Gomorra a Belgrado

Nella capitale serba gli scontri del derby Partizan-Stella Rossa sono stati provocati da mafiosi croati e greci che si contendono il controllo dello spaccio di stupefacenti
scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

Provate a immaginare questa scena: all’inizio di un derby, come sempre combattuto ma fino a quel momento privo di tensioni – il solito Partizan-Stella Rossa, ormai unico evento significativo del calcio serbo – nella curva degli “ultras” del Partizan si scatena la tempesta.

Siamo solo al sedicesimo minuto del primo tempo, fino a quel momento in campo non è accaduto nulla di speciale eppure, di colpo, falangi di “hooligan” vestiti in colori mimetici e giacche nere si lanciano contro i fratelli nel tifo e li massacrano di botte, fino a conquistare il centro della gradinata.

Il resto dello stadio e la gendarmeria restano interdetti, finché dai bastonati, sospinti ai margini della gradinata, parte un coro che ritma “Dalje – dalje”, che è il soprannome degli ultras della Stella Rossa. In pratica le vittime accusano gli aggressori di essere rivali mascherati, e soltanto allora la polizia interviene.

Per una ventina di minuti è il caos, il bilancio degli scontri è di qualche centinaio di feriti e contusi, alcune decine di feriti gravi e una ventina di arrestati, fra i quali sei cittadini croati e uno greco.

Ecco, fermiamoci un attimo: cosa ci facevano cinque croati e un greco fra i sostenitori più accesi della seconda squadra di Belgrado? E come mai gente della medesima fede calcistica si è menata così selvaggiamente?

Seguite la storia, poiché da questo punto in poi si dischiudono scenari impensabili: da un semplice scontro da stadio, per quanto sanguinoso, si arriva allo spaccio di droga in tutti i Balcani e oltre, si passa per la banda armata e si approda infine a un piccolo esercito di trenta/quarantamila persone, forse più.

In altri termini, si ripropone lo scenario che vent’anni fa nella Serbia di Slobodan Milosevic aveva già rivelato ai Balcani e al mondo quel nodo inestricabile fra bande da stadio, mercato della droga, cosche mafiose, polizia, servizi segreti e politica che però – ecco la grande novità – sembra essersi allargato a livello europeo.

Željko Ražnatović, detto “Arkan”

Quando da queste parti si rievocano le bande da stadio, tutti usano parlare di Željko Ražnatović, che diventò “Arkan” guidando gli ultras della Stella Rossa e poi lì armò per creare la formazione paramilitare delle “Tigri”, ma per capire più chiaramente le cose è più utile tornare al 5 ottobre del 2000. Quella mattina, dopo cortei di trattori e manovre di palazzo, crollò il regime di Slobodan Milošević.

Lo stesso pomeriggio a Belgrado era in programma il derby Partizan-Stella Rossa, che andò così: fischio d’inizio dell’arbitro, azione d’attacco del Partizan, l’ala vola sulla fascia destra e crossa fuori, invasione di campo con botte assortite, soprattutto verso i poliziotti, incontro sospeso.

Quel derby è passato agli annali come la partita più corta della storia, chi dice quarantacinque secondi, chi cinquantadue, ma spiegò meglio di qualsiasi analisi quanto il fervore delle curve fosse condizionato dalla temperie politica. Semplicemente, in quei momenti gli “hooligan” non sapevano più chi comandava e, per una volta, si unirono dimostrando al potere che erano sempre lì, pronti a scatenare la qualunque.

Da quel momento in poi il problema delle bande organizzate dentro e fuori gli stadi scomparve per un breve periodo, che poi fu quello della “premiership” di Zoran Đinđić , il quale in materia non faceva mistero di ispirarsi alla linea di Margaret Thatcher (almeno nella parte in cui la “lady di ferro” affrontò la questione degli “hooligan” britannici con la nota frase: “O fermate questi idioti o blocco i campionati, smantello gli stadi e vi arresto tutti”).

