Qualche riflessione sui limiti politici di Pietro Grasso

A proposito delle prese di posizione del presidente del senato e leader di LeU su tasse universitarie e soldi dovuti al Pd
scritto da STEFANO CECCANTI

Nel giro di 48 ore un bravo magistrato come Grasso (nonostante le critiche sbagliate di alcuni settori più radicali della magistratura su quel suo lavoro) si rivela una volta di più un leader politico poco adeguato. Purtroppo non c’è nessun automatismo tra la capacità nella propria professione, anche quando si tratti di una professione molto importante e qualificante, e la competenza in politica che non si improvvisa. Solo in Italia e in questa legislatura un leader politico ha pensato di eleggere alle presidenze delle camere due persone che mai vi avevano messo piede come parlamentari.

Dai primi anni ottanta Ermanno Gorrieri, il massimo esperto di politiche efficaci per l’eguaglianza, sosteneva che una politica di basse tasse universitarie fosse deresponsabilizzante e iniqua, trasformandosi in una specie di Robin Hood alla rovescia in cui i ceti medio bassi finanziavano l’università ai figli di ceti medio-alti che peraltro non avevano così incentivo a finire presto gli studi.

Mi ricordo varie conversazioni con lui di metà anni ottanta quando ero presidente della Fuci e più tardi quando mi capitò di coordinare una ricerca del Censis dal titolo “Quando assistere non basta più”. Gorrieri insisteva per fare prima una battaglia culturale e poi politica per tasse più vicine al costo effettivo, i cui introiti avrebbero dovuto essere dirottati prioritariamente a una politica per i capaci e meritevoli privi di mezzi (articolo 34 della Costituzione). Prima culturale che politica, sosteneva Gorrieri, perché i media erano dominati da commentatori di fasce medio alte che erano beneficiarie di quella politica sbagliata.

Erano riflessioni che precorrevano di dieci anni quella che è ritenuta una delle riforme migliori del governo Blair.

Alcune cose per fortuna si sono mosse in quella direzione in Italia anche grazie all’Isee e al lavoro instancabile di Gorrieri, ma purtroppo lì torna Grasso ignorando decenni di riflessione in merito, nella presunzione di ripartire da zero.

Ancora più stupefacente, però, per almeno due profili, la lettera inviata oggi da Grasso a la Repubblica.

Anzitutto si firma a doppio titolo come presidente del senato e leader di LeU, ma sostiene nel contempo che il presidente del senato non può finanziare un partito. Ora se si vogliono distinguere nettamente i due profili con tutta evidenza non si può fare il leader di un partito; è insostenibile ritenere ciò più compatibile che non un finanziamento. Sia quello al Pd sia quello a LeU, dato che non credo che il presidente Grasso sarà esentato dal contribuire alla campagna elettorale del suo partito.

Ci mancherebbe che dovessero pagare solo gli altri candidati e non lui che ne è il leader.

In secondo luogo quando ci si iscrive a un gruppo, che è nei casi migliori la proiezione di un partito, ci sono oneri e onori, tra cui il contributo da versare. Delle due l’una: o si ritiene che un presidente di assemblea nel momento in cui è eletto si debba iscrivere al gruppo misto per rimarcare l’indipendenza (ed è una tesi ben sostenibile) e in quel caso ovviamente sarebbe esente dal contributo, oppure, se invece resta iscritto al gruppo di origine, come ha scelto di fare Grasso fino a pochi giorni fa, non può che comportarsi come tutti gli iscritti a quel gruppo.

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Qualche riflessione sui limiti politici di Pietro Grasso ultima modifica: 2018-01-08T11:03:02+00:00 da STEFANO CECCANTI

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