Migranti e italiani a rischio d’esclusione. Sulla stessa barca?

Un forum permanente che promuova analisi, strategie ed esperienze di cooperazione tra istituzioni e comunità del territorio su immigrazione e criticità per la popolazione residente. La proposta lanciata da un recente convegno a Mestre
scritto da NICOLETTA BENATELLI

La morte di Pateh, a Venezia, la ricordano tutti. A gennaio, quasi un anno fa, si è gettato nel Canal Grande, a due passi dal Ponte di Rialto. È morto affogato davanti a centinaia di persone. A nulla sono valsi i tentativi di lanciargli un salvagente. Questo ragazzo africano di 22 anni, non è morto durante i tanti naufragi nel Mediterraneo, a causa dei quali finiscono nell’abisso migliaia di migranti ogni anno.
Pateh è morto sotto i nostri occhi, per propria volontà, quando il suo sogno di una vita migliore – una volta arrivato in quella che era un tempo una ricca e accogliente Italia – si è infranto.

La vicenda di Pateh è un buco nero in una delle città che, fin dai tempi della Serenissima, è stata aperta all’accoglienza e alla multiculturalità. Perché a Venezia la ricchezza mercantile ha permesso per secoli di tollerare e gestire diversità di credo religioso e geografico, di estrazione sociale e culturale. Ma oggi cosa sta succedendo, non solo a Venezia, ma nel nostro paese?

Il destino della società italiana (ed europea) sembra votato a un pressoché ineluttabile processo di accoglienza di forti migrazioni provenienti da diversi continenti, in grado di portare progressivamente il nostro paese a ospitare una società mista, con la presenza di diverse comunità straniere stabilmente residenti e occupate nelle nostre città.

L’arrivo in Italia è un momento particolarmente delicato, ma presenta anche un’occasione unica di primo contatto e imprinting con richiedenti asilo e migranti, alcuni dei quali destinati poi a vivere nel nostro territorio.
L’imprinting è per certi versi reciproco, perché non riguarda solo migranti e richiedenti asilo che arrivano nel nostro paese, ma riguarda anche le reazioni degli italiani all’arrivo di questi stranieri.

Pateh Sabally, rifugiato gambiano di 22 anni, annegato il 21 gennaio scorso nel Canal Grande.

La prima fase – immediatamente successiva all’arrivo in Italia – è per i migranti un momento di disorientamento, di crisi, ma anche di curiosità e interesse verso l’organizzazione della nostra società. In questo senso, è un momento irripetibile che va colto mettendo in atto le strategie più efficaci e produttive per un buon approccio e una buona relazione di migranti e richiedenti asilo con la nostra società, anche per gli anni a venire.

D’altra parte, la società italiana sembra mostrare una profonda contraddizione. Di fatto il nostro paese accetta e integra bene un grande numero di lavoratori – impiegati ad esempio nelle nostre fabbriche (soprattutto nel Nordest) – ma fatica a trovare strumenti culturali e riferimenti valoriali davvero in grado di sostenere la piena collaborazione del paese con un progetto a lungo termine di società multiculturale.

In questo senso gioca un ruolo determinante la crisi in atto. Una crisi prima di tutto culturale, che mette radicalmente in discussione ogni paradigma di riferimento precedente.

Si mostrano insufficienti punti di riferimento, un tempo saldi, come partiti (addirittura la politica in generale) e istituzioni di ogni ordine e grado, con una crescente mancanza di fiducia dei cittadini nell’autorità. Anche quando vengono esercitate funzioni specifiche e necessarie, come ad esempio in ambito medico o scolastico. Inoltre, pochissimi organismi appaiono in grado di svolgere un ruolo sufficientemente adeguato per comprendere e affrontare i problemi attuali del mondo del lavoro.

Lo sgretolamento della fiducia mina dunque valori fondamentali come la religione, la politica, le regole della convivenza civile, i saperi consolidati, e via dicendo.

È evidente che i rischi di implosione della società sono davvero epocali se, a una crisi culturale di tale portata, si affianca una crisi economica senza precedenti, in grado di trascinare nella povertà ampie fasce della popolazione italiana appartenente agli strati più bassi e di indebolire fortemente anche le garanzie di base del ceto medio.

Ed è epocale anche lo scontro di civiltà e religioni quasi costantemente evocato, soprattutto dai media, creando così un contesto comunicativo che porta ad aggravare la percezione di pericoli.

Al Poliambulatorio di Emergency di Marghera si rivolgono molti migranti, ma non solo: circa un paziente su cinque è italiano.

Una questione prioritaria è senza dubbio la gestione degli arrivi e della prima accoglienza.

Ed è proprio in queste fasi preliminari di straordinaria importanza che è fondamentale gettare le basi per progetti di reale integrazione che potranno realizzarsi soltanto nel tempo e con una sinergia completa tra le istituzioni, gli organismi del privato sociale e le comunità che compongono la nostra società.

La proposta che qui vorrei illustrare prevede una serie di strumenti per creare un nuovo modello di intervento – con una variegata e strutturata gamma di attività – capace di dare vita a una nuova forma di collaborazione tra istituzioni, privato sociale e comunità.

La complessità delle sfide in atto – come sottolineato dal direttore della Caritas di Venezia, Stefano Enzo, al seminario Migranti e italiani sulla stessa barca?, promosso da cooperativa sociale Gea in collaborazione con associazione Donne medico e Camera penale veneziana, e tenutosi lo scorso novembre a Mestre (*) – costringe alla creazione di una rete autorevole in grado di divenire punto di riferimento condiviso per analisi, strategie e pratiche, oltre che di accoglienza, anche di integrazione reale per richiedenti asilo e migranti.

