Homo Deus? Si vive di più, ma non meglio

Insufficienti miglioramenti negli stili di vita e diseguaglianze sociali incidono ancora su salute e aspettative di vita, e così la vecchiaia continua ad essere “una vera e propria malattia”
scritto da VITTORIO FILIPPI

Nel suo visionario Homo Deus, lo scrittore israeliano Yuval Harari suppone che, già nel 2050, la vita media possa toccare i centocinquant’anni. Sempre che, nel frattempo, la morte non sia stata addirittura sconfitta.

Chi vivrà vedrà, si potrebbe aggiungere con un necessario scetticismo. Ora, è vero che in Italia la longevità sembra continuare la sua corsa, pur senza arrivare ai sogni di Harari: entro il 2065, prevede l’Istat, la vita media maschile in Italia andrebbe a superare gli ottantasei anni e quella femminile ad oltrepassare i novanta (grosso modo per tutti sei anni in più di vita rispetto a oggi).

I centenari, di conseguenza, dagli attuali diciannovemila diverrebbero alla metà del secolo circa centocinquantasette mila, marcatori viventi della crescente longevità.

D’altronde nei paesi occidentali il numero dei centenari raddoppia ogni dieci anni dal 1960 e tale tendenza stimola la ricerca scientifica sui “segreti” di questo invecchiamento estremo quanto inedito. Si veda a tal proposito il bel libro della geriatra Daniela Mari, A spasso con i centenari, il Saggiatore 2017.

Ma si profilano due problemi.

Il primo è dato dal fatto che, se riusciamo ad aggiungere anni alla vita, non siamo altrettanto capaci di aggiungere – come si dice – vita agli anni.

L’ultimo rapporto dell’Istat sul benessere equo e sostenibile (Bes) dice infatti che, nel 2016, gli indicatori che descrivono la qualità degli anni da vivere in buona salute o senza alcuna limitazione nelle attività a sessantacinque anni non evidenziano variazioni di rilievo rispetto agli ultimi due anni. Per la speranza di vita in buona salute alla nascita (58,8 anni nel complesso della popolazione) si osserva un lieve incremento tra i maschi, che passano da 59,2 anni nel 2015 a 59,9 anni nel 2016.

Rispetto al 2009, gli anni vissuti in buona salute sono aumentati sia per gli uomini (più 2,6 anni) sia per le donne (più 2,2 anni). Ma la speranza di vita senza limitazioni nelle attività a sessantacinque anni ultimamente ha frenato rimanendo costante nel triennio 2014-2016 e attestandosi a 9,8 anni.

Yuval Noah Harari

D’altronde, nota l’Istat, gli stili di vita mostrano solo modesti miglioramenti: diminuisce la popolazione sedentaria, che si attesta al livello più basso negli ultimi dodici anni, ma la quota si mantiene elevata; il consumo adeguato di frutta e verdura continua ad aumentare anche se con un ritmo lento. Resta, invece, stabile la quota di popolazione in eccesso di peso (un quarto dei giovanissimi tra i sette e i diciassette anni è in sovrappeso, specie in Campania), il consumo a rischio di alcol e la quota di fumatori.

Permane il vantaggio delle donne per la gran parte degli indicatori di salute, sebbene continui a ridursi il divario di genere nella speranza di vita alla nascita. Permangono sempre ampi i differenziali regionali in tema di salute, mortalità, qualità delle cure, stili di vita.

In secondo luogo l’invecchiamento non è uguale per tutti, dato che incidono pesantemente su salute e aspettativa di vita le disuguaglianze sociali accumulate.

È lo stesso Istat a calcolare, ad esempio, che la quota degli anziani multicronici con bassa scolarità è più alta del 60 per cento rispetto a quella dei multicronici più istruiti, mentre la stessa multicronicità tocca il 56 per cento tra i redditi più bassi per scendere al 41 degli anziani più agiati.

E non a caso il ricorso alle (costose) cure dentistiche da parte degli anziani italiani è notevolmente più contenuto che nel resto d’Europa. Non meraviglia quindi che la mortalità tra gli uomini con bassa scolarità sia di 1,6 volte maggiore rispetto ai coetanei laureati, in particolare per cirrosi ed epatite cronica, patologie spesso correlate all’alcol e alla marginalità sociale, per il diabete e per le malattie croniche dell’apparato respiratorio, su cui incidono cattivi stili di vita alimentari e fattori ambientali come il fumo e certi tipi di lavori.

La copertina del libro di Yuval Harari

Ne consegue che quello che definiamo invecchiamento della popolazione pone problemi davvero inediti e complessi. Per più motivi.

Per i numeri della demografia, dato che stanno transitando verso la terza e quarta età i numerosi baby boomer nati dopo la guerra (sono tredici milioni e trecentomila i nati tra il 1946 e il 1964, l’anno clou delle nascite).

Per la longevità, che sembra respingere e allontanare sempre di più Thanatos, il figlio della Notte secondo la Teogonia di Esiodo. Ma anche per i risultati epidemiologici non sempre incoraggianti che si hanno nel tentare di “liberare” gli anni della terza e quarta età dalle limitazioni poste dalle varie patologie invalidanti “spostandole” in avanti (secondo la incoraggiante teoria della compressione di Fries, che vedrebbe il posporre non solo della mortalità, ma anche della disabilità e della morbilità).

E infine per le disuguaglianze, che intersecano la condizione anziana peggiorandone la salute e le stesse aspettative di vita. Disuguaglianze che rendono la vecchiaia una vera e propria malattia, come sentenziava lo scrittore latino Terenzio.

Homo Deus? Si vive di più, ma non meglio ultima modifica: 2018-01-08T12:26:41+00:00 da VITTORIO FILIPPI

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