I Baili veneziani. Passato e presente

Il confronto consente di vedere somiglianze e differenze, ma aiuta anche a capire se il “bailaggio” è l’archetipo della moderna ambasciata e se l’antico Bailo può essere ritenuto il predecessore dei moderni ambasciatori
scritto da GIANPAOLO SCARANTE

Gianpaolo Scarante ha concluso la sua carriera di ambasciatore rappresentando la Repubblica italiana in Turchia, dove l’Italia, come molte altre nazioni, dispone di due residenze per il capo della sua missione diplomatica, ad Ankara e a Istanbul. Quella della metropoli sul Bosforo è Palazzo di Venezia, antica sede diplomatica del Bailo, l’ambasciatore della Serenissima a Costantinopoli. In una conferenza organizzata e ospitata dal  Caffè Florian, Scarante ha raccontato la sua esperienza diplomatica in Turchia, connettendola con quella dei suoi antichi predecessori della Repubblica.

I Baili veneziani sono personaggi che emergono dalla storia della Serenissima con grande autorevolezza, sia per la loro prosa diplomatica considerata esemplare, sia per l’acutezza di giudizio delle loro lettere e relazioni.

La mia nomina ad ambasciatore della Repubblica italiana in Turchia mi ha consentito un’esperienza straordinaria, quella di vivere “dall’interno” questa storica figura e di sentirmi quasi in linea di continuità con quella lontana istituzione.

L’ambasciatore della Repubblica italiana non è ovviamente il Bailo della Serenissima, troppe le differenze, troppi i secoli che ci separano dai tempi più felici e prestigiosi del bailaggio veneziano.

Ma anche in quest’epoca l’ambasciatore d’Italia che vive in Turchia e spesso risiede a Istanbul, l’antica Costantinopoli oggi la capitale economica e culturale del paese, non può non confrontarsi con la storia di questo personaggio, soprattutto se l’ambasciatore è veneziano, come è il mio caso.

Moltissime infatti sono le emozioni, le suggestioni storiche che si vivono a Istanbul e altrettante sono le motivazioni reali e concrete che rimandano il pensiero a quegli antichi predecessori sul Bosforo.

La città che più mi ricorda Venezia è Istanbul, città “sorella” la definirei. L’acqua la circonda su tre lati, il Bosforo, il mar di Marmara e il Corno d’oro e questo fa sì che le strette e lunghe calli dell’antica Pera, oggi Beyoğlu, dove passeggiavano i baili, si concludano sempre verso l’acqua, come sulla laguna.

Le moschee di Istanbul erano spesso in precedenza luoghi di culto bizantini e sono tutt’ora piene di reperti dell’impero. Esse ricordano le atmosfere delle chiese di Venezia, anch’esse piene di marmi, colonne, statue, e iscrizioni che provengono proprio da Costantinopoli.

Palazzo Venezia è situato nel quartiere di Beyoğlu, all’interno del parco di Palazzo Venezia, ex Ambasciata della Serenissima e attuale residenza in loco dell’Ambasciatore d’Italia ad Ankara

Non vi sono solo emozioni, anche fatti concreti e reali che rimandano alla lunga storia dei Baili di Costantinopoli. L’ambasciatore d’Italia ha come sua residenza a Istanbul l’antico “Palazzo Venezia”, dove dalla metà circa del Cinquecento risiedevano i nostri Baili. Un palazzo molto bello e molto veneziano, con leoni in pietra, e busti di Dogi. L’edificio si trova nel quartiere di Beyoglu che in turco significa “figlio del Bey” e prende il nome dal veneziano Alvise Gritti, consigliere di Solimano il Magnifico, che colà risiedeva e che appunto era figlio del Doge Andrea Gritti eletto nel 1523.

Alla luce di tutto questo, con un po’ di razionalità e un po’ di emozione, vorrei percorrere la figura del bailo di Venezia a Costantinopoli, facendo un’operazione credo non usuale, affiancandola cioè a quella del moderno Ambasciatore della Repubblica italiana.

Il confronto consentirà di vedere somiglianze e differenze, ma servirà anche a capire se il “bailaggio” inventato da Venezia è l’archetipo della moderna ambasciata e se l’antico Bailo può essere ritenuto il predecessore dei moderni ambasciatori.
Inizio dai Baili: chi erano, come venivano scelti e cosa facevano.

Il Bailo, dal latino “bailus” il reggitore, era un esponente della nobiltà veneziana educato per assumere cariche pubbliche, al quale veniva affidata attraverso un complesso sistema di selezione, formale e informale, per un periodo di circa due anni, la carica di maggior prestigio nel cursus honorum della nobiltà della laguna, cioè quella appunto di Bailo a Costantinopoli. Carica non solo prestigiosa, ma con contenuti concreti molto importanti, di natura politica, economica, amministrativa e giuridica.

