Ma come fanno gli operai. L’inchiesta di Loris Campetti

Una lucida analisi politica basata su un'indagine nella classe tradizionalmente spina dorsale della sinistra e che ora – forse – non esiste più.
scritto da LORIS CAMPETTI

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore Manni, pubblichiamo stralci di un capitolo del libro, da venerdì nelle librerie, “Ma come fanno gli operai. Precarietà, solitudine e sfruttamento. Reportage da una classe fantasma”, un racconto/inchiesta sul cambiamento culturale dei lavoratori, un viaggio nelle grandi fabbriche, quelle in crisi e quelle con il vento in poppa, dalla Luxottica alla Fincantieri, dalla Brembo alla Beretta, dall’Agusta all’Aermacchi, dalla Maserati all’ex Pininfarina, a cui si affiancano puntate nella logistica e nei servizi. Il testo che qui di seguito pubblichiamo è parte del reportage sulla Luxottica.

Quando il rumore delle pale e del motore dell’elicottero distrae dal lavoro le maestranze di Agordo, gli operai guardano fuori dallo stabilimento, in direzione della villa con tanto di piscina e pista di atterraggio che è un tutt’uno con la fabbrica (“casa e bottega”) ed esclamano compiaciuti: “Il nonno è tornato”. Il nonno si chiama Leonardo Del Vecchio, padre-padrone della Luxottica, oggi impegnato nell’integrazione del colosso industriale con la francese Essilor: gli organismi antitrust di molti tra i tanti paesi in cui si producono e si inforcano occhiali Luxottica hanno già dato il via libera, le altre autorizzazioni sono in arrivo e la partita del nuovo gigante che unisce i costruttori di lenti con quelli delle montature dovrebbe chiudersi abbastanza rapidamente.

“L’accordo può portare benefici” sostiene Denise Casanova, la dirigente sindacale Cgil che da poco tempo è responsabile per la Luxottica e l’occhialeria in generale, motore industriale del Bellunese, “dipende naturalmente da chi avrà la governance e dalla capacità del sindacato di vigilare. Non c’è il rischio di cannibalismo, può darsi al contrario che una parte della produzione si sposti in Italia come conseguenza dell’integrazione. Diverso è il discorso che riguarda la parte finanziaria, con la quotazione in Borsa che si sposta a Parigi. Per ora il bastone del comando è in mano a Del Vecchio, in futuro dovremo vigilare”. Anche perché Leonardo Del Vecchio, con i suoi 82 anni ben portati, non è esattamente un rappresentante della millennial generation.

Inizia presto a lavorare, a quindici anni. Figlio di un commerciante di frutta di Barletta, non naviga certo nell’oro, da ragazzino fa il garzone in una fabbrica di medaglie e coppe e successivamente l’operaio metalmeccanico in Trentino, dove frequenta le scuole serali. Nel ’58 apre un negozio di montature di occhiali con 14 dipendenti, nel ’61 fonda Luxottica, inizialmente terzista, poi via via cresce e diventa il più grande venditore di occhiali nel mondo, meritandosi l’onorificenza di Cavaliere del lavoro. Si allarga negli Usa, ingloba marchi prestigiosi come Ray-Ban, si avvicina ai cento milioni di occhiali venduti, fino ad arrivare all’integrazione con i francesi di Essilor.

L’uomo più ricco d’Italia ha aziende in tutto il mondo, dalla Cina agli Usa, ma la sua casa è sempre qui, ad Agordo nel Bellunese dove è venerato come un dio e dove ha cinque stabilimenti cui si aggiungono in Italia quelli di Treviso, Rovereto, Torino e la sede centrale di Milano.

Gli affari per il “nonno” vanno decisamente bene[…]

Per rispondere alla crescente domanda di occhiali made in Italy, il lavoro previsto dall’orario contrattuale non è sufficiente e non bastano neppure i nuovi ingressi con contratti a termine e, soprattutto, interinali, così l’azienda chiede straordinari al sabato.

E quando i volontari non sