Brutto clima, il mondo ha fame di carbone

Nonostante l'aumentata produzione di elettricità da fonti rinnovabili e la crescita dell'efficienza energetica la domanda totale di carbone non cala.
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

Il mondo non può fare a meno del carbone. La fame globale di energia è cosi forte che nonostante l’aumentata produzione di elettricità da fonti rinnovabili e la crescita dell’efficienza energetica la domanda totale di carbone non cala.

Sono questi i risultati di uno studio dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie). La notizia non è delle migliori per le prospettive delle politiche climatiche visto che l’uso del carbone per produrre energia elettrica, riscaldare locali o alimentare l’industria dell’acciaio è alla base di gran parte dell’emissione di Co2, dunque del riscaldamento globale, una delle maggiori minacce ecologiche del pianeta. Se ne deduce che le iniziative di politica ecologica e climatica prese per impedire o rendere più difficili la costruzione di nuove centrali a carbone e lo sfruttamento di nuove miniere non hanno prodotto gli effetti sperati.

I paradossi della domanda mondiale di carbone

La relazione dell’Aie presentata alla fine del 2017 a Parigi predice infatti che la domanda mondiale di carbone resterà stabile fino al 2022. L’affermazione sorprende visto che nel 2015 e 2016 la richiesta del fossile era scesa del 4,2 per cento. Secondo gli analisti del settore la flessione era dovuta al combinato disposto del basso prezzo del gas, l’aumento del numero delle centrali elettriche alimentate da energie rinnovabili e dalla maggiore efficienza energetica. In questo tracciato si situano anche le previsioni della domanda futura del combustibile. Si ritiene infatti che  fino al  2022 questa resterà, con 5,5 miliardi di tonnellate, nella media dei cinque anni precedenti.

Altrettanto lieve, dal 27 al 26 per cento, sarà la flessione della componente di carbone nel mix energetico globale. Queste cifre hanno spinto l’analista dell’Aie, Keisuche Sadamori, a sottolineare che se nei diversi settori del mercato energetico si notano cambiamenti, nel carbone “tutto resta come prima”.

Domanda globale di carbone 2015/2022, dati Aie

In realtà se si guardano con maggiore attenzioni i dati forniti dalla struttura energetica si vede che qualche cambiamento c’è. Cosi il consumo di carbone in Cina, paese che da solo brucia la metà della domanda globale del combustibile, è in discesa per il terzo anno consecutivo. Al contrario dell’India dove l’appetito del combustibile fossile nel 2016 è cresciuta del 2,4 per cento rispetto all’anno precedente. Il subcontinente asiatico è infatti il secondo consumatore di carbone globale. Posizione che manterrà visto che nonostante l’ampliamento della quota di energia prodotta con metodi ecologici, l’anno prossimo l’India vedrà la maggiore crescita percentuale planetaria nella domanda di carbone. Un balzo dovuto ai numerosi progetti di centrali alimentate da questo combustibile. Nel 2018 il bisogno di continuare ad affidarsi a questo tipo di fossile continuerà a essere robusto anche in altri paesi asiatici tra cui Pakistan, Indonesia, Vietnam, Malesia e Filippine.

E intanto il costo dell’energia solare negli Usa scende sensibilmente, fonte Financial Times

Negli Usa invece, nonostante le tante promesse elettorali di Donald Trump, l’uso del carbone continuerà a calare. Già lo scorso anno infatti il fossile, per la prima volta, non ha rappresentato la principale fonte energetica per la produzione elettrica degli States. Il passo indietro americano va fatto risalire all’aumento delle rinnovabili e al basso costo di gas e petrolio prodotto col metodo della fratturazione idraulica delle rocce.

Il calo del consumo interno di carbone si rifletterà inevitabilmente sull’aumento delle esportazioni Usa del materiale. Saranno comunque sempre Indonesia, Australia, Russia e Sudafrica le principali fonti dell’export del combustibile. Ruolo che in Europa continuerà a essere svolto da Germania e Polonia. Fino a metà dello scorso la metà del carbone utilizzato dall’Ue proveniva da  Berlino e Varsavia. A riguardo non si può fare a meno di notare il paradosso della svolta energetica “verde” tedesca. Il paese estrae meno carbone ma le sue importazioni sono passate dalle dieci milioni di tonnellate del 2010 ai quaranta milioni attuali. E questo solo per quanto riguarda l’alimentazione delle centrali.