Egli era di fatto un governatore con ampi poteri su un’importante area dell’Egeo, da lui dipendevano altri baili e altre autorità veneziane (nel Negroponte, a Lajazzo, a Acri, a Corfù, il Duca di Creta, i castellani di Modone e Corone, il Console di Tessalonica) in una vasta e nevralgica zona del dominio della Serenissima.

Egli era il punto di riferimento unico, con funzioni di coordinamento, per tutti i veneziani che avevano in corso commerci con il levante; amministrava la giustizia per i suoi concittadini ed era responsabile della comunità veneziana residente. Era anche la voce della Repubblica con il sultano e dal sultano riceveva messaggi da trasmettere a Venezia.

Il suo incarico più profondo e complesso era quello di osservare e di prevedere le linee di sviluppo della politica estera ottomana, in particolar modo quelle che coinvolgevano gli interessi vitali della Serenissima.

Il Bailo partiva con una lettera di istruzioni e concludeva la sua missione con una relazione letta solennemente in Senato.

La funzione si è venuta sviluppando e affinando nel corso dei secoli seguiti all’instaurazione del Regno Latino dopo la Quarta Crociata. Dal 1453 diventa veramente un vero e proprio ambasciatore nel senso moderno del termine, lo snodo funzionale delle relazioni fra due stati che hanno profondi interessi da coniugare.

L’esigenza funzionale profonda che esprime la figura del bailo è moderna e attuale: la gestione professionale e con carattere di continuità di rapporti interstatali e internazionali complessi. Rapporti cioè non più puntuali o legati a particolari momenti storici, ma aventi carattere globale. E questo perché l’istituto del Bailo era espressione di uno Stato, tra i pochi di allora, che aveva esigenze funzionali veramente moderne, un impero non ideologico ma strutturato in funzione della sua ragion d’essere, il commercio internazionale. Sotto questo profilo la figura del Bailo è veramente espressione delle forze profonde che muovono la politica estera veneziana.

Il Bailo Zuliani (1785)

E gli ambasciatori della Repubblica italiana ?

I moderni ambasciatori vengono scelti per concorso pubblico che di fatto sostituisce il cursus studiorum dei nobili veneziani. È un corpo di funzionari dello Stato unico e specifico, regolato normativamente nella sua progressione di carriera sino all’assegnazione degli incarichi di ambasciatore all’estero.

Qui subentra un meccanismo formale e informale, come nel caso del Baili: di fatto è una scelta dell’esecutivo su indicazione del ministro degli esteri.
I nostri ambasciatori partono anch’essi con una lettera di istruzioni, anche se meno dettagliata di quella dei loro antichi predecessori, e terminano con un rapporto di fine missione indirizzato al ministro degli esteri e distribuito a tutti i ministri del governo.

Cosa raccontavano i baili?
Innanzitutto colpisce la ricchezza di dettagli delle loro lettere e relazioni, la descrizione minuziosa e acutissima delle persone ma anche degli oggetti e delle cose. Marcantonio Barbaro, bailo che vive a Costantinopoli dal 1567 al 1573, un periodo eccezionalmente lungo e delicato, nella sua relazione al Senato nel 1573 al suo rientro descrive la potenza militare dell’Impero con minuziosa precisione e racconta i rapporti politici interni fra Mehmet Pascià e Selim II.

Ma anche – e qui l’attualità del tema è sorprendente – del ruolo che riveste l’interpretazione del Corano nella società ottomana, delle sue due diverse interpretazioni che egli chiama araba e persiana e delle loro ripercussioni sulla politica estera dell’Impero: di fatto descrive il conflitto tra sciiti e sunniti oggi di drammatica attualità.

Nel 1573 gli succede un bailo di grande valore, Antonio Tiepolo. Giunto a Costantinopoli, il Barbaro, il Tiepolo ed il Senatore Andrea Badoero vengono ricevuti in udienza dal Sultano.

Tiepolo descrive tutto quello che nota entrando nel Palazzo del Topkapi, guardie, servitori, decorazioni, architettura, marmi e loro composizione e colori, mobilio, arredi con tutti i dettagli. Quando arriva in presenza del Sultano descrive fotograficamente la sala dell’incontro, il luogo dove siede il sultano, i suoi collaboratori, i vestiti, le varie fasi del colloquio. Insomma diremmo oggi racconta il contesto, fa vedere a chi ascolta quello che non poteva vedere per la mancanza di mezzi di comunicazione, per l’assenza della civiltà dell’immagine in cui oggi noi siamo immersi.

I contenuti più strettamente politico-diplomatici vengono raccontati con immagini sofisticate e efficacissime. Sempre il Barbaro nel 1573, fa un po’ la storia della sua missione e dice

Ricordo che quando io arrivai a Costantinopoli il negoziato con i Turchi era simile a chi giocava con una palla di vetro, che quando il compagno la manda con forza, non bisogna violentemente ribatterla ma nemmeno lasciarla cadere in terra.

