L’uomo che vuole e può salvare il Kosovo

Missione a Roma di Behgjet Pacolli, ministro degli esteri e vero numero uno del paese balcanico, che con l'aiuto del governo italiano si propone di tirare Pristina fuori dal guado
scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

Behgjet Pacolli in Italia si è mosso molto, ma lo ha fatto sempre in punta di piedi. La sua ascesa come uomo d’affari inizia quando, ancora ragazzo, lascia la Jugoslavia di Tito e la sua regione più arretrata, il Kosovo. Costruisce la sua fortuna fra Germania, Russia e altri paesi dell’allora Est comunista. A metà degli anni ottanta passa prima per il Canton Ticino e poi per Monza. All’epoca, l’avvenimento che in Italia lo rese famoso fu il matrimonio con la cantante Anna Oxa.

In un paese meno provinciale del nostro, magari, ci si sarebbe dovuti occupare di lui per ragioni diverse. È proprietario della Mabetex Group, azienda che lavora in diciotto paesi nei cinque continenti e occupa quattordicimila persone. Dispone di un patrimonio personale stimato in più di cinquecento milioni di dollari, il che lo rende l’uomo d’affari albanese più ricco al mondo. Ha portato a termine lavori giganteschi, dal restauro del Cremlino alla costruzione di quasi la metà degli edifici pubblici di Astana, capitale del Kazakistan. Anche in Italia si è dato da fare: fra le altre cose, si è occupato del restauro della Fenice di Venezia.

Oggi però le vera notizia sembra essere che Pacolli, che nel frattempo è divenuto uomo politico, ha deciso di contare anche in Italia, e probabilmente di portare avanti un “piano comune”. Giovedì e venerdì è stato a Roma per un viaggio-lampo denso di incontri ufficiali e non; a quanto si è capito, sta tentando un’impresa che sarebbe davvero eccezionale: far uscire il Kosovo dal guado.

Nel paese da cui era partito da ragazzo con la classica valigia di cartone, il milionario è tornato vent’anni fa per sottoscrivere la dichiarazione d’indipendenza, e già allora fu il kosovaro più intervistato dalla stampa straniera, sia perché parla sei o sette lingue sia perché è uno dei pochi nel suo paese ad avere una visione chiara di quello che c’è attorno. Ha fondato un partito, la Nuova Alleanza per il Kosovo (Air) che oggi è essenziale per la tenuta del governo di Pristina tanto che, con tre deputati eletti al parlamento, ha ottenuto quattro ministri, uno dei quali è lui, vice premier e responsabile degli Esteri.

L’incontro di Behgjet Pacolli con Angelino Alfano, durante il viaggio-lampo in Italia del ministro degli Esteri kosovaro.

A Roma, fra un incontro con Alfano e lunghi colloqui con Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, ha avuto modo di presentare un’autobiografia edita da Cairo e intitolata Nulla è impossibile. E proprio questo è stato l’appuntamento che più ha dato il senso della svolta: c’erano tv e giornalisti delle principali testate, alti gradi militari e una platea di quelle che in genere si ritrovano davanti a un capo di stato.

In quella sede, Pacolli ha detto tutto quello che ci si aspettava dicesse, ovvero che i Balcani soffrono di ritardi storici, che l’Europa non li può dimenticare anche se sta a loro fare concreti passi in avanti, che è tempo di superare i conflitti di vent’anni fa, e via dicendo. Più tardi poi, durante una cena privata, l’uomo si è mostrato per com’è: una persona amichevole, concreta e per nulla montata. Ma questo magari sarà per un’altra puntata.

Adesso la cosa più interessante da capire è quali progetti Behgjet Pacolli stia coltivando per il suo paese, e quali convergenze abbia trovato nel mondo politico italiano. La grande attenzione che gli viene riservata dall’editore del Corriere della Sera costituisce già un indizio importante, com’è anche significativo che nelle poche ore del suo soggiorno a Roma si siano incrociate telefonate fra il suo entourage e quello di Silvio Berlusconi.