Il nuovo modello proposto dovrebbe prevedere collaborazioni tra tutte le istituzioni e il privato sociale.

L’obiettivo, però, è anche proporre una serie di attività che vadano oltre la mera accoglienza, e che implementino di fatto un nuovo modello di intervento che risponda alla questione cruciale del nostro tempo: le migrazioni, la sfida della società multiculturale e i processi di integrazione nella società italiana ed europea.

Sarebbe utile promuovere, progressivamente, un modello innovativo che abbia la struttura del Forum permanente, in grado di creare coordinamento e confronto costante e articolato con tutti i soggetti, dalle istituzioni al privato sociale.
Il confronto dovrebbe essere sviluppato a diversi livelli per coinvolgere tutti i soggetti impegnati nel campo: prefetture, questure, sindaci e assessori dei comuni, Caritas, associazioni socio sanitarie, sindacati, parrocchie, esperti e ricercatori dell’università e di altri enti di formazione, eccetera.

Date le precedenti considerazioni sull’attuale contesto politico, sociale ed economico, sarebbe necessario realizzare anche un’attività di formazione della comunità italiana alle sfide della multiculturalità e dell’integrazione; una formazione che abbia un approccio non ideologico, ma che deve partire dall’analisi delle problematiche emergenti.

E bisognerebbe quindi pensare seriamente alla creazione di un Osservatorio – che potrebbe essere costituito da comuni, privato sociale, Caritas, enti di assistenza, associazioni socio sanitarie, eccetera – capace di promuovere attività e iniziative concrete rispetto a due questioni che risultano cruciali per la coesione e la stabilità della nostra società: l’impoverimento progressivo e la precarizzazione del lavoro.

(*) Cooperativa sociale Gea ha organizzato il 16 novembre scorso – allo spazio Open Testolini, in via Torino a Mestre, nel cuore del quartiere che unisce università, studi professionali e la sede di uno dei quotidiani veneziani – un confronto pubblico dal titolo “Migranti e italiani sulla stessa barca? Da Lampedusa a Venezia, la salvaguardia dei diritti umani dei migranti e la protezione degli italiani a rischio di povertà ed esclusione sociale”.
L’evento è stato realizzato con la partecipazione di Camera penale veneziana “Antonio Pogici” e associazione Donne Medico di Venezia e ha coinvolto protagonisti ed esperti dell’accoglienza, istituzionali e di diversi settori.
Il seminario ha ottenuto il riconoscimento di due crediti formativi dall’Ordine dei giornalisti del Veneto.
La Caritas veneziana è una delle organizzazioni che più è attiva sulle frontiere del disagio, gestendo strutture di accoglienza e mense per i poveri. Stefano Enzo, direttore dell’autorevole ente diocesano, ha lanciato un grido d’allarme per la povertà che sta travolgendo tanti nostri concittadini che non hanno i soldi sufficienti per pagarsi cure e medicine. E a soffrire non sono solo gli anziani, ma anche giovani ventenni che non riescono a trovare lavoro e nemmeno forti punti di riferimento all’interno della famiglia. Anche i bambini sono a rischio quando i gentiori perdono il lavoro.
Fragilità delle relazioni, disoccupazione, scarsità di reddito, precarietà e difficoltà economiche diventano una miscela di dolore e bisogni che nessuna istituzione può fronteggiare più da sola. Per questo, secondo Enzo, serve più che mai creare una solida rete di scambio di informazioni, esperienze e proposte.
La difficoltà di accesso alle cure da parte di molti italiani è stata sottolineata anche da Emanuela Blundetto, medico di medicina generale e vice presidente dell’associazione Donne Medico di Venezia: “Tante persone, di ogni età, faticano ad arrivare a fine mese e a pagarsi farmaci e ticket per le visite. La precarietà lavorativa è impressionante, non soltanto tra i giovani” ha spiegato. “Per quanto riguarda gli immigrati, invece, ci troviamo spesso da soli a fronteggiare tutte le difficoltà dei diversi approcci culturali; ritengo che sarebbe necessario poter contare su mediatori culturali in grado di aiutarci nella relazione con il paziente straniero”.
Per l’avvocato Monica Gazzola, della Camera Penale veneziana, è cruciale applicare sempre la Costituzione a tutela dei diritti fondamentali delle persone, italiani e stranieri, e fare chiarezza tra le normative vigenti spesso in contraddizione tra loro.
Giovanni Leoni, presidente dell’Ordine medici di Venezia, ha partecipato all’incontro valorizzando l’impegno deontologico del medico a curare tutti e a spendersi per favorire la solidarietà verso i più deboli:“Noi occidentali abbiamo delle responsabilità verso continenti come l’Africa che sono stati sfruttati per secoli” ha evidenziato. “Ora dovrebbe essere il tempo di una seria e strategica politica europea a sostegno dello sviluppo dell’economia africana”.
Viviana Zanoboni, presidente dell’associazione Donne Medico, ha concluso affermando che l’impegno degli operatori socio sanitari inizia sempre dall’ascolto profondo del dolore dell’altra persona. Il dolore trasforma, e può diventare anche lievito di nuove e fondamentali iniziative di aiuto concreto.

Senza confini.

Migranti e italiani a rischio d’esclusione. Sulla stessa barca? ultima modifica: 2017-12-22T16:31:08+00:00 da NICOLETTA BENATELLI

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