Trump, prima e dopo Davos

Al conclave dei Paperoni nella località vip delle Alpi svizzere The Donald parla più da piazzista che da presidente. Non a caso
scritto da GUIDO MOLTEDO

Quando era “solo” un miliardario e figurava nella lista degli uomini più ricchi del mondo, Donald J. Trump non era mai stato invitato a Davos. Ieri, intervenendo al conclave dei Paperoni del pianeta, ha parlato più da uomo d’affari e da piazzista che da capo politico della prima potenza mondiale. Solo Bill Clinton, prima di lui, si era rivolto alla platea di Davos, nel 2000.

Da allora, nel tempo, il raduno annuale nella località vip delle Alpi svizzere ha sempre di più assunto i connotati del club esclusivo della globalizzazione e dei suoi protagonisti, invitando certo capi di stato e di governo, ma considerandoli un po’ degli ospiti di contorno, figure meno importanti e influenti nel processo decisionale planetario di banchieri e Ad di multinazionali. E a loro volta i politici hanno sempre calibrato la loro presenza a Davos con un atteggiamento subalterno alla logica del mercato globale e del suo primato. Perfino il cinese Xi, lo scorso anno, si è adeguato, facendo suoi i principi cardine che hanno sempre ispirato il raduno svizzero.

L’America, che pure è considerata il motore della dinamica globalista, non è stata più presente a Davos ai suoi livelli massimi, dopo Clinton, per non apparire di fatto una potenza ormai senza leadership planetaria, perché passata sotto il controllo diretto del grande capitale. E Davos, anche per Trump, era il simbolo di tutto ciò che andava combattuto in nome dell’America First.

Stupisce il suo ripensamento? Incoerente? Innanzitutto dell’incoerenza, Trump se ne infischia, ne ha sempre fatto il suo tratto distintivo. E, sicuramente, non è la virtù che gli chiedono i suoi elettori. Inoltre, c’è una logica, anche politica, nella sua partecipazione al consesso di Davos.

La scommessa dell’America First non si basa sull’autoisolamento. First non significa alone (sola), ha detto Trump. L’assunto è piuttosto quello di un’America spazio di mercato aperto a chi vi investe, uno spazio che resta comunque il più importante al mondo, e che si fa più ricco e più attraente per nuovi capitali, grazie a politiche di sgravi fiscali combinati con misure protezionistiche. Può funzionare quest’idea? L’effetto annuncio sembra farlo pensare, i capitalisti americani, Marchionne in testa, ma anche gli ad di Silicon Valley, gongolano per gli sgravi fiscali e, dopo aver tifato Obama, ora sono con Trump.

Ma perché davvero funzioni il volano di Trump, occorre che l’America diventi il perno incontrastato della nuova fase economica nel mondo. Quando gli Stati Uniti crescono cresce, cresce anche il resto del mondo, promette il presidente miliardario. Occorre allora che si avvii un circolo virtuoso che non può però partire e svolgersi sulla base di effetti annuncio. Senza contare che il tutto si basa sull’idea balzana di un resto del mondo  ipnotizzato dalle parole di Trump, compresi giganti come Cina e India, che si dovrebbero rassegnare a tornare nei ranghi di potenze secondarie.

Il circolo virtuoso che Trump spera dia presto segni per lui incoraggianti dovrebbe servire innanzitutto a contrastare il circolo, più immediato e insidioso, che sempre più si stringe intorno alla Casa Bianca, con gli ultimi sviluppi dell’inchiesta condotta dal procuratore Mueller e che vede direttamente ormai al centro dell’indagine lo stesso presidente.

Per rompere questo accerchiamento, Trump non può più contare solo sulla lealtà della sua base elettorale, che certo si sta rivelando molto più solida di quanto non pensassero i suoi avversari, Ha bisogno del sostegno dei suoi colleghi ricchi e potenti, a cui infatti sta elargendo doni e promesse. Ai lavoratori che l’hanno votato continua a prefigurare un nuovo mondo da film con posti di lavoro generati dalla sua ricetta economica. Gli credono ancora? Intanto però gli credono i detentori dei capitali, in America, ma potrebbe anche darsi anche capitalisti provenienti da altri paesi, se nell’America di Trump troveranno il loro paradiso fiscale.

A Davos, questa volta leggendo il testo ed evitando scivolose improvvisazioni, Trump non si è neppure preso la briga di polemizzare con gli europei, che invece, non avevano risparmiato (Merkel, Macron e Gentiloni) critiche nei confronti della sua politica protezionistica.

Di quella che fino a un anno fa era l’alleanza atlantica, resta l’imponente apparato militare e militare industriale, che però, in assenza anche di un minimo di visione condivisa delle regole del gioco nell’economia contemporanea, non è ben chiaro verso quali obiettivi debba essere organizzato e indirizzata.

Quindi, il tema vero, dopo questa edizione di Davos, non è tanto dove vuole andare Trump con la sua America First ma che cosa intende fare il vecchio continente, per il quale avrebbe anche più senso, finalmente, immaginare e perseguire una sua Europa First.

il manifesto

Trump, prima e dopo Davos ultima modifica: 2018-01-27T11:31:37+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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