Si fa presto a dire “andiamo in Niger”

Il più grande paese di transito di migranti è un'immensa terra di nessuno dove a farla da padroni sono miliziani jihadisti, tribù in armi e organizzazioni criminali. I nostri militari andranno dunque in uno dei punti più esposti dell’“Africanistan”. Definirla una missione a rischio è un eufemismo.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

L’intenzione è nobile: contrastare il terrorismo jihadista e i trafficanti di esseri umani, gli spregevoli schiavisti del terzo millennio. Ma la strada della politica estera, soprattutto quando si fa forte dello strumento militare, è lastricata di “buone intenzioni” trasformatesi, alla prova dei fatti, in immani tragedie.

Si fa presto, allora, a dire: “andiamo in Niger”. La scelta operata dall’Italia, sia chiaro, non è contraria al sempre citato, ma solo in parte, articolo 11 della Costituzione. Nell’intento illustrato dal presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, non si può leggere alcun proposito neocolonialista. Il punto è un altro: è avere ben chiaro, in particolare l’opinione pubblica, dove i nostri militari stanno per mettere piede.

Non è “solo” il più grande Paese di transito di migranti. Il Niger è anche altro: una immensa terra di nessuno dove a farla da padroni, in una parte significativa dell’immenso territorio, sono miliziani jihadisti, tribù in armi e organizzazioni criminali che fanno del traffico di esseri umani il loro core business.

Su questa area cruciale del “corridoio libico” sono passati, solo nel 2017, oltre trecentomila migranti destinati a riempire le tasche di criminali e signori della guerra che spopolano sulla rotta del Mediterraneo. L’Italia, ha puntualizzato Gentiloni, è impegnata nel contrasto degli schiavisti del Terzo Millennio e a questo scopo nei prossimi mesi invierà in Niger una parte del contingente militare attualmente impiegato, con funzioni di addestramento, in Iraq: quattrocentosettanta militari.

In Italia il dibattito è aperto. Ma prima di prendere posizione, pro o contro, forse sarebbe bene sapere in che realtà i nostri militari andranno a operare (altra cosa è con quali regole d’ingaggio).

Le organizzazioni europee per la difesa dei diritti umani si occupano in genere dei diritti di libertà (di stampa, di espressione, di manifestazione ecc.). Qui in Niger abbiamo compreso che la varietà dei diritti negati è molto più ampia e ricomprende prima di tutto quelli elementari alla sopravvivenza, alla salute, all’istruzione, al lavoro, all’energia e, perfino, allo stato civile (dal momento che solo il trenta per cento dei bambini è registrato alla nascita). L’insicurezza alimentare è il primo problema del Niger. Il Paese si colloca all’ultimo posto (182° su 182) nell’indice Pnud 2009 dello sviluppo umano. E tutte le cifre sono spaventose: il reddito medio per abitante è di 627 dollari all’anno, la speranza di vita è di 50,1 anni, il tasso di mortalità infantile è altissimo, quello di scolarizzazione bassissimo…,

documenta Nicola Quatrano su Osservatorio internazionale dei diritti. E ancora:

Precarietà e disoccupazione sono generalizzate e ognuno è costretto a darsi vorticosamente da fare, nei modi più vari, per mettere insieme il pasto della sera. Niamey, la capitale, è un immenso mercato, dove ogni marciapiede, ogni spazio, è occupato da venditori, che sembrano essere di gran lunga più numerosi degli acquirenti. Moltissimi bambini, anche piccolissimi, chiedono l’elemosina, la maggior parte sono figli di famiglie povere che sono stati affidati a un marabutto (una sorta di sacerdote, titolare di una scuola coranica) e sono costretti dal loro “maestro” a mendicare. Chi non porta la somma pattuita resta senza mangiare, o addirittura viene percosso. Ma è possibile assistere ad altre scene tremende: i redattori del giornale “Alternative” hanno raccontato di avere incontrato delle donne (tra cui Aissa, settant’anni) che fanno ogni giorno diversi chilometri a piedi per recarsi nella discarica della fabbrica di riso di Tillaberi, dove passano la giornata a cercare qualche grano di riso che potrà servire a preparare il pasto della sera…

 

