Ortega sulle orme di Somoza. Corrispondenza da Managua

Frodi elettorali, corruzione, nepotismo. Il Nicaragua di oggi assomiglia sempre più a quello degli anni della dittatura. Ytali ne parla con la scrittrice nicaraguense María López Vigil.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

[MANAGUA]

Chissà cosa è passato per la testa a Rosario Murillo vice presidenta del Nicaragua nonché moglie del sempiterno presidente Daniel Ortega, quando ha deciso di riempire viali e piazze di Managua con gli “árboles de la vida” che all’imbrunire s’accendono di vari colori e trasformano la capitale in un grande luna park. Un progetto iniziato timidamente e che fino ad ora ha disseminato la città di centocinquanta esemplari. E che pare non esser destinato a concludersi tanto presto.

In un articolo di dieci anni fa scritto per El Espectador di Bogotá, la penna al curaro di Julio César Londoño già ne parlava come della “primera dama de la nación” (“la prima donna della nazione”), definendola “bruja negra, fea desde chiquita” (“strega nera e brutta fin da quando era bambina”. Da parte sua Ernesto Cardenal la descrive come “autrice dei poemi erotici più flaccidi e viscosi degli annali della letteratura centro-americana”.

Se già anni addietro, l’ex seguace di Sai Baba, addetta alla santeria e alla frequentazione dei tarocchi, era la papessa della cultura del suo paese, ora da vicepresidente eletta, nei grandi e sgargianti manifesti ufficiali che incombono sul passante da ogni angolo del Nicaragua, appare al fianco di un imbolsito Daniel, le dita delle mani ricoperti da anelli e i polsi appesantiti da innumerevoli braccialetti talismani che la proteggono dai malefici. A proclamare un Nicaragua “cristiano, socialista y solidario”.

Così, dalla centralissima Avenida Bolívar al Malecón che dà sul lago ventoso, passando per la Plaza de la Revolución fino alla Plaza de la Fe Juan Pablo II, al Parque Salvador Allende, nuovo centro di divertimenti pieno di affollati e cari ristoranti, tutte le arterie principali di Managua la sera assumono un aspetto surreale e trasformano una città già anonima in un grande circo di tristezza felliniana, disseminato di “arbolata”, alberi di latta, come il popolo della capitale sarcasticamente li ha ribattezzati.

Rosario Murillo

Perfino il grande faccione di lampadine colorate di Hugo Chávez che sta al centro di una rotonda spartitraffico, omaggio di Daniel e consorte al rivoluzionario bolivariano che ha fatto la loro fortuna economica, quando cala la sera viene affogato dal delirio di luci degli innumerevoli alberi della vita.

Difficile capire il senso di un tale progetto, a meno che non si voglia credere che si tratti di un inno alla vita di cui Rosario ha voluto inondare la capitale, a suggellare la nuova età dell’oro che il paese avrebbe raggiunto grazie alla coppia presidenziale. Un implicito auto ringraziamento alla nuova stirpe degli Ortega, marito moglie e nove figli, che fa parlare e promette di far parlare di sé a lungo in Nicaragua.

Senz’ombra di dubbio, sono in molti a pensarlo, uno sciupio di corrente elettrica in un paese dove Daniel e Rosario si fanno immortalare in mega cartelloni che reclamizzano progetti energetici targati Enel. E intanto inondano di luce la capitale con alberi luminosi amuleto, le cui rigogliose chiome ricordano il numero sei più volte riproposto. Che nel suo significato ambivalente può oscillare dal bene al male, fino al 666 della Bestia.

Mentre il dollaro statunitense ha quasi fagocitato la moneta locale, il cordoba, negli scambi di tutti i giorni, girano voci di corruzione e tangenti come sistema nei lavori pubblici. La qual cosa fornirebbe la seconda chiave di lettura al progetto di “árbol de la vida” tanto caro a Rosario Murillo.

Governo autoritario, dittatura, democrazia relativa, queste sono le definizioni della situazione politica che hanno maggior corso oggi nel paese. Dove Ortega distribuisce incarichi ai figli e attraverso di loro articola e consolida il potere economico per sé e per la sua ristretta cerchia, grazie ai soldi intascati ai tempi della cooperazione petrolifera col Venezuela, che alla moglie Rosario ha consentito di farsi padrona dell’informazione.

In Nicaragua  nessun ministro interviene mai in pubblico, Daniel lo fa solo di tanto in tanto (ma non ha dato una conferenza stampa in undici anni di governo), mentre Rosario ogni mezzogiorno parla del santo del giorno e delle feste patronali. Esibendosi in discorsi in cui mai manca la componente religiosa, mentre è totalmente assente la problematica reale.