Ma incredibilmente la stessa attenzione e precisione riservata ai temi diplomatici, si rivolge anche ai dettagli della vita quotidiana dei turchi spesso guardati con tono un po’ scandalizzato.

Costantino Garzoni, un cugino del Tiepolo, scriveva

Hanno i Turchi costumi molto differenti dai nostri, anzi molti bisogna dire in tutto contrari, come i morti a seppellire senza luminarie, vestirsi con la camicia fuori dal calzone e tante altre.

Gianfranco Morosini nel 1585 (1582-1585) a sua volta notava un po’ tra lo stupito e lo scandalizzato

Non vogliono passeggiare mai, anzi si burlano quando veggono cristiani a farlo e dicono che sono pazzi a camminare senza necessità.

Insomma le lettere dei baili veneziani descrivono un mondo completo, la grande politica ma inserita in un mondo reale fatto di persone, di abitudini e d’usi spesso diversi e giudicati strani, verso cui non si nasconde la diffidenza.

I Baili sono veramente l’espressione di un mondo e di un sistema politico portatore di un perfetto equilibrio interno, quello della Serenissima, dove i grandi interessi economici coincidevano con l’intesse generale dello stato.

E oggi gli ambasciatori moderni cosa raccontano?

In un mondo dove apparentemente tutti sanno tutto e le notizie circolano intensamente, gli ambasciatori devono o dovrebbero e raccontare quello che altri non dicono o non sono in grado di dire. Dovrebbero leggere nel profondo del paese per capire quali sono le forze che contano, per capire dove va, per vedere al di là del presente e di quanto appare.

Operazione non facile, perché il mondo delle relazioni internazionali oggi è molto più complesso, interdipendente e frastagliato di quello del passato antico e la sua decifrazione politica più ardua.

Gli ambasciatori oggi apparentemente scrivono molto. Sono migliaia i messaggi che partono e arrivano quotidianamente dal ministero degli esteri a Roma. Ma la maggior parte sono messaggi funzionali, amministrativi o in ogni caso connessi a esigenze burocratiche. I messaggi politici sono molti di meno e la loro prosa è generalmente meno chiara delle lettere dei baili.

Tintoretto, La caduta di Costantinopoli, 1580 c.ca Palazzo ducale, sala del Maggior Consiglio, Venezia

A titolo di esempio, riformulo due brevi passaggi tratti dal mio rapporto finale al ministro degli esteri nel marzo 2015. Un po’ come i baili al Senato, racconto la Turchia che lascio dopo più di quattro anni di missione.

(riferito al presidente Erdoğan, ndr) la società turca è ancora più divisa e polarizzata dal suo autoritarismo crescente. Stampa e giustizia imbavagliate possono preservare questa leadership dalle inchieste sulla corruzione, ma non creare un corpo sociale coeso e unito che possa portare avanti il “grande disegno politico” di Erdoğan che in queste condizioni appare in prospettiva in tempi più o meno lunghi destinato ad arrestarsi.

E inoltre:

Un crescente autoritarismo accompagnato da invasive pratiche di islamizzazione divide sempre di più il corpo sociale turco, rendendo il paese incerto e tormentato e mantenendolo nella sua storica incapacità di affrontare e soprattutto di risolvere i grandi temi della sua storia profonda, ad esempio la questione curda e quella armena, che sono destinate a restare aperte almeno nell’immediato.

Insomma, al di là della diversità di linguaggio, vi è il tentativo di interpretare la realtà e i suoi sviluppi, esattamente come facevano i baili, ma nell’assenza di dettagli e annotazioni diciamo di contesto. Non più necessarie in un mondo dove l’informazione è globale.

Resta attuale ed è questo credo il punto essenziale di continuità con la diplomazia veneziana, l’istituzione del bailo e la sua letteratura diplomatica, il tentativo di penetrare la realtà del paese per decifrarne le linee di sviluppo della sua politica, le forze profonde e le interazioni interne per cercare di prevedere possibili sviluppi in relazione agli interessi del proprio Paese.

Questo, al di là dei secoli trascorsi, credo sia l’impegno di fondo che accomuna moderni ambasciatori e antichi baili nelle loro missioni diplomatiche.

Immagini della conferenza tenuta il 6 dicembre 2017 da Gianpaolo Scarante al Caffè Florian [foto di Luciano Livio]

I Baili veneziani. Passato e presente ultima modifica: 2017-12-19T13:57:06+00:00 da GIANPAOLO SCARANTE

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1 commento

Sadaune Hélène 21 dicembre 2017 a 10:55

Bellissimo articolo, complimenti!

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