“Sessantotto, fine di una civiltà. Ora è il tramonto dell’Occidente”. Parla Massimo Donà

“Il contributo dei pensatori di quegli anni non è esaurito, anche se ciò che stava accadendo era l’ultima fase di una civiltà. Ora ci vorrebbe un grande pensatore in grado di descrivere il caos all’interno di nuove categorie”, sostiene il filosofo veneziano.
scritto da Matteo Angeli

A cinquant’anni dal Sessantotto, cosa resta di quell’esperienza così tanto influenzata dai pensatori di allora? E, poi, qual è oggi il rapporto tra politica e filosofia? Chi sono i pensatori a cui fanno riferimento i politici italiani?
Lo abbiamo chiesto a Massimo Donà, filosofo veneziano, ex allievo di Emanuele Severino e attualmente professore ordinario di filosofia teoretica presso la facoltà di filosofia dell’Università San Raffaele di Milano.

Massimo Donà al Festival della Politica, 8 settembre 2017

Professor Donà, a cinquant’anni dal Sessantotto, chi sono i pensatori di allora che potrebbero essere utili ancora oggi?
Forse quello più rilevante è Gilles Deleuze, perché ha saputo leggere tra le righe di quello che stava accadendo i segni di un qualcosa che avrebbe potuto rinnovare il pensiero filosofico e, più in generale, il modo di concepire il mondo. Tutto il pensiero cosiddetto rizomatico, chiaramente post-niciano, che Gilles Deleuze ha sviluppato, è corrispondente anche alla sua capacità di leggere nel naufragio di un’epoca i segni del nuovo.

E poi, vede altri pensatori rilevanti?
Poi c’è un altro grandissimo, Guy Debord, che non ha fatto solo filosofia ma si è anche dedicato al cinema. Fu fondatore del situazionismo, che ebbe riflessi anche in Italia, con, ad esempio, Mario Perniola.
In generale, i pensatori di quell’epoca che hanno da dire qualcosa ancora oggi sono quelli francesi, che alle origini avevano un orizzonte un po’ marxista, come Jean-Paul Sartre, con il suo esistenzialismo marxista.

In che modo il loro messaggio è ancora d’attualità?
Il loro portato non è esaurito, anche se in quel tempo ciò che stava accadendo era l’ultima fase di una civiltà. Hanno qualcosa da insegnarci perché a un concetto general generico di pensiero debole hanno tentato di contrapporre dei nuovi principi, delle nuove forme universali a cui provare ad aggrapparsi per trovare nuove vie.
In tal senso, sono più interessanti rispetto ai pensatori che vengono più direttamente dalla scuola di Francoforte, che con il loro pensiero democratico, comunitario, credono di poter risolvere i problemi attraverso la razionalizzazione. Questi sono fuori tempo massimo.
I pensatori francesi, invece, hanno capito che nel cuore della razionalità stava crescendo un virus che sarebbe esploso, producendo il caos attuale, dove è difficile trovare punti di riferimento nuovi.

Facciamo un salto al 2018, chi è secondo Lei il filosofo che oggigiorno potrebbe influenzare maggiormente la politica italiana?
La domanda è un po’ birichina. La vera risposta è: nessun filosofo.
La politica italiana ha bisogno di cose più basiche. La filosofia sarebbe utile in un contesto politico in qualche modo serio. Ma in Italia siamo ormai a livello di paese dei balocchi.

Quali filosofi consiglierebbe ai nostri politici?
In generale, ci sarebbe bisogno di riprendere in mano i classici, come Platone e Hegel.

Perché?
Per capire che non c’è politica senza una visione di quello che Platone chiamava il bene. Il bene, per Platone, deve essere uguale per tutti, universale. Il problema è che al giorno d’oggi la politica in Italia ha tutt’altro davanti a sé che il bene comune. Ci sono, invece, una marmaglia di interessi particolari che si scontrano senza porsi la benché minima questione relativa al bene comune.

Qual è la dimensione del bene comune?
Il bene comune non può riguardare solo il nostro paese. Ci vorrebbe uno sguardo in grado di abbracciare una situazione più ampia, perlomeno europea, se non mondiale. Il bene comune non è solo il bene degli italiani. Il bene degli italiani può, infatti, realizzarsi solo attraverso una prospettiva in grado di farsi carico della situazione complessiva.

E qui arriva a Hegel…
Nella globalizzazione nessuna realtà è analizzabile separatamente, “astrattamente”, per usare le parole di Hegel. In tal senso, Hegel ci insegna che l’unico sguardo sulle cose che può pretendere a una qualche meta è uno sguardo concreto, in grado di guardare alla totalità. Non si può guardare astrattamente la parte.

Ma i partiti italiani…
I partiti italiani, differentemente da quanto insegna Hegel, sono, da un lato, tutti impegnati a difendere gli interessi particolari delle varie categorie e, dall’altro, diffondono la falsa credenza che l’Italia sia autosufficiente, con gli slogan “facciamo da soli”, “fuori dall’Europa”, “fuori da tutto”.

I partiti politici italiani si rifanno, anche indirettamente, a qualche filosofo contemporaneo?
Assolutamente no. I partiti italiani hanno perso di vista cosa sia la filosofia. Se vogliamo leggere questo fenomeno in chiave filosofica, si può affermare che, da un certo punto di vista, rappresenta in modo abbastanza efficace quello che il mio maestro, Emanuele Severino, chiamerebbe “il tramonto degli immutabili”.

