La suggestione del NanoMondo

La materia nelle dimensioni nanometriche diventa arte. Una mostra a Venezia
scritto da FRANCO AVICOLLI

Esiste un piano sul quale la scienza e l’arte, l’una autoreferenziale e oggettiva, e l’altra, soggettiva e dagli umori cangianti, possono stabilire un qualche utile dialogo? E perché mai dovrebbero?

Sono domande che nascono dalle immagini della mostra “Il fascino del NanoMondo/ The fascination of NanoWord”, realizzata recentemente da Micromega Arte e Cultura di Venezia. che offre una visione della materia non allineata all’oggettività delle leggi che ne regolano i comportamenti. Le cinquanta foto esposte, rese possibili dal microscopio a scansione di sonda e dal suo simile a forza atomica, consentono di vedere la materia nelle dimensioni nanometriche – un nanometro corrisponde ad un miliardesimo di metro – a partire dal suo studio funzionale raccolto in un’informazione scientifica denominata “scala di grigi”.

Su questa mappa o topografia viene effettuato un intervento selettivo di colorazione secondo i criteri soggettivi degli autori. Il passaggio arbitrario trasforma la scala di grigi autoreferenziale, in immagini cui i colori danno movimento e forma e che qualcuno chiama NanoArt, un linguaggio che rende visibile ciò che fa la scienza.

Il fisico russo Stanislav Leesment, che ha illustrato la mostra essendo autore della maggior parte delle opere, ha sottolineato che “la bellezza del mondo macroscopico è un’eco che proviene dalle sottilissime retrovie del mondo nanoscopico”, segnalando così una valenza della materia definita dalla percezione umana.

All’inaugurazione, era presente la scultrice Anastasia Bezruchko, anch’essa russa, con un’opera ispirata al famoso “Quadrato nero” di Malevič  di cui pareva riproporre il valore simbolico. La mostra è stata curata dal fisico padovano Giacomo Torzo, titolare dell’azienda di nanotecnologie “Lab Trek” di Padova, con il concorso di altre aziende russe e cinesi del settore. Vale la pena di ricordare che in apertura è stata premiata l’opera “Lo ione d’oro irrazionale” di Erica Jacob, fisica presso la Fondazione Bruno Kessler di Trento, risultata vincitrice di un concorso internazionale sulle immagini delle nanotecnologie promosso da un’azienda russa.

Erica Jacob

L’evento ha pertanto riunito scienziati e imprese che guardano alla materia anche da un punto di vista formale, con una visione più vicina alla variabilità della coscienza che all’oggettività delle leggi della scienza che, si sa, non ha l’abitudine di richiedere contributi alla riflessione umanistica e all’arte. La quale, dal suo canto ricorre da sempre alla materia con cui nel tempo ha tracciato un percorso virtuoso e alquanto fruttuoso.

Come si può notare ne “Il martirio di san Lorenzo” di Tiziano, ad esempio, che nelle due versioni realizzate dall’artista cadorino può essere indicata come una delle prime opere ad andare oltre la staticità della produzione pittorica del tempo. Qui, difatti, accade qualcosa che non nasce dalla storia che Tiziano narra. Si tratta di un complesso di artifici luminosi che fanno più parte della tecnica narrativa che della storia che racconta, di elementi che partecipano alla costruzione dell’opera fatti di una qualità che è della materia che diventa fonte di luce con la brace, le torce, lo squarcio nel cielo.

Essi illuminano la vicenda del martirio dall’interno e da più punti creando effetti e contrasti che danno al quadro un movimento che ne accentua il pathos in consonanza con martirio. Da Tiziano in poi la pittura si impossessa di queste proprietà e ne è buona testimonianza il Manierismo e poi le scuole e gli stili fino al Novecento, epoca in cui la materia viene chiamata ad esprimere tutte le proprie potenzialità espressive e formali, a dire che cosa è capace di fare, come si può notare con l’opera di Rothko, di Pollock, Tàpies, Burri, per nominarne solo alcuni.

Di fronte ai corpi di Stanislav Leesment e colleghi, ci si può domandare il significato che hanno o si vuole dare ad essi, se sono insensibili o se piangono, se vogliono essere altro da quello che sono, se sono felici, insomma se hanno un’anima e se vanno oltre la materia di cui essi sono fatti. O se sono prigionieri di un mondo concluso: sono le inquietudini di chi cerca un senso della vita, oltre che della materia, sono le stesse immagini che costituiscono l’informazione scientifica e che possono apparire in miriadi di modi diversi dando ad ognuno degli elementi infinitesimali che le compongono “un particolare colore ed illuminazione” di cui è responsabile l'”artista”.