L’economia si basa per l’ottanta per cento sull’agricoltura di sussistenza e l’allevamento del bestiame. Ma l’agricoltura in Niger è costretta a lottare contro molte insidie: siccità e inondazioni, scarsa qualità del terreno, mercati sottosviluppati in tema di sementi e fertilizzanti, povertà dei pascoli. Con circa il sessanta per cento della popolazione che vive sotto della soglia di povertà, i consumi alimentari delle famiglie sono un grave problema legato alle stagioni. Per molti abitanti del paese l’insicurezza alimentare e la fame sono croniche. I tassi di malnutrizione sono altissimi: la piaga colpisce circa il quaranta per cento dei bambini, e la malnutrizione acuta grave raggiunge un allarmante dieci per cento.

Il Niger è il paese dove i bambini sono maggiormente minacciati ed esposti a rischi per la loro vita e il loro sviluppo, seguito da Angola, Mali, Repubblica Centrafricana e Somalia, documenta Save the Children, nel nuovo rapporto “Infanzia rubata”, il primo Indice globale sull’infanzia negata nel mondo, presentato il primo giugno 2017.

Chi ha fame – sottolinea un missionario che da anni vive in Niger – non si ferma con gli eserciti, ma con lo sviluppo.

Che in questo abisso senza fondo di miseria e degrado possano attecchire jihadisti e trafficanti non dovrebbe destare sorpresa.

Nel 2017, ricorda Amnesty International nel suo rapporto annuale sullo stato dei diritti umani e civili nel mondo, è proseguito il conflitto armato, in particolare nella regione sudorientale di Diffa, dove la maggior parte degli attacchi è stata compiuta dal gruppo armato Boko Haram.

Almeno trecentomila persone necessitavano di aiuti umanitari, a seguito dei combattimenti e del prolungato stato d’emergenza.

Oltre millequattrocento sospetti membri di Boko Haram erano in carcere, per lo più trattenuti per lunghi periodi in detenzione preprocessuale, in condizioni deplorevoli e a rischio di tortura.

Militari italiani in Iraq

I diritti di rifugiati e migranti in transito nel Niger sono stati violati. A fine 2016, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha), nella regione di Diffa, almeno 300.000 sfollati necessitavano di assistenza umanitaria. Questi comprendevano oltre 184.000 sfollati interni del Niger, 29.000 cittadini nigerini rientrati nel paese e 88.000 rifugiati nigeriani.

Molti vivevano in condizioni deplorevoli all’interno di accampamenti improvvisati. La situazione d’insicurezza ha bloccato l’accesso a beni di prima necessità e a servizi essenziali come cibo, acqua e istruzione, mentre il perdurare dello stato d’emergenza ha ostacolato le attività economiche. Il Niger accoglieva nelle regioni di Tillabéri e Tahoua almeno sessantamila rifugiati del Mali, anch’essi bisognosi di assistenza.

Il numero delle persone che transitavano attraverso il Niger, nel tentativo di raggiungere l’Europa – rimarca AI – è continuato a crescere nel 2017 e Agadez è divenuta il principale nodo di transito per i migranti provenienti dai Paesi dell’Africa Occidentale.

Ad Agadez, denunciano i quindici sindaci della regione, non è stato fatto nulla per offrire alternative al business dei migranti.

Questi ragazzi si sono fidati di noi e hanno smesso di trasportare persone in Libia. Si aspettavano alternative, come promesso dall’Europa, ma ancora non abbiamo visto niente,

si legge in un comunicato diffuso lo scorso aprile.

I sindaci inseriscono poi una critica radicale al metodo della cooperazione allo sviluppo europea.

Le agenzie europee gestiscono i loro progetti senza coinvolgerci. Si comportano come se non esistessimo. I paesi che fanno partnership con le nostre autorità devono capire che non si può fermare il traffico di migranti se non si coinvolge la gioventù locale, se non coinvolgono noi.

A ottobre, uno studio condotto dall’Iom ha rilevato che il settanta per cento delle persone arrivate in Italia via mare, molte delle quali erano transitate in Niger, era stato vittima della tratta di esseri umani o di sfruttamento, comprese migliaia di donne e ragazze costrette a prostituirsi in Libia o Europa.