Emanuele Severino

Cioè?
Con questo termine si intende il tramonto di qualsiasi verità in grado di connettere e tenere insieme le cose in modo saldo.
Oggi tutto è mobile, qualsiasi valore o principio è contingente, nulla può pretendere verità. Tutto vale tutto e questo diventa un valore assoluto.
Ed ecco che allora si guarda al qui e ora, all’immediato, a ciò che può permettere di vincere le elezioni, ma si è totalmente avulsi da una prospettiva a lungo termine.

Questo ragionamento vale solo per la scena politica italiana o anche per quella europea?
Riguarda tutta la scena politica europea, ma in particolare quella italiana. Da noi, come sempre, le cose vengono esasperate fino a diventare ridicole.
In generale, non ci sono più riferimenti. Fino a qualche anno fa, tutto ruotava intorno alla polarità est-ovest, comunismo-capitalismo. Era tutto molto più chiaro. Oggigiorno è un caos totale, è una situazione continuamente mobile, appesa a fili molto fragili.
Questo rende molto difficile capire quale sia la direzione della storia. Mentre prima, in modo anche un po’ illusorio, si era convinti che ci fossero delle grandi direttive nella storia, oggi tutto è affidato alla contingenza, all’immediatezza.

Non crede che la contrapposizione capitalismo-comunismo sia stata sostituita da quella tra liberalismo e nazionalismo?
È vero, anche se in modo molto meno chiaro di una volta, questa è la contrapposizione odierna: chiusura (per esempio all’immigrazione) e autarchia, da un lato, e apertura, dall’altro.
Si tratta, però, di una polarità molto fragile, se andiamo ad analizzare i partiti, è difficile capire da che parte veramente stanno.

Cioè?
All’interno dei partiti ci sono ideali e prospettive che confliggono tra loro. La divisione c’è, ma è trasversale, attraversa i partiti e quelle che non vale neanche più la pena chiamare ideologie. Mi dica Lei qual è l’ideologia del Movimento cinque stelle? O del Pd, afflitto da una lotta intestina che sembra condurlo al naufragio.
L’unico che in qualche modo incarna, ma in maniera molto annebbiata, una prospettiva politica, è Silvio Berlusconi, con il vecchio centro, moderato, aperto. Ma se si guarda bene, la sua coalizione racchiude al suo interno posizioni completamente opposte.
È allucinante che l’uomo accusato per vent’anni di aver fatto naufragare l’Italia sia diventato l’unico ad incarnare una prospettiva politica.

Com’è possibile una situazione così paradossale?
Rispetto a una volta è molto più difficile dire chi sta da quale parte. È un caos indecifrabile. Questo è il compimento di quello che i grandi filosofi, a partire da Nietzsche fino a Heidegger e Severino hanno definito il tramonto della metafisica, il tramonto dell’Occidente.
Non ci sarebbe nulla di strano se questa fosse l’inizio della fine dell’Occidente.

Ci spieghi meglio…
L’Occidente è spesso considerato eterno ma è in realtà una determinazione storica e contingente, sviluppatasi nella modernità, a partire dalla Rivoluzione francese, e che potrebbe anche finire, non solo perché le popolazioni occidentali sono sempre meno rispetto, ad esempio, a quelle orientali e africane, ma anche perché potrebbe essere la fine di un percorso storico, che molti filosofi, a partire da Nietzsche, hanno visto prima del tempo, cioè la decadenza.

In cosa consiste la decadenza?
Con i vecchi valori non si riesce più a spiegare lo stato attuale delle cose, le vecchie ideologie non affascinano più nessuno, mancano le chiavi interpretative di questo caos che è ormai il mondo. E di conseguenza, ognuno cerca di difendere il proprio pezzettino di terra.

Roberto Esposito

C’è un filosofo che i nostri politici potrebbero leggere per scongiurare il tramonto?
Se anche ci fosse, sarebbe un incantatore di serpenti. I grandi filosofi hanno visto lucidamente il nostro destino di decadenza. Ci vorrebbe un grande pensatore in grado di descrivere il caos all’interno di nuove categorie. Chi in Italia sta cercando di ripensare le categorie della politica è Roberto Esposito.
Ci vorrebbe un filosofo in grado di dare gli spunti per mettere insieme parti del mondo che fino a un tempo non si conoscevano neppure. La nostra umanità deve fare i conti con nuovi modi di pensare che vengono da Oriente, Africa e Sudamerica. Forse andando a studiare un po’ questi mondi potrebbe emergere qualcosa di utile.

“Sessantotto, fine di una civiltà. Ora è il tramonto dell’Occidente”. Parla Massimo Donà ultima modifica: 2018-01-06T12:07:47+00:00 da Matteo Angeli

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1 commento

Cometa 57 7 gennaio 2018 a 18:24

Molto interessante. Descrive molto bene la situazione sociale e politica in cui viviamo. Sicuramente stiamo andando incontro da anni ad un processo di decadenza che lascia immaginare scenari nuovi e inquietanti. Molto giusto il riferimento a Platone. Ma secondo me molti dei nostri novelli politici non ne conoscono il pensiero.

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