È stato nel 2007, all’inizio del governo di Ortega, che Rosario ha voluto nel suo progetto di comunicazione che quando un ministro parla all’inaugurazione di un’opera pubblica debba ringraziare dio. Così facendo, tutto quanto viene nel paese fatto, non lo è in virtù di diritti o leggi, ma appare come frutto della  benedizione di dio.

È come se Rosario avesse quasi preso le vesti di sacerdotessa di una nuova religione, l’orteguismo, per presentarsi e concedersi al popolo come  madre amorosa. Perfino le camicette che indossa, con cui appare nella ritrattistica di regime, hanno la funzione di comunicare la filosofia pseudo-religiosa che sta alla base del suo “pensiero”.

La costituzione del Nicaragua è stata riformata nel 2015 e solennemente sancisce che il paese si basa su principi cristiani, valori socialisti e ideali solidali. Quando a seguito della riforma costituzionale qualche giornalista fece notare a dei deputati sandinisti che essa era in contrasto con il principio della laicità dello stato, pur esso sancito nella carta fondamentale, si sentì rispondere che il cristianesimo non era una religione.

Rosario Murillo interviene quotidianamente da tutte le emittenti televisive possedute dalla famiglia, praticamente quasi tutta l’informazione del paese, o in quelle in mano a Angel González, magnate dei media in America centrale e America latina, conosciuto come “il fantasma”. Tanto che in Nicaragua si parla apertamente di una sorta duopolio tra la famiglia Ortega e González, con molti dei canali televisivi controllati dai figli di Ortega.

Parlare di una famiglia al potere sembra quindi lecito, e la memoria di chi almeno ricorda, va indietro nel tempo a quando un’altra famiglia governava il paese. Una famiglia infinitamente più piccola.

Nel paese la maggioranza della gente pensa che la democrazia significhi solo assenza di guerra, e il fronte sandinista praticamente non esiste mentre il suo statuto non viene rispettato. Quando si convoca il congresso, lo si fa solo per ascoltare il discorso di Daniel, che negli anni ha saputo appropriarsi di tutti gli spazi, favorito dalle condizioni di un paese con una tradizione autoritaria enorme.

Quanto agli Stati Uniti ci stanno mettendo del loro, e sembrano impegnati nel tentativo di ripulire l’America centrale dei peggiori narcotrafficanti, migliorando nel contempo un poco il livello di corruzione. Il vero problema per gli Usa riguarda chi ci potrà essere dopo Daniel Ortega.

Chi sarà in grado di controllare un paese tanto destrutturato. La fine dell’orteguismo potrebbe provocare inoltre un consistente fenomeno migratorio.

Attualmente l’emigrazione nicaragüense è rappresentata da gente senza lavoro che prende la strada del Costa Rica o di Panama, e nei circoli dell’opposizione si pensa che gli americani abbiano un certo timore di destabilizzare il paese, che ora comunque gode di una certa stabilità.

Ciononostante il 21 dicembre gli Stati Uniti hanno deciso di applicare per la prima volta a un politico nicaraguense, Roberto Rivas Reyes, la Ley Global Magnitsky, riservata a narcotrafficanti, terroristi, politici corrotti. Rivas, presidente del Consejo Electoral Supremo del Nicaragua, alcolizzato e uomo ricchissimo che possiede alcuni aerei personali e proprietà in Costa Rica, è accusato di corruzione e frode elettorale.
In base alla legge è impossibilitato a fare ogni transazione finanziaria, e già il governo di San José ha avviato indagini sulle sue proprietà nel paese.

Daniel Ortega e il presidente del Venezuela Maduro

Una sberla per Daniel Ortega, dal cui governo non è venuta una parola a commento. E che probabilmente deve sentirsi parecchio preoccupato che il vero obiettivo degli yanquis in realtà sia di andare a mettere il naso nel cerchio magico che lo circonda.

I grattacapi che vengono a Daniel e a Rosario dai nord-americani sembrano non aver fine.

Dopo l’approvazione del Nica Act l’ottobre scorso da parte del Congresso, nere nubi si addensano su Albanisa, la cassa che custodisce il tesoro del regime. Tutto è successo dopo una segnalazione dell’ambasciata americana di Managua sui rischi di realizzare transazioni finanziarie, dato che esiste il sospetto che Albanisa abbia lavato denaro con le Farc colombiane. In più Petroleos de Venezuela (Pdvsa) controlla il cinquantuno per cento della proprietà di Albanisa, e già è stata sanzionata dagli Stati Uniti.