Militari italiani coinvolti nell’addestramento delle truppe irachene

Nonostante l’approvazione nel 2015 di una legge contro la tratta, poco è stato fatto per prevenire questa pratica in Niger. Dopo l’annuncio del premier italiano in molti si sono cimentati nell’“arte”, si fa per dire, degli strateghi o dei geopolitici. Nella stragrande maggioranza in Niger non hanno messo mai piede.

A differenza di Luca Raineri un ricercatore presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che ha svolto diverse ricerche sul campo per lo più nel Sahel, in Mali, in Niger e nel Senegal. Questa la sua riflessione:

L’industria del traffico di esseri umani contribuisce all’aumento del reddito del Niger e alla stabilità del suo attuale Governo. Ad esempio, si dice che le società di autobus – che sono strettamente legate al contrabbando di esseri umani – appoggino l’attuale governo. Così, qualora quest’ultimo volesse interrompere tale traffico, queste persone – che sono molto potenti e rappresentano, forse, la fonte di economia più importante del Paese, indirizzerebbero altrove il loro sostegno, il che comprometterebbe la stabilità del regime. Inoltre, coloro che guidano le auto, i pullman e i furgoni con a bordo i migranti attraverso la città di Agadez, alle porte del Sahara, sono spesso anche le stesse persone che alcuni anni prima prendevano parte a insurrezioni e rivolte. Pertanto, si capisce come il Governo non abbia intenzione di lasciare questi individui senza lavoro, nonostante non svolgano la loro attività in modo legale. Il terzo elemento – prosegue Raineri – che vale la pena sottolineare è che anche l’esercito, approfittando dell’industria del traffico umano, sta facendo tanti soldi. Un esempio di questo fiorente mercato è dato dall’applicazione di una tassa che viene fatta pagare a tutti coloro che passano sulle principali rotte di contrabbando nel Paese. Il Niger, in realtà, è una nazione in cui hanno avuto luogo diversi colpi di Stato, cinque o forse di più, e tutti hanno provocato il rovesciamento dei precedenti regimi. Da questo si può capire quanto sia fondamentale la stabilità dei poteri al fine di assicurare la tranquillità del sistema di sicurezza. Ed è dunque, forse, questo il motivo per cui coloro che sono al potere vedano il perpetrarsi di tale istigazione sistematica alla corruzione o ad attività di traffico, a scapito dei migranti, come una sorta di male minore rispetto a un’eventuale destabilizzazione del Paese….

Considerazioni che portano ad una prima conclusione: in Niger, come in Mali, e negli altri paesi dell’Africa subsahariana o subsaheliana di origine e di transito di migranti, pensare di contrastare i trafficanti e i loro alleati jihadisti senza attivare nel contempo progetti volti a migliore le condizioni di vita della popolazione locale, più che un’illusione appare un pericoloso azzardo.

Tanto più alla luce del fatto che i nostri quattrocentosettanta militari dovranno non solo assistere le forze nigerine nel training ma compiere anche missioni più dirette, come “attività di sorveglianza e controllo del territorio”. E controllo e sorveglianza implicano azioni molto impegnative. Frase generica che implica molto lavoro, piuttosto impegnativo.

Inizialmente gli italiani – potrebbero essere i parà della Folgore i primi a partire – lavoreranno a Niamey insieme ai francesi, presenti nell’area del Sahel con gli oltre tremila militari dell’operazione “Barkhane”. A Barkhane partecipano anche le forze armate di cinque ex-colonie francesi (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger).

Si tratta di una regione dove è forte e radicata la presenza di milizie jihadiste, che vanno ben oltre l’Isis, che nelle aree di frontiera tra Niger, Libia e Algeria (a ovest) e Niger, Libia e Ciad (a est) hanno assorbito i reduci delle lunghe battaglie algerine e ha sfruttato la frammentazione della Libia per rafforzarsi e diventare sempre più insidioso.

Il contingente italiano dovrebbe sostituire la guarnigione francese che presidia l’avamposto Madama, un vecchio fortino della Legione Straniera a poca distanza dalla frontiera libica.

I nostri militari andranno dunque in uno dei punti più esposti dell’“Africanistan”, un’area dove sono in corso circa trentacinque guerre dalle quali fuggono milioni di disperati. Definirla una missione a rischio è un eufemismo.

Si fa presto a dire “andiamo in Niger” ultima modifica: 2017-12-31T18:40:04+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento