Benvenuti a “Kadyrovland”, la Cecenia dell’era Putin

Stretto alleato del capo del Cremlino, Ramzan Kadyrov guida la repubblica caucasica con il pugno di ferro. Dietro le sue bizzarrie si nascondono intimidazioni, rapimenti e omicidi. Una vita difficile per le ong che difendono i diritti umani.
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

In Cecenia i rappresentanti di Memorial non hanno mai avuto vita facile. Qualche volta anzi, la vita, l’hanno persa. Questo è stato infatti il destino di Natalija Estemirova, sequestrata il 15 luglio 2009 a Grozny, la capitale di questa repubblica caucasica della Federazione russa, e ritrovata assassinata poche ore dopo nella vicina Inguscezia.

La quarantanovenne attivista dei diritti umani informava i media russi sui soprusi commessi nei confronti della popolazione civile dalle forze di sicurezza locale. Dal giorno della sua morte la foto della donna si trova nel piccolo ufficio dell’organizzazione umanitaria guidata dal suo successore Ojub Titiev.

Pochi giorni fa è stato lui a essere preso di mira dalle stesse strutture che hanno ucciso Natalija Estemirova.

Martedì 9 gennaio, mentre con la sua Lada si stava recando dal villaggio dove abita alla sede di Memorial nel centro della città, Titiev è stato bloccato dagli uomini della sicurezza cecena. La perquisizione dell’auto ha portato alla scoperta di un quantitativo di marijuana nascosta nel mezzo, almeno cosi affermano gli investigatori.

Ramzan Kadyrov

Ora l’attivista sessantenne dovrà far fronte a un processo per possesso di stupefacenti. Il ritrovamento di droghe nei luoghi frequentati dagli attivisti dei diritti umani in Cecenia è un fenomeno ricorrente. Con una simile accusa sono stati già condannati agli arresti domiciliari il giornalista Schelaudi Gerijev e il militante Ruslan Kutajev. Probabilmente un verdetto simile attende Titiev.

Un’altra organizzazione non governativa, il Comitato contro la tortura, ha subito numerosi attacchi e devastazioni dei locali fino a quando la rappresentanza dell’ong non ha abbandonato Grozny. Memorial invece, in Russia classificata dallo stato come “agente straniero”, continua a con i propri sottogruppi sparsi in tutta la Federazione, continua a documentare casi di tortura o di persone scomparse.

È stata Memorial a portare alla conoscenza dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, la campagna di morte e sequestri contro gli omosessuali che ufficialmente in Cecenia non esistono. Lo scopo di tutte queste macchinazioni è indentico: intimorire Memorial.

Anche la regia è scontata: quella del caudillo ceceno Ramzan Kadyrov.

Il giovane presidente si spaccia per il massimo difensore dei diritti umani e considera ogni critica all’arbitrio violento con cui agiscono le sue truppe un attacco alla propria persona.

È grazie a queste azioni che a dicembre Kadyrov è stato inserito nella lista delle persone oggetto delle sanzioni statunitensi per violazione dei diritti umani. Un’accusa che non solo ha comportato il divieto di ingresso negli Stati Uniti e la chiusura dei depositi bancari nella banche statunitensi, ma anche il blocco degli account Facebook e Instagram a lui intestati.

Il divieto di accedere ai conti correnti non preoccupa il presidente ceceno che, al contrario, può sfruttare i provvedimenti statunitensi per delinearsi sempre più come un leale “fante” pronto a eseguire ogni ordine del Cremlino, un nazionalista russo e per questo perseguitato.

Ramzan Kadyrov con il calciatore Ronaldinho, una delle molte celebrità che si sono fatte fotografare accanto al leader ceceno.

Gli impedimenti ad accedere ai social sono invece difficili da digerire.

Più di Facebook, dove è seguito da oltre settecentocinquantamila persone, è Instagram il suo mezzo di espressione preferito. Grazie a immagini nelle pose più svariate postate nel canale kadyrov_95, seguite da più di tre milioni di abbonati, con Instagram il ceceno raggiunge la pubblica opinione.

Accanto alle classiche foto in cui lo si vede circondato da amici e famigliari, ci sono quelle insieme a coccodrilli, tigri, cavalli e gatti, altre in cui fa sollevamento pesi, prega nella moschea, fino a quelle in posa da guerriero armato.

Tanti modi per dimostrare la propria fedeltà a Putin. Un atto, questo, quasi obbligato visto che, grazie al flusso di denaro inviato dal capo dello stato russo al suo pupillo caucasico, ora la Cecenia può dimostrare a tutti la propria rinascita. Sfruttando le esigenze pacificatrici di Mosca, Kadyrov è riuscito a avere con successo mano libera in Cecenia e tenta di proporsi di fare lo stesso lavoro in tutto il Caucaso del nord.

A volte però l’utilizzo di Instagram dà vita a forme di bizzarrie che sfiorano lo squilibrio personale. Cosi in un video si può vedere Kadyrov spingere sul ring un ministro che sarà preso a pugni come punizione per le sue carenze amministrative.

Un ceceno che invece su Youtube si era rivolto a Putin lamentando lo stato della Cecenia ha dovuto abbandonare la repubblica in quanto la sua casa era stata incendiata da uomini mascherati. Il suo ritorno in patria è avvenuto solo dopo aver chiesto perdono a Kadyrov su Instagram.

Ramzan Kadyrov

Qualcosa di simile è toccato a un politico della città di Krasnojarsk. Dopo l’ennesima filippica del leader ceceno contro un “nemico del popolo e traditore”, l’amministratore siberiano aveva definito Kadyrov una “vergogna per la Russia”. A breve aveva ricevuto la visita di alcuni “rappresentanti del popolo ceceno” da cui è stato convinto a scusarsi con un video postato su Instagram.

Solo quando sul network fotografico sono apparse le immagini di due colleghi degli agenti dei servizi ceceni accusati di aver assassinato il dissidente Boris Nemtsov, accompagnate dalla didascalia “chi non ha ancora capito capirà”, Istagram ha sbarrato l’accesso all’account di Kadyrov.

La documentazione degli abusi avvenuti ultimamente in Cecenia non sta solo colpendo la reputazione di Kadyrov, ma sta infangando in tutto il mondo quella dell’intera Russia.

Che Grozny sia indispettita da queste notizie, lo si può capire dalle parole del numero due dell’amministrazione cecena, Magomed Daudov, anche temuto col nome di battaglia “Lord”. Speaker del parlamento ceceno Daudov, da tre anni presente nella lista nera di Washington, a fine dicembre ha tuonato contro gli “pseudo difensori dei diritti umani” e i “le menzogne dei mass media” che per la loro sovversiva attività antirussa “ricevono trenta denari dalla Casa Bianca e dalle altre cancellerie occidentali”.

Ancora per quanto tempo, prosegue Daudov “dovremo osservare in silenzio i tentativi di destabilizzare la Russia e aizzare i contrasti nel paese?”. È possibile che il vero scopo di queste sparate sia quello di segnalare la collera dei dirigenti ceceni.

La maggioranza degli attivisti e delle organizzazioni umanitarie hanno già abbandonato la repubblica caucasica. L’ultima personalità ancora in campo è Ojub Titjev.

Ancora per poco sembra.

Benvenuti a “Kadyrovland”, la Cecenia dell’era Putin ultima modifica: 2018-01-26T12:12:37+00:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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