Se l’accusa fosse provata, potrebbe essere letale per il regime.

E camera e senato americani sembrano non voler smettere di mettere il naso negli affari nicaraguensi, perfino da parte di alcuni esponenti che all’epoca si opposero alla politica di Reagan nei confronti del paese centro-americano e sostennero Ortega.

Insomma Daniel pare non aver amici negli Stati Uniti, mentre appare sempre più isolato a livello mondiale.

Perfino l’Unione europea si è espressa recentemente con un documento sui diritti umani e sulla corruzione in Nicaragua, e la tardiva adesione di Ortega al Trattato di Parigi sull’ambiente non ha diminuito per nulla la condizione di isolamento di cui il paese soffre.

Così tra la gente si fa largo una previsione pessimistica che vede il Nicaragua come una appendice del Venezuela, dove il primo a cadere sarà il regime bolivariano, seguito a ruota da Daniel e famiglia. Tra accuse di inefficienza e corruzione, non esclusa la connivenza col narcotraffico, che per il regime venezuelano è già sufficientemente provata.

Perché, nonostante il Nicaragua si dichiari come uno dei paesi più sicuri del Centro America e del mondo, nessuno ha ancora spiegato sufficientemente come fa la droga a raggiungere i suoi mercati senza passarvi attraverso. E vista la situazione, appare difficile che il traffico avvenga all’insaputa del regime.

Anche per il progettato e contestato canale che dovrebbe tagliare in due il paese passando per il lago Nicaragua e mettere in comunicazione Pacifico e Atlantico, c’è chi pensa che Ortega lo abbia concepito come un’enorme balla. Al riguardo è stata fatta una legge con la quale il paese si è venduto a Wang Jing, imprenditore cinese, che a sua volta potrebbe aver già ceduto questa concessione in un’altra parte del mondo, senza che le autorità nicaraguensi lo vengano a sapere. E se lo sanno, tacciono.

Perché quanto a lavori non si è fatto nulla. Non è nemmeno arrivata nel paese alcuna macchina necessaria a fare i due porti nel Pacifico e nel Caribe, passo necessario all’avvio dello scavo del canale. Non una pala. Ciononostante il canale si è inaugurato con una grande festa tre anni fa. Una sfarzosa inaugurazione per un canale che non esiste.

In compenso Wang Jing, messosi in tasca la concessione, ha finanziato per due anni un festival pucciniano con gran spolvero di musicisti italiani al Teatro Nacional Rubén Dario, a pochi passi dalla Plaza de la Revolución a Managua. Dove il tenore principale era Laureano Ortega, figlio di Daniel e Rosario. Voce modesta, dicono gli intenditori della lirica che hanno potuto sentirlo nei giorni delle recite, quando il grande teatro era pieno di funzionari statali obbligati a presenziare per dovere d’ufficio.

Entusiasta ammiratore delle doti canore di Laureano, Wang Jing gli ha pure finanziato un disco. I maligni dicono l’abbia fatto per sdebitarsi col tenore che dal padre era stato incaricato di tenere i rapporti coi cinesi, e che gli ha servito su un piatto d’argento la concessione. Tanto da inserire nella legge relativa un articolo che, in caso di mancata costruzione del canale, obbliga il Banco Central a rimborsare il concessionario.

Secondo i giuristi che l’hanno studiata, un esempio unico a livello mondiale di una legge che concede tutto al concessionario in cambio di nulla. Se poi il canale alla fine si farà, il Nicaragua godrà di un beneficio annuale di dieci milioni di dollari. Nulla rispetto alle rimesse degli emigrati, senza tener conto dello scempio ambientale che un tale progetto provocherebbe.

María López Vigil è redattrice capo della rivista Envio dell’Universidad Centro América di Managua e scrittrice di gran successo di libri per l’infanzia. Nel 2012 il governo francese le ha concesso la Légion d’honneur per i meriti letterari. Mi riceve nel suo ufficio, accogliendomi con un grande sorriso e con un buon caffè.

María López Vigil nel suo studio

Maria come ti è capitato di scrivere libri per bambini?

Il Nicaragua era carente di letteratura infantile. Rubén Darío ha scritto qualche racconto, e pochi altri. Nel 1988 la cooperazione svedese fece un concorso per sviluppare la letteratura infantile nel paese. Partecipai perché mi era sembrata una cosa interessante e perché preferisco scrivere fiabe per bambini che di politica. Ho un fratello archeologo che poi nella vita è diventato un illustratore di libri. E abbiamo deciso di fare un libro sul tema della preistoria in Nicaragua. Con Un güegüe me contó inizia la letteratura infantile nel paese. Terminata la rivoluzione è nata un’associazione che si chiama Libros para niños che promuove la lettura di libri di alta qualità presso i bambini poveri. Qui ho poi pubblicato cinque-sei titoli.

