Dietro lo schermo della Rai

Carlo Calenda e Matteo Renzi ai ferri corti sul canone televisivo. Ma qual è il gioco del ministro dello sviluppo?
scritto da ALDO GARZIA

Molto benvoluto dalla tecnocrazia europea di Bruxelles, inclassificabile politicamente, un po’ tecnico e un po’ politico moderato pur inflessibile (vedi la gestione del caso Ilva di Taranto), Carlo Calenda non ha ancora deciso con chi presentarsi alle elezioni del prossimo marzo. Non avere uno scranno in parlamento può rivelarsi tuttavia una chance in più per aspirare a ruoli di primo piano in caso di impasse istituzionale e di maggioranze trasversali centrodestra/centrosinistra.

Classe 1973, laureato in giurisprudenza, figlio del giornalista Fabio Calenda e della regista Cristina Comencini, l’attuale ministro per lo sviluppo economico è descritto a furor di media come l’uomo nuovo del centrosinistra (più di centro che di sinistra), addirittura in lizza con Gentiloni per dirigere un governo di “larghe intese”, o “tecnico”. In effetti, ha alle spalle una carriera brillante nei posti giusti.

Nel 1998 è responsabile per la Ferrari della gestione delle relazioni con le istituzioni finanziarie, poi passa a Sky dove diventa capo marketing. Dopo va a lavorare in Confindustria, dove è nominato direttore dell’area strategica e affari internazionali durante la presidenza di Luca Cordero di Montezemolo, già incrociato alla Ferrari e con cui ha stabilito una sintonia manageriale e politica.

La tentazione della politica arriva per Calenda nel 2013, quando diventa coordinatore dell’associazione Italia Futura, la meteora fondata da Montezemolo con l’illusione tecnocratica di poter condizionare partiti e leader. Nello stesso anno si candida alle elezioni nella lista di Scelta civica capeggiata da Mario Monti, altra meteora politica. Non viene eletto. Nel maggio dello stesso anno Calenda è nominato vice ministro dello Sviluppo economico nel governo Letta, in seguito viene confermato in questo ruolo dal governo Renzi con in più la delega al commercio estero. Nel febbraio 2015 lascia Scelta civica e annuncia l’intenzione, che non avrà seguito, di iscriversi al Pd, forse sogno svanito per Renzi che voleva segnali di sfondamento al “centro”.

La scalata della piramide da parte dell’ambizioso Calenda non si ferma. Nel gennaio 2016 è nominato rappresentante dell’Italia presso l’Unione europea. La scelta suscita le proteste del corpo diplomatico della Farnesina che avrebbe voluto, da tradizione, un non politico in quel ruolo. Nel maggio 2016 è nominato ministro dello sviluppo economico nel governo Renzi in sostituzione della ministra Guidi, dimissionaria. In seguito è confermato in quel ruolo di prestigio nel governo Gentiloni.

Ultimamente non mancano gli screzi con il Pd (vedi ancora una volta la vicenda Ilva e il dissenso con Emiliano, governatore piddino della Puglia). L’ultima querelle parte da una boutade di Renzi: la proposta di abolire il canone Rai a cui sta pensando il segretario Pd sarebbe infatti per Calenda una “partita (presa) di (in) giro”. Aggiunge il ministro in un twitter:

Spero che l’idea di abolire il canone Rai sostituendolo con un finanziamento dello stato non sia la proposta del Pd per la campagna elettorale.

Aveva scritto Renzi su twitter:

#CanoneRai prima del nostro governo aumentava ogni anno. Nel 2014 era a 113. Adesso è a 90. Pagare meno, pagare tutti. Si può garantire servizio pubblico abbassando i costi per i cittadini: abbiamo iniziato a farlo, continueremo.

Calenda non ci sta e replica in stile twitter:

Se si vuole affrontare la questione del canone, allora si ragioni su privatizzazione Rai. Altrimenti è presa in giro… Il messaggio “levo il canone ma finanzio con fiscalità generale’”gioca su uno dei grandi problemi dell’Italia: considerare i soldi dello Stato qualcosa che non ha a che fare con i soldi dei cittadini.

Michele Anzaldi, deputato Pd famoso per gli autogol in materia di informazione, una sorta di Niccolai dei campi di calcio, segretario della Commissione di vigilanza Rai, esulta per la proposta del suo segretario:

Per la prima volta nella storia della Rai, grazie al governo Renzi il canone è diminuito, passando da 113,5 a 90 euro. Un taglio senza precedenti. È questo che il ministro Calenda farebbe bene a rivendicare, non una semplice modifica alla modalità di pagamento.

Interviene pure Pietro Grasso, insperato leader della lista Liberi e uguali:

Ormai se ne sparano tante, questa del canone mi sembra una come tante altre: non si può valutare un problema in questo modo, senza approfondirlo e valutarne le conseguenze.

Intanto, il “tecnico” Calenda riscalda i motori. Non si mai…

Dietro lo schermo della Rai ultima modifica: 2018-01-06T17:35:11+00:00 da ALDO GARZIA

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