Putin, la demografia è il suo tallone d’Achille

In piena campagna elettorale, il leader russo promette misure per arginare il drammatico calo della popolazione del paese. Ma riusciranno a frenare un processo che pare inarrestabile?
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

Un presidente forte per una Russia forte. Questo lo slogan che campeggia sulla homepage del sito preelettorale di Vladimir Putin online dal 15 gennaio.
Tra gli impegni più importanti pubblicizzati dal candidato vi sono quelli dedicati alle “misure per la crescita demografica” della Russia dove, secondo dati ufficiali, attualmente vivono 146,8 milioni di persone, compresi i circa 2,8 milioni di cittadini della Crimea annessa nel 2014.

Agli inizi del 2018 il presidente russo ha prorogato fino al dicembre 2021 il programma di sostegno alle madri (che si sarebbe dovuto concludere alla fine del 2018) e ha introdotto il sussidio mensile per il primo figlio alle famiglie bisognose.
Dal primo gennaio di quest’anno partiranno anche i crediti agevolati per chi, entro il 2017, ha avuto un secondo o un terzo figlio. Si confermano così le intenzioni di Putin che sin dal 2000 aveva rimesso la ripresa demografica tra le priorità della sicurezza nazionale (dopo il rinnovamento delle forze armate).
L’urgenza del leader russo si spiega ora col fatto che nel biennio 2015-2016 la situazione demografica del paese è tornata preoccupante.

Secondo i dati dell’ufficio statistico nazionale nel 2016 le nascite si sono ridotte del tre per cento rispetto all’anno precedente. Una tendenza confermata anche nei primi nove mesi del 2017 quando i nuovi nati sono stati l’11,5 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2016. Presentando la questione in cifre assolute, il quotidiano di Mosca Vedomosti scrive che nel 2016 il numero delle nascite sommato al flusso di immigrati non è riuscito a superare quello delle morti: e se è vero che nel 2016 i decessi sono diminuiti – ventimila in meno rispetto al 2015 – maggiore è stato il calo delle nascite registrato da gennaio e settembre 2017. Un periodo che rapportato al 2016 registra meno 107.000 bambini.

La linea verde indica i nati, quella rossa le morti. Prima della parte velata i dati sono reali, dopo si tratta di prognosi. I dati sono espressi in termini assoluti, ossia in milioni di persone. Sull’asse delle ordinate sono segnati gli anni, su quello delle ascisse le persona nate/morte. Numeri che dal 2014 comprendono la Crimea. La fonte è l’Ufficio federale di Stato per la statistica ROSSTAT.

Era dal 2010 che la Russia non registrava dati cosi negativi. Affinché le famiglie mettano al mondo più eredi possibili i piani presidenziali prevedono che nei prossimi tre anni i diversi soggetti federali avranno a disposizione circa 150 miliardi di rubli, in tutto nove miliardi di dollari, da dividere “secondo giustizia e il reddito delle famiglie”. Come in passato lo scopo di questi progetti continua però ad avere un carattere difensivo: impedire l’ulteriore calo della popolazione russa. Obiettivo che si rivela però sempre più arduo da raggiungere anche perché solo l’ 85 per cento delle perdite demografiche sono compensate dal flusso immigratorio.

Dal sito preelettorale di Vladimir Putin

Secondo Nikita Mkrtchyan, studioso all’istituto per le prognosi e analisi sociali dell’accademia russa di scienze e tecnologie, il numero di persone che ogni anno arrivano in Russia per lavoro oscilla tra 250.000 e 270.000. Dopo la crisi del 2014-2015, il sessanta per cento di queste provenivano dall’Ucraina. Una fonte destinata a restringersi, con la conseguenza che – se il flusso di lavoratori proveniente dall’Asia Centrale non tornerà ai livelli pre crisi – l’immigrazione non supererà le duecentomila unità l’anno.
A questo problema occorre sommare quello costituito dalle enormi dimensioni della Federazione. Anatolij Vishnevskij, docente all’Alta scuola di economia della capitale, fa presente come “gran parte del territorio russo sia vuoto”, visto che gli abitanti sono concentrati “nella regione di Mosca e nelle zone europee del paese, mentre nel suo estremo oriente, quello accanto alla Cina, vivono solo sei milioni di persone: qui nemmeno un flusso di mezzo milioni di immigranti l’anno risolverebbe le difficoltà”.

L’Organizzazione internazionale del lavoro e l’agenzia di rating Standard & Poor’s, ritengono che entro il 2050 gli abitanti della Russia potrebbero scendere a 130 milioni. Più ottimisti, i numeri dell’ufficio russo di statistica, prevedono che se l’immigrazione avrà un saldo positivo pari a 300.000 persone l’anno, nel 2035 la popolazione russa calerebbe solo di 900.000 persone.

Le parole di Putin dello scorso giugno. “Occorre fare indubbiamente qualcosa per impedire che il paese cada nella fossa demografica”. Il grafico riporta sulle ascisse, in centinaia di migliaia, le persone, sulle ordinate gli anni. Il grafico indica: in rosso la crescita del numero degli immigrati, in grigio le perdite naturali della popolazione. I cerchietti riguardano il saldo tra questi due fenomeni. Fonte ROSSTAT

Ma per esperti, imprenditori e rappresentanti delle politiche statali la recessione demografica nasconde un altro rompicapo: il maggior calo proporzionale della popolazione in età di lavoro rispetto a quello generale. Secondo le cifre fornite dal ministro federale dell’economia, Maksim Oreshkin, nei prossimi sei anni la Russia potrebbe perdere ottocentomila lavoratori.