Il Nicaragua è il paese dove nascono più poeti. Si legge oggi nel paese?

L’altro giorno Ernesto Cardenal ha compiuto novantatré anni e ha dichiarato alla televisione di essere l’unico poeta che scrive poesia a partire dalla scienza. Ha detto la verità. Qui purtroppo si legge molto poco. Ai miei allievi costa molto leggere. Io credo che i social facciano sì che nessuno legga nulla.

Parliamo un po’ del Nicaragua e dei suoi problemi.

Quel che manca è un concetto diffuso di cittadinanza, in un paese segnato da una presenza religiosa molto tradizionale. Il concetto di cittadinanza va alla pari con lo sviluppo di una coscienza di libertà e di pensiero critico che non si è mai affermata in Nicaragua. La stessa rivoluzione non è stata un fatto democratico, e rientra nella tradizione delle rivoluzioni latino-americane, come scontro con l’impero rappresentato dagli Stati Uniti.
La rivoluzione nicaraguense non ha fatto nascere un pensiero democratico, una cultura della cittadinanza e dei diritti umani. Poiché gli anni della rivoluzione furono anni di guerra, i concetti di democrazia e di diritti umani non si sono sviluppati. Quando nel 1990 la rivoluzione ebbe fine, nel paese ebbe inizio un embrione di cittadinanza, di partecipazione, di libertà di stampa.
Ora tutto questo è cambiato, e tutto il potere è centralizzato. Dal 2008 quando ha vinto Daniel Ortega tutto è stato una catena di frodi elettorali. Nel senso che le elezioni non risolvono in Nicaragua il problema politico, poiché c’è un controllo assoluto del sistema elettorale.
A differenza di tutti i paesi latino-americani, il Nicaragua ha conosciuto in molto poco tempo il potere delle armi per cacciare Somoza e il potere del voto per mandare a casa Daniel Ortega dal governo. Ora, senza il potere del voto, perché esso qui non serve, e con il convincimento di quello che le armi portano al paese, viviamo in un orizzonte molto chiuso.

Sembrava una rivoluzione libertaria all’inizio. Parrebbe che di quella spinta originaria non sia rimasta traccia.

Le istituzioni che rimangono di quel tempo, come la polizia e l’esercito non hanno conservato traccia, visto che sono strumenti al servizio della famiglia presidenziale. Abbiamo un governo che fa vergognare, capeggiato da chi ha diretto quella rivoluzione che fu cosi importante per il mondo, e che ha reso più ricchi coloro che già lo erano, e che ha creato una casta di nuovi ricchi.
Un governo estremamente corrotto, con una corruzione generalizzata che ha approfondito le disuguaglianze e che porta in sé i geni della dinastia somozista. Quella che governa è una dinastia famigliare, con la differenza che Somoza aveva una piccola famiglia.
Una rivoluzione non può essere libertaria in un paese con cinquant’anni di dittatura. La memoria collettiva, le tradizioni, i comportamenti e le attitudini del passato somozista continuano ad operare nel paese. Spesso sentiamo che la storia si sta ripetendo. La storia non si ripete mai uguale, ma siamo già nel tempo della tragedia.

Girando per Managua sembra di stare in una capitale del socialismo reale, per quante piazze e strade sono intitolate agli eroi del pantheon socialista mondiale. Che hanno fatto i governi sandinisti in campo sociale?

Il gruppo di Ortega ha voluto neutralizzare i grandi nemici del tempo della rivoluzione. Per quanto riguarda i settori imprenditoriali, ha operato per farsi socio di questi settori. I più grandi alleati di questo governo sono gli impresari di sempre.

Il grande capitale si è sposato con Ortega.