Questo, ha spiegato Torzo, è quello che io chiamo “interazione tra natura, scienza e arte”. Questa collezione è quindi il risultato di un processo a tre fasi: la natura fornisce le nanostrutture, i ricercatori della scienza forniscono un’immagine delle nanostrutture, l’artista trasforma questa nelle immagini finali.

Alla fine del percorso, la materia diventa protagonista di una storia fatta di segmenti infinitesimali con i quali si racconta e che riconducono al corpo cui appartengono. E così la materia è una funzione formale di se stessa, esprime un sé nell’ambito di una certa quantità di combinazioni normalmente rappresentare con una sola formula chimica.

Nello stesso tempo, essa si mostra nella propria essenza con una propria qualità estetica e senza dover ricorrere alle forme degli oggetti che mediano la sua conoscenza.
Cosicché, alla ricerca delle possibilità della materia e del suo significato, questo inusuale e forse improprio rapporto con la coscienza sensibile, può evidenziare una qualità che non solo non allontana la materia dalle ragioni della scienza, ma addirittura diventa funzionale alla sua conoscenza e fruizione e la fa entrare nell’esperienza più generale non più circoscritta dall’esclusività della scienza, ma estesa alla storia e al ruolo di una soggettività inesplorata che apre alla possibilità di vincolo con l’essere in una valenza segnalata da Plotino nelle Enneadi secondo la quale “l’occhio non vedrebbe mai il sole se non fosse già simile al sole, né un’anima vedrebbe il bello se non fosse bella”.

Con queste immagini lo scienziato riesce a darsi un ruolo di creatore appartando il protagonismo di una materia esclusivamente dominata da leggi, ed esplorando una dimensione evidente, ma ignota alla quale, come direbbe Rilke, fa dire quello che lei stessa non sa. Assieme, lo scienziato si scopre in un ruolo che aveva trascurato e che lo porta a rinsaldare e confermare una rapporto che era divenuto in un certo senso di routine. E così, mentre trova una qualità della materia che non aveva considerato, finisce per scoprire una propria qualità che rinnova il rapporto e amplia la possibilità della ricerca che ora lo aiuta cercare nella materia risposte a domande che porta dentro o a dare forma alle inquietudini, o a proseguire su altri piani la sperimentazione.

Sotto questa luce, la mostra finisce per suggerire un limite del valore escludente che vede nella scienza solo proprietà oggettive e ciò proprio in un tempo in cui si assiste al trionfo di tutto ciò che viene legittimato in nome di una oggettività che obbliga, per esempio, ad arrendersi alle regole appunto “oggettive” del mercato che resistono per tale valenza, anche se penalizzano la qualità della vita.

Perciò questo percorso che mostra la materia in una veste insolita cucita dall’arbitrio, può essere ragione di una virtuosa riflessione. Le immagini dicono difatti che c’è spazio per pensare ad un viaggio nella materia oltre la sua utilità funzionale e le sue stesse leggi, e che la ricerca per quanto sia autoreferenziale, non è partenogenetica perché non ha la forza di generarsi da sola e potrebbe inaridirsi senza un rapporto dinamico con l’essere.

Sullo sfondo appare la figura tragica di Narciso che si consuma e muore non esattamente per amore di se stesso, ma perché non può dare corpo a quell’amore, non potendo essere nello stesso tempo soggetto e oggetto di un amore perciò impossibile. Nei pressi dello stagno dove egli si specchia e prende coscienza di un sé che non può essere doppio, Eco, che cercò invano il suo amore, è sasso, materia passiva e testimonianza di un amore che per ragioni opposte, ma che, per lo stesso meccanismo che rifiuta o rende impossibile il rapporto, si inaridisce e diventa inerte.

“La bellezza salverà il mondo”, dice il principe Miškyn ne L’idiota di Dostojevskij, e pare proprio un pensiero necessario del nostro tempo.

La suggestione del NanoMondo ultima modifica: 2017-12-18T14:03:55+00:00 da FRANCO AVICOLLI

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