Poi al povero Đinđić capitò di rimanere vittima di cecchini che lo fecero fuori dinanzi al palazzo del governo, e da quel momento il potere degli “hooligan” ebbe ampi spazi per rifiorire.

Zoran Đinđić

Da allora in poi negli stadi serbi se ne sono viste di tutti i colori: dodici persone uccise nell’arco di quindici anni – alcune, a colpi di pistola – un poliziotto devastato da un bengala acceso ficcatogli in gola, botte e accoltellamenti ma, soprattutto, un ampliamento del settore d’interesse dei teppisti da stadio.

In uno dei primi “gay pride” che furono tentati a Belgrado, la capitale venne sconvolta da molte ore di guerriglia urbana condotta da bande di “hooligan”, e se torniamo indietro di un paio d’anni, teppisti da stadio erano anche gli autori dell’assalto e dell’incendio all’ambasciata americana.

Ma se dalla storia torniamo all’attualità, c’è un dato davvero stupefacente: a tutt’oggi, in Serbia, non c’è una sola persona che si trovi in carcere per violenze commesse dentro o intorno agli stadi, a parte quelle bestie che una decina di anni fa uccisero a botte Brice Taton, giovane francese venuto a Belgrado per assistere a un incontro fra Partizan e Tolosa e massacrato in pieno centro solo perché parlava francese. La legge serba sulle bande del tifo organizzato, in teoria, è una delle più dure del mondo, ma fra ricorsi, appelli e sospensioni chissà perché non viene applicata.

A questo punto, torniamo gli arresti dell’ultimo derby e a quella strana presenza di “hooligan” stranieri. Ve ne risparmiamo i nomi, tranne uno: quello di Ante Filic, 26 anni, campione di arti marziali già noto in Croazia per una serie di violenze legate al “racket” su locali e discoteche della costa.

Secondo la polizia di Belgrado, era lui il capo del gruppo, giunto a Belgrado proprio per scatenare gli scontri. Ciascuno dei suoi componenti sarebbe stato pagato dagli otto ai diecimila euro, e a finanziare l’impresa pare siano stati gli “Škaljari”, banda di trafficanti di droga montenegrina, che da anni tenta di scardinare le organizzazioni che controllano la piazza di Belgrado.

Fra le bande che gestiscono lo spaccio nella più grande città dei Balcani, a contendersi quartieri e piazze sono essenzialmente le “Dalje” (gli ultras della Stella Rossa) e due bande di tifosi del Partizan, gli “Alcatraz” (Belgrado Centro) e i “Vandal Boys” di Nuova Belgrado. E tanto per arricchire questa soave nomenclatura, anche il croato Ante Filic nel suo Paese guida un gruppo denominato “Pittbull”.

Dunque, tirando le somme, mafiosi montenegrini hanno pagato mafiosi croati e greci per rompere le scatole a mafiosi belgradesi, che nello stadio hanno occupato il centro della curva anche come atto simbolico. E non pensiate che la guerra sia di poco conto: chi la vince, si assicura un mercato clandestino che significa centinaia di milioni di euro all’anno e una forza bruta di almeno trentamila persone disposte a tutto.

Aleksandar Vučić

Quando era ancora primo ministro, in una conferenza stampa l’attuale presidente, Aleksandar Vučić, in un impeto di sincerità ammise:

Lo Stato semplicemente non ha i mezzi per combattere il fenomeno degli hooligan.

Adesso che le evidenze dimostrano l’esistenza di un’organizzazione “hooligans 2.0” a livello europeo, le sue parole si dimostrano molto realistiche. L’altra sera mi trovavo in compagnia di un diplomatico italiano che a casa sua riceve Sky e assieme al quale seguivamo una “fiction” di successo. Il suo commento, anche se poco diplomatico, mi pare sintetizzi ottimamente la situazione:

A gente come questa, Gomorra jè fa nà pippa…

Gomorra a Belgrado ultima modifica: 2017-12-18T12:25:52+00:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento