Basta un insulto per riaccendere una guerra

Nelle sale il court drama libanese di Ziad Doueiri, premiato a Venezia e in corsa per il premio Oscar
scritto da ROBERTO ELLERO

Non saranno poi molti, a fine anno, i titoli da mandare a futura memoria. Tra i pochi, “L’insulto” (2017) di Ziad Doueiri, distintosi a Venezia con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Kamel El Besha, e ora nel novero dei pretendenti all’Oscar per il miglior film straniero.

Batte bandiera libanese, e già questa è una novità, profondamente immerso nelle vicende di quel martoriato paese ma con valenze simboliche universali, caratterizzato da un ritmo cinematografico perfettamente aderente alle dinamiche del miglior court drama, dove la produzione americana ha fatto scuola. E se aggiungiamo che il suo autore – non proprio giovanissimo, classe 1963 – ha studiato negli States ed è stato assistente di Quentin Tarantino (“Le iene”, “Pulp Fiction”), capiamo bene come la lezione dei maestri non gli sia estranea.

Ziad Doueiri

Regista comunque refrattario al mero intrattenimento, Ziad Doueiri, e decisamente coriaceo, tanto da mandare in bestia un po’ tutti con il precedente “The Attack” (2012). Girato in Israele, dal romanzo omonimo del franco-algerino Yasmina Khadra (da noi “L’attentatrice”, Mondadori, 2007), storia di una insospettabile terrorista kamikaze, moglie di un chirurgo arabo-israeliano perfettamente “integrato”. Per gli strascichi di quel film anche un arresto, lo scorso settembre, all’aeroporto di Beirut, proprio di ritorno dalla Mostra di Venezia.

“L’insulto” parte in scena, senza troppi preamboli. Toni (Adel Karam), che di mestiere fa il meccanico, giovane moglie in tenera attesa, milita nella destra cristiana. Non bastassero i comizi, anche la sua televisione resta sempre accesa sulle immagini e sui moniti del leader delle Forze Libanesi, che promette riscatto. Yasser (il citato Kamel El Besha), ingegnere al suo paese, più avanti con gli anni, semiclandestino in Libano come ogni altro palestinese, è operaio caposquadra per una ditta incaricata dal comune di mettere ordine nel decoro urbano di un quartiere in via di rigenerazione. Galeotto un tubo di scarico abusivo, sulla terrazza di Toni, che li fa incontrare e furiosamente litigare. Scappano parole di troppo e Toni – ferito nella sua dignità – decide di denunciare Yasser, dando vita a una disputa non solo legale, destinata a riaprire ferite mai rimarginate, e riportando allo scoperto tensioni sempre prossime allo scoppio.

Kamel El Besha vince la Coppa Volpi alla 74a Mostra del Cinema di Venezia

Bel casino, il Libano, con i ricordi di una devastante e non troppo lontana guerra civile (1975-1990), i conflitti con Israele e la rivolta delle milizie sciite hezbollah. Sei milioni di abitanti stimati con 400.000 profughi palestinesi “ospiti” in campi e quartieri “dedicati”, un incredibile concentrato di etnie e religioni nel quadro di una repubblica parlamentare almeno formalmente rispettosa delle differenze e una capitale – Beirut – di riti e tendenze occidentali, la Parigi del Vicino Oriente, anche per via del mandato francese protrattosi sino all’indipendenza del 1943.

Lo stato-nazione dei cedri – 250 chilometri di lunghezza sul Mediterraneo e massimo sessanta di larghezza, stretto a nord e a est dalla Siria, a sud dallo stato di Israele – oggi va ricostruendosi, con una convivenza peraltro suscettibile di contraccolpi e di qualche mistero, di cui sono testimonianza anche le recenti dimissioni e la momentanea sparizione dal paese del primo ministro Saad Hariri. Difficile dar conto di tutto ciò in un film, ma altrettanto difficile prescinderne se si vuole raccontare una storia, a suo modo esemplare, del Libano odierno. E allora la vecchia buona parte per il tutto, avendo cura che la parte non suoni riduttiva, non pregiudichi o banalizzi la complessità del tutto.

Come si sarà ben capito, le parti qui sono due, il cristiano maronita e il palestinese belligeranti, replicate dai loro avvocati (padre e figlia, probabilmente con qualche conto in sospeso fra loro), dalle loro mogli (disposte a guardarsi meno in cagnesco dei mariti) e da quanti – fuori – prendono a pretesto il processo per tornare a fronteggiarsi gli uni contro gli altri. Si alza la tensione e in luogo delle scuse reclamate da Toni, nel dibattimento davanti ai giudici si intromettono i ricordi dei torti subiti: i palestinesi massacrati nei loro campi profughi e le cruente ritorsioni ai danni di civili inermi nei villaggi a maggioranza cristiana.

Vendetta contro vendetta, senza più innocenza per nessuno, il conflitto resta lì, pronto a riaccendersi. Eppure, sarà proprio la consapevolezza di una memoria finalmente capace di riflettere sui propri lutti e sulle proprie colpe a determinare la svolta del film: non esattamente e banalmente un lieto fine ma la sofferta accettazione di un passato che va necessariamente “elaborato” per evitarne l’infinita riproposizione.

Il possibile – diceva un filosofo – passa all’essere per il tramite del necessario. Ma quand’è che un’azione, un sentimento, un ravvedimento si fanno davvero necessari? Sul tema delle riconciliazioni si è speso un bel po’ di cinema, non sempre coniugando buone intenzioni e plausibilità degli accadimenti. In altre parole, capovolgendo l’ordine di partenza, se la riconciliazione è data in premessa, perché dannarsi a raccontarla? Tanto più che il prevedibile è generalmente noioso, specie se applicato alle situazioni di conflitto.

L’abilità di Ziad Doueiri, in questo suo “L’insulto”, e grazie anche al concerto degli interpreti, tutti meritevoli di elogio, consiste dunque nella tessitura drammaturgica di una regia che, pur poggiando sull’essenzialità, macina dubbi e rancori in vista di un climax mai scontato. Potrebbe finire in un bagno di sangue. Se finirà in altro modo, sarà perché la necessità di una pace saprà farsi più pressante e urgente delle ragioni di guerra. In ottica mediorientale, un’evidenza a suo modo rivoluzionaria.

Basta un insulto per riaccendere una guerra ultima modifica: 2017-12-18T22:55:21+02:00 da ROBERTO ELLERO

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