Lo shutdown del presidente sovversivo

Un anno fa l'insediamento di Donald Trump. Il giro di boa coincide con lo stallo del bilancio al Congresso che comporta la chiusura di settori della pubblica amministrazione
scritto da GUIDO MOLTEDO

È scattato alla mezzanotte ora di Washington (le 6 in Italia) il temuto shutdown, ovvero la chiusura degli uffici amministrativi federali negli Stati Uniti in seguito al voto al senato contro il provvedimento per finanziare il bilancio di governo. In una corsa contro il tempo si sono tentati negoziati in aula che non hanno tuttavia portato ad alcun accordo prima della scadenza fissata[…] ansa

È passato solo un anno? “Pensavo ne fossero passati sedici”. La battuta amara di Sanders dà bene il senso di una presidenza che, al volgere del primo anno dal suo insediamento, è vissuta come un qualcosa di talmente irreale da risultare fuori del tempo. Non solo per Bernie, ma per una parte consistente di elettori americani.

E sì che viviamo in un’epoca in cui tutto va incredibilmente veloce e i giorni sono divorati con il ritmo dei minuti. Ma questi primi 365 giorni – e ogni singolo giorno – di amministrazione Trump hanno davvero un peso incalcolabile, tanto che, l’idea stessa di altri tre anni così, è quasi impossibile da concepire.
L’eccentricità sconcertante della presidenza Trump, così come, nonostante tutto, le sue possibilità di durata fino alla fine del mandato, e perfino l’eventualità di un suo raddoppio nelle presidenziali del 2020, vanno però incorniciate dentro un contesto politico “di fase”. Il contesto di un predominio repubblicano a Washington come non si registrava dal 1929.

Indubbiamente la vittoria di Trump ha fatto anche da traino al successo del Grand Old Party nel 2016, e viceversa, a dispetto dell’evidente idiosincrasia reciproca tra il presidente e l’establishment del partito.

Numericamente, la forza nelle istituzioni e nell’esecutivo della destra oggi in America – al netto del giudizio che si può dare sull’amministrazione Obama e degli errori, anche vistosi, compiuti dal Partito democratico, nelle presidenziali e nelle altre elezioni – appare tale da rendere retrospettivamente irrealistico l’obiettivo di una vittoria da parte democratica nel 2016, ancor più da parte di Sanders.

Eppure, in un anno, con numeri come quelli che hanno oggi e con le postazioni di potere che occupano, il il Grand Old Party e il suo presidente sembrano aver dissipato un capitale politico imponente. Avrebbero dovuto ottenere ben altri risultati rispetto a quelli conseguiti. Di punti rilevanti a proprio favore, c’è solo la riforma fiscale, la flat tax, i cui risultati economici però sono tutti ancora da valutare, mentre quelli sociali e politici sono già chiari.

Come osserva Sanders, varando questa riforma, Trump fa la parte del “grande bugiardo”, avendo promesso da candidato riforme a favore delle classi sociali impoverite dalla crisi e facendo poi da presidente un regalo spettacolare ai super ricchi, come lui. Non è propaganda, è quello che davvero arriva all’americano medio, ed è sicuramente una delle ragioni del calo incontenibile nei sondaggi del 45mo presidente americano.

L’impossibilità di condurre in porto nel primo anno i punti salienti del programma elettorale di Trump – lo smantellamento dell’Obamacare innanzitutto – è dovuta al conflitto irrisolto tra pezzi importanti dei gruppi parlamentari repubblicani e il presidente, ma anche all’interno dei gruppi stessi.

La copertina dell’Economist di un anno fa: “Un sovversivo alla Casa Bianca”.

I sondaggi, come si diceva, sono terribili per Trump, mai stati così bassi per un presidente a questo punto del mandato e sempre in discesa. Neppure Bush, nella sua fase peggiore, era sceso così giù nei gradimenti. Andando sotto una certa soglia, non significa forse che, anche presso la sua stessa base, rischia l’erosione?

Trump continua a rivolgersi al suo elettorato, a coccolarlo, innanzitutto alla destra evangelica bigotta: è il primo presidente che si rivolge alla grande manifestazione antiabortista a Washington. Ma forse non basta più.

Il problema dei sondaggi pessimi non riguarda solo il diretto interessato, che può perfino infischiarsene, ma, in quest’anno elettorale, soprattutto i candidati alle elezioni di novembre. È significativo che già 38 deputati repubblicani uscenti abbiano fatto sapere che non si ricandideranno. E ai democratici occorrono 24 seggi per conquistare la maggioranza alla camera dei rappresentanti. Le recenti elezioni suppletive in Alabama dicono che l’impresa è possibile, nonostante il fatto che gli stessi democratici non diano segni visibili di una reale elaborazione della crisi del partito, ancora irrisolto nel suo corso tra le spinte dei sostenitori di Sanders e quelle del mainstream clintoniano-obamiano.

Una maggioranza democratica alla camera e forse perfino al senato renderebbe possibile quello che in quest’anno trascorso, più volte invocato, è risultato impossibile: l’avvio di un procedimento per l’impeachment del presidente Trump.

È comunque una situazione destinata ad aggravarsi, dal momento che l’uscita di Steve Bannon dal cerchio magico del presidente ha anche reso più evidente il contrasto tra Trump e il capo dello staff, John Kelly, il generale messo dai poteri forti riconducibili all’apparato militare industriale alle sue costole, per sottrarlo all’influenza di personaggi come Bannon, appunto, e poterlo meglio controllare. Se salta anche questo rapporto, come pare stia accadendo, il secondo anno di presidenza Trump si apre all’insegna degli stessi scenari estremi, spesso evocati nel primo anno e mai però materializzatisi, ma ora resi più possibili dall’attività dell’opposizione democratica e dei media liberal ma anche dall’incrocio di troppi interessi, in campo conservatore, messi a repentaglio da un presidente fuori controllo.

il manifesto

Lo shutdown del presidente sovversivo ultima modifica: 2018-01-20T11:24:35+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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