Più drammatiche le previsioni della banca russa di stato per il commercio estero. Secondo la VTB la diminuzione delle forze produttive, cinquecentomila unità l’anno, comporterà la parallela diminuzione dello 0,5 per cento del prodotto interno lordo. Se così fosse, si tratterebbe di un duro colpo per uno stato che nel 2015 e 2016 ha lottato per superare la recessione; nel 2017 ha visto una crescita del pil inferiore al due per cento e che, secondo il Fondo monetario internazionale, nel prossimo futuro avrà un tasso potenziale di crescita dell’1,5 per cento. Troppo basso per un paese emergente.

L‘altra spina della questione demografica della Federazione consiste nell’età pensionabile che, fissata nel 1932 da Stalin a 55 anni per le donne e sessanta per gli uomini e mai modificata da allora, è tra le più basse al mondo. In Russia la durata media di vita femminile è di 77 anni quella degli uomini, 67 anni. Tra le principali cause di morte maschile vi sono l’alcoolismo e le patologie cardiocircolatorie collegate a questo flagello. Il finanziamento del sistema pensionistico è unanimemente ritenuto decrepito ma la politica ne teme ogni modifica. Il tabù maggiore riguarda proprio l’innalzamento dell’età pensionabile. Secondo l’ufficio statistico federale nel 2035 i russi di età da pensione saranno 43 milioni, il 29 per cento della popolazione totale.

Osservatori interni ed esteri sono d’accordo nel ritenere che i problemi attuali del paese hanno radici nei turbolenti anni Novanta.

Il crollo demografico della Russia attuale è infatti iniziato con la dissoluzione sovietica. In un momento in cui lo Stato era di fatto in liquidazione e i prezzi dei beni di prima necessità schizzavano alle stelle la preoccupazione principale di molte famiglie era la sopravvivenza economica non la procreazione. Cosi il tasso di natalità, nel 1987 pari a 2,2 figli per donna in età fertile, nel 1999 è sceso a 1,2. Da allora questa percentuale è lentamente cresciuta passando a 1,7 bambini per donna ma dallo schiacciamento demografico il paese non si è più ripreso.

Inoltre la quota della popolazione di età compresa tra quindici e trent’anni è calata dal 24 per cento del 2002 al venti per cento del 2015. Per numero la generazione dei nati tra il 1990 e il 2000 è la più bassa registrata da molto tempo in Russia. Anche se ora da un momento all’altro i giovani iniziassero a generare come i loro coetanei degli anni Ottanta, dovrebbero trascorrere almeno due decenni prima che il mercato del lavoro ne possa trarre benefici.

Il grafico della fertilità in Russia

Negli ultimi anni la mancanza di forza lavoro per l’economia nazionale ha costituito un problema strutturale. L’incapacità degli imprenditori di trovare l’occupazione necessaria al funzionamento delle aziende si è scaricata sui salari reali cresciuti più della produttività del lavoro: +2,7 per cento i primi, +1.6 per cento la seconda. Solo la crisi del 2015 ha fatto crollare gli stipendi. Quell’anno di fronte alla recessione, molti imprenditori piuttosto che licenziare hanno preferito abbassare le paghe, mantenendo cosi la disoccupazione ufficiale sotto il 6%. Solo da poco i salari hanno ripreso a crescere.

Al combinato di calo demografico e diminuzione dell’offerta di lavoro il paese può reagire in tre modi. Tenere occupate più a lungo le persone; aumentare la produttività del lavoro; far crescere l’immigrazione.

Tra queste soluzioni l’aumento della produttività del lavoro è quella più difficile da realizzare in quanto richiede investimenti in istruzione e per l’ammodernamento di macchinari e impianti. In entrambi i casi la risposta dello stato è debole. All’istruzione il bilancio federale 2017 dedica solo il quattro per cento delle risorse totali. Riguardo la modernizzazione degli apparati produttivi, la Banca mondiale documentando come dal 2008 al 2015 gli investimenti lordi in capitale fisso in Russia siano annualmente cresciuti dell’1,5 per cento, ritiene questa cifra insufficiente a contrastare il gap di modernizzazione del paese. Il parco impianti nazionale rivelatosi obsoleto e incapace di far fronte ai propri compiti persino in periodi di recessione, non farà passi avanti se l’economia non farà più sforzi per rinnovarlo.

Per avere maggiori investimenti e far crescere la durata media della vita dei russi servirebbe un bilancio con priorità diverse da quelle programmate dal Cremlino che in cima alle proprie preoccupazioni ha il consolidamento delle finanze pubbliche. Questi timori fanno si che nel 2018 la spesa pubblica federale calerà dell’un per cento (circa 280 miliardi di dollari) rispetto al 2017. Al contrario il contributo per la Difesa, pur calando in numeri assoluti, col trenta per cento delle risorse a disposizione continuerà a ricevere la fetta più consistente del budget statale. Se invece per risolvere i problemi demografici si puntasse sull’aumento dell’immigrazione le difficoltà sarebbero simili.

Oltre al calo dei lavoratori esteri seguito alla crisi economica l’arrivo di forza lavoro dai paesi dell’Asia centrale dovrebbe fare i conti con l’opposizione del nazionalismo russo, una tendenza politica in crescita dal 2009. Tutto ciò spinge analisti e studiosi a ritenere improbabile che nel breve periodo la Russia risolverà questi problemi.

La piramide della popolazione russa

Putin, la demografia è il suo tallone d’Achille ultima modifica: 2018-01-22T12:25:22+02:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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