E Ortega è convolato a nozze con lui. È stato un modo per neutralizzarlo. I grandi imprenditori godono di privilegi e in cambio Ortega ha l’appoggio di una macro economia che funziona. L’altra ad essere stata neutralizzata è stata la gerarchia della chiesa cattolica e monsignor Obando. Infine l’altra neutralizzazione riguarda gli Stati Uniti, concedendo loro il controllo della frontiera, bloccando i migranti, lottando contro il narcotraffico fino a un certo punto. Per poter dare qualcosa alla gente, hanno goduto della cooperazione petrolifera di Chavez.
Niente di quello che vediamo fino ad oggi si può spiegare senza questa cooperazione. Si calcola che essa ha significato una cosa come tremila milioni di dollari. Nulla per un paese europeo, ma una cifra enorme per il Nicaragua.
Daniel Ortega ha potuto fare quanto di buono, cattivo, regolare o meno ha fatto, perché aveva l’appoggio di Hugo Chavez. Con la caduta dei prezzi del petrolio e con la crisi venezuelana questo si è concluso. Ma per i grandi imprenditori del paese il Venezuela è diventato un grande mercato per i prodotti nicaraguensi. Vendendo zucchero, fagioli, banane, caffè, carne.
La cooperazione venezuelana permise al governo di avviare un programma sociale assistenziale. Il più importante ha preso il nome di “hambre zero”, per il quale il governo dava una mucca o qualche maiale alle donne che avevano un piccolo terreno, per consentire loro di avviare un piccolo commercio.
Continua invece un programma che si chiama “usura zero” con il quale vengono concessi piccoli crediti agli abitanti dei quartieri popolari sempre per consentire loro di avviare qualche forma di commercio. Un altro  programma si chiamò “plan techo” attraverso il quale venivano dati fondi per tetti di laminato. Un progetto che creò molta corruzione.

Esiste un sistema pensionistico?

Esiste ma si prevede che l’anno prossimo entri in crisi. Una delle strategie di Ortega è stata quella di gonfiare il personale statale, non solo per dare lavoro, ma anche per assicurarsi che le piazze siano piene quando ci sono manifestazioni del governo. Dato che la partecipazione da parte degli impiegati pubblici è obbligatoria. All’inizio certamente la gente partecipava perché lo desiderava, ma ora sempre più le piazze sono riempite da gente che è obbligata ad andarci per non perdere il lavoro.

E il sistema educativo?

L’educazione pubblica è di pessima qualità. I governi sandinisti hanno convertito gli insegnanti in propagandisti. Hanno migliorato le infrastrutture soprattutto a Managua, ma il cinquanta per cento delle scuole pubbliche del paese non ha acqua potabile. La politica di Ortega premia l’apparenza, favorendo cose grandi e visibili, allegre e colorate. Portare l’acqua alle scuole è una cosa che non si vede, e quindi non si fa. Gli insegnanti nicaraguensi sono i meno pagati di tutto l’America centrale.

E per quanto riguarda la sanità?

Sono migliorate le infrastrutture in alcuni ospedali pubblici ma la crisi della cooperazione venezuelana ha prodotto anche qui un peggioramento delle condizioni generali.
Per spiegarmi meglio. In questo periodo stiamo percependo che la fine del periodo della cooperazione sta mettendo il governo in una situazione sempre più difficile. Sono state fatte in passato opere infrastrutturali grandi come le strade, ovvero interventi che permettono il prosperare del sistema di corruzione.

Esiste un’opposizione in Nicaragua? C’è gente che dice che non è d’accordo?

Io dico che non sono d’accordo e conosco molte persone che lo dicono con sfumature differenti. L’organizzazione politica dell’opposizione è stata distrutta da Daniel Ortega, dato che controllando egli tutto l’apparato statale, può facilmente privare della personalità giuridica. L’opposizione esiste ma è dispersa. Esiste anche un’opposizione interna a quello che oggi è il Fsln.
Si conosce il malcontento dei sandinisti storici che sono stati allontanati dagli incarichi, perché sono eredi di una rivoluzione che fece innamorare il mondo, consapevoli che è stata profanata la memoria di Sandino e di Carlos Fonseca.
E questa non riguarda solo i famosi, come Ernesto Cardenal e altri, ma anche un certo gruppo di quadri intermedi che sono stati allontanati per fare spazio a una gioventù senza memoria e ignara della storia, la quale viene attratta dalle partite allo stadio, dalle feste e dalle borse di studio concesse dal governo. Molti di questi sandinisti critici non hanno votato alle ultime elezioni.

I dati economici del paese non sono negativi. Il prodotto interno lordo è cresciuto del cinque per cento. Come lo spieghi.

I dati macroeconomici non sono male, ma la microeconomia va malissimo. La ricchezza viene ripartita in un modo fortemente diseguale. Il salario minimo è bassissimo, la disoccupazione è il principale problema del paese. La gente emigra in Costa Rica o in El Salvador a raccogliere caffè. Il modello dello sviluppo è basato sullo sfruttamento senza controllo delle risorse naturali. La madre Terra ci presenterá presto il conto.

Ortega sulle orme di Somoza. Corrispondenza da Managua ultima modifica: 2018-01-29T16:42:55+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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