologisti respingono l’ipotesi.

Messa all’angolo dalle proprie scelte e chiamata in causa da tutte le parti, la dirigenza Spd è uscita dalla palude con la formula della “ferma convinzione che bisogna trattare”. L’inversione a U rispetto alle scelte aventiniane del 24 settembre ha però trascinato la Spd in un’altra crisi: quella della propria leadership.

Molti militanti non si sentono in sintonia con i vertici. E questo per un partito come la Spd, basato su partecipazione e condivisione, può trasformarsi in un passo distruttivo. Cosi Martin Schulz, giunto da Bruxelles per ridare credibilità alla socialdemocrazia tedesca, deve ora liberarsi dall’impasse in cui lui e il partito si trovano dopo le apodittiche affermazioni del presidente socialdemocratico. Anche per questa svolta è stata trovava un’altra formula. Quella secondo cui la Spd di nuovo si comporterà “cosciente delle proprie responsabilità”.

Alla nostalgia di leadership che sale dalla base Schulz ha risposto in modo differente dal suo predecessore Sigmar Gabriel. Se questo puntava a snellire il numero dei dirigenti, Schulz intende invece fare il contrario. Così, il congresso socialdemocratico di dicembre ha deciso di portare l’ufficio di presidenza da trentacinque a quarantacinque membri, mentre il comitato direttivo dovrebbe passare da dieci a sedici persone.

Il problema è che nei tre giorni di discussione del congresso la diffidenza nutrita dalla base verso i dirigenti non è svanita. Il mandato ottenuto, condurre consultazioni di governo dal “risultato aperto”, è caratterizzato proprio dall’ambiguità della posizione.
Quanto grande può essere l’apertura? La posizione di fondo presa dalla Spd dopo il 24 settembre, la grande coalizione “deve essere l’eccezione e non la regola” non è cambiata nemmeno dopo il passo indietro liberale.

Al congresso l’opposizione fondamentale a un esecutivo con l’Unione è arrivata dai giovani socialdemocratici. Gli Jusos, alla propria assise di fine novembre, avevano approvato all’unanimità una mozione che bocciava l’ipotesi Große Koalition. La successiva raccolta di centomila firme tra i militanti del partito ha rafforzato il no. Al congresso invece una mozione uguale non è passata.

Non è stato però Schulz a contrastare quest’atmosfera ma Andrea Nahles, la responsabile del gruppo socialdemocratico al Bundestag. La leader che accanto, e ormai più di Schulz, rappresenta il centro dirigente della Spd.

Affermando che tra i delegati domina la paura, è stata lei a tenere il discorso che avrebbe dovuto fare il presidente del partito.

Stare all’opposizione non è più giusto che stare al governo,

cosi lei ha attaccato le posizioni dell’ala anti governativa del partito. Ai delegati ha chiesto la fiducia per consultazioni “aperte a ogni risultato” promettendo però di “non regalare nulla agli avversari”. Al congresso Andrea Nahles non era eleggibile per cariche politiche. Eppure attraverso la sua voce sembrava parlare il vero presidente del partito. Ma nonostante il tweet inviato dopo il congresso Spd, “non abbiamo nessuna linea rossa”, nemmeno lei è riuscita a togliere i dubbi su quale sarà il futuro governo tedesco.

Con l’approvazione congressuale di undici richieste i socialdemocratici hanno posto altrettante mine sulla strada del dialogo con l’Unione. Tra le pretese fondamentali, quelle di una assicurazione malattie unitaria, la parità di stipendio per uomini e donne, il superamento della differenza tra assicurazione pubblica e privata e l’illimitato diritto al ricongiungimento familiare per i profughi arrivati in Germania per sfuggire a guerre civili, sono nettamente inconciliabili con le politiche sociali dell’Unione.

Lars Klingbeil

Al congresso alcune leader locali socialdemocratiche come Malu Dreyer, presidente del Land della Rheinland-Pfalz, e Natasha Kohnen, deputata del parlamento bavarese, hanno cercato di uscire dall’impasse “grande coalizione no, accordo di governo sì” proponendo la stipula di un “patto di tolleranza” tra Spd e Cdu-Csu su temi come l’Europa o la politica estera che godono di grande consenso nel paese. Alla fine il congresso ha rieletto con l’82 per cento dei voti Martin Schulz presidente della Spd. Una buona percentuale anche se a marzo aveva raggiunto l’unanimità.

Deboli invece i risultati dei suoi due vice, Ralf Steg­ner (62 per cento) e Olaf Scholz (59 per cento). Scholz, finora ritenuto il candidato cancelliere Spd, nel caso in cui la Germania dovesse andare a nuove elezioni, ha commentato la sua percentuale sottolineando quanto sia “impopolare stimolare un dibattito necessario”. Nuovo segretario generale del partito – una sorta di responsabile dell’organizzazione – è il trentanovenne Lars Klingbeil, 71 per cento.

Il congresso si riunirà di nuovo, questa volta in forma straordinaria, il 13 e 14 gennaio, al termine delle consultazioni di governo. Alla fine sarà il voto dei delegati a decidere se la Germania avrà o no una nuova grande coalizione, se invece verrà tollerato un governo di minoranza o se si andrà a nuove elezioni.

Spd, vaso di coccio tra gli iscritti e Angela Merkel ultima modifica: 2017-12-17T14:47:57+00:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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