Sarebbe però troppo ingenuo legare la missione del ministro degli esteri kosovaro soltanto alle imminenti elezioni in Italia e a una possibile vittoria del centro-destra. Quello che Pacolli sta portando avanti è un progetto molto più ambizioso, che coinvolge l’Italia per diverse ragioni e che per motivi altrettanto validi interessa Roma, qualsiasi governo ci ritroveremo fra pochi mesi.

A vent’anni dall’autoproclamazione dell’indipendenza, il Kosovo è riconosciuto solo dalla metà delle nazioni dell’Onu.

A vent’anni dall’autoproclamazione di indipendenza, il Kosovo è riconosciuto da poco più della metà degli stati che fanno parte delle Nazioni Unite. Tuttavia, non è una questione di numeri. Qualcuno, come il Suriname, ha prima concesso e poi ritirato il riconoscimento, e altre nazioni caraibiche potrebbero aggiungersi alla lista degli amici. Il problema riguarda però principalmente quelli che rifiutano di riconoscere il Kosovo, tra cui ci sono Russia, Cina, Spagna e Vaticano. C’è forse qualcuno in Kosovo che sia in grado di attivare i giusti contatti internazionali per far cambiare questo stato di cose? La risposta è facile: se c’è, è Pacolli.

Seconda questione, tutt’altro che trascurabile: a Pristina, sia pure fra resistenze di ogni tipo, sta iniziando a lavorare una Corte internazionale sui crimini commessi da esponenti dell’Uck, l’esercito di liberazione che fu addestrato e appoggiato dagli Usa. Oggi quasi tutti i capi guerriglieri sono diventati leader politici, se non presidenti o primi ministri. Ed eccoci al punto: c’è in Kosovo un politico su cui l’Occidente possa contare senza correre il rischio di vederlo processato per omicidi e delitti vari? La risposta è la medesima: sì, ed è solo Pacolli.

Terza, e per il momento ultima domanda: a quale paese il ministro Pacolli potrebbe mai appoggiarsi per un’opera di mediazione fra Kosovo e Serbia, che continua a rivendicare sovranità sulla regione? Qui torna in ballo l’Italia, ovvero il paese che ha storici legami con gli albanesi kosovari e che negli ultimi vent’anni ha difeso con le sue truppe i monasteri ortodossi della regione. E, dunque, viene percepita come amica da entrambe le parti.

Behgjet Pacolli, l’unico che al momento sembra possedere tutti i requisiti necessari per sbloccare la situazione del Kosovo.

La visita romana di Pacolli cade in un momento particolarmente difficile dei rapporti fra Pristina e Belgrado: l’assassinio a Kosovska Mitrovica di Oliver Ivanović, politico serbo di anima moderata, ha scatenato la solita ridda di contese e accuse, però alla fine le due polizie hanno concordato di scambiarsi i risultati delle rispettive indagini. A Belgrado, intanto, continua ad agitarsi lo spettro di una modifica alla costituzione, più precisamente del preambolo secondo cui il Kosovo è parte della Serbia, anche se dal presidente Aleksandar Vučić in giù tutti negano che questo possa accadere.

D’altro canto, se davvero la Serbia vorrà entrare a far parte dell’Unione europea, certo non potrà importare a Bruxelles una contesa territoriale, e dunque si parla di una “distensione” dei rapporti e di qualche ulteriore passo concreto verso la normalizzazione. Anche Pristina, certo, dovrà fare la sua parte, soprattutto nel rendere effettiva l’unione dei comuni serbi del nord. E qual è l’uomo politico abbastanza lungimirante da farsi garante di questa operazione, mettendo a tacere i nazionalisti più accesi? Ma Pacolli, è ovvio.

Si potrebbe continuare a lungo con le questioni aperte, basterebbe citare quella dei foreign fighters rientrati in patria, ma ci sarà tempo per farlo. Per il momento sappiamo che l’autobiografia di Behgjet Pacolli s’intitola Nulla è impossibile e che lui è nato sotto il segno della Vergine, segno a cui gli oroscopi predicono un anno di successi straordinari.
Hai visto mai.

L’uomo che vuole e può salvare il Kosovo ultima modifica: 2018-01-27T10:48:44+00:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

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