SOLARE VERSUS CARBONE, 1 tonnellata di sabbia per i pannelli, 500.000 tonnellate di carbone, stessa produzione energetica, fonte Credo

Abbassare il livello di Co2, la parola alla Cina

L’Aie è convinta che di fronte al costante consumo mondiale di carbone, per abbassare il livello di Co2 presente nell’atmosfera occorrerà indagare altre tecniche. In linea con le raccomandazioni degli scienziati del consiglio climatico internazionale Ippc, anche l’Aie ritiene necessario promuovere tecnologie, per esempio combustibili artificiali, in grado sia di separare che di trattare le emissioni. Senza tali passi l’Agenzia ritiene che in futuro sarà indispensabile calmierare l’uso del carbone.

Secondo l’agenzia affinché le dimensioni del buco di ozono nell’atmosfera possano continuare a scendere devono calare le emissioni da effetto serra causate dal carbone. Un ruolo questo in cui la Cina sta indubbiamente facendo del proprio meglio. Il primo produttore mondiale di Co2 del pianeta a metà dicembre ha ufficializzato la nascita di un mercato nazionale del carbone. Il paese ha cosi introdotto un meccanismo di mercato nell’armamentario a propria disposizione per colpire il riscaldamento globale.

L’impegno era stato preso nel 2015, alla vigilia della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, COP21, dal presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo americano di allora, Barack Obama.

Il grande paese asiatico prosegue nel suo gigantesco sforzo per riorientare il mix energetico dei propri bisogni di elettricità, dominati al 58 per cento dal carbone. Nel 2016 Pechino ha aggiunto “solo” 48 giga watt, 48 miliardi di watt, alle proprie capacità di produzione termica che complessivamente erano di 943 giga watt e, nel 2020, con 1100 giga watt dovrebbero raggiungere il tetto massimo. Sempre nel 2016 la Cina aveva in cantiere 106 progetti di preparazione e costruzione di centrali elettriche a carbone in 25 paesi esteri. Sin tratta del trenta per cento dei piani globali di costruzioni di centrali a carbone. Oltre all’Asia, terreno tradizionale si sviluppo dell’Impero di mezzo, i progetti riguardano Bosnia, Iran, Georgia, Kenya, Bosnia.

Una tale aggressività si spiega con le costrizioni subite nel mercato interno dai grandi operatori cinesi del settore: calo della domanda complessiva di energia dovuta alla crisi economica globale e riorientamento verso le rinnovabili voluto dal governo a causa del forte degrado ecologico del paese. Cosi le centrali progettate o costruite a partire del 2009 non sono più smaltibili internamente. Da qui la necessità che questi piani vengano assorbiti all’esterno. Una strategia sostenuta dalle due banche di Pechino addette a sostenere le esportazioni, la China Development Bank e l’Exim Bank.

Nel 2016 i due istituti hanno fornito 4,11 miliardi di dollari di finanziamenti per la produzione termica di elettricità all’estero. Dati che contrastano con gli impegni presi nel 2015 da Barack Obama e il presidente cinese Xi Jinping sul maggior controllo degli investimenti pubblici nei progetti ad alta emissione di Co2. Malgrado una regolamentazione che obbliga a rivelare ogni informazione  riguardante gli studi di progetti quando questi hanno un forte impatto ambientale e umano, le due grandi policy banks cinesi ma anche le banche commerciali di stato che accompagnano i due istituti tengono sotto chiave gran parte dei dati a propria disposizione. Si può dunque sostenere che il blocco dell’esportazione delle più moderne centrali a carbone operato dai paesi più industrializzati d’Europa non ha avuto gli effetti sperati. Gli stessi oggetti vengono ora prodotti in altre parti del mondo, solo con efficienza minore.

In Germania, nel mix energetico, le energie rinnovabili raggiungono nel 2017 la percentuale record del 38,5. Fonte Strom-Report

Brutto clima, il mondo ha fame di carbone ultima modifica: 2018-01-08T17:30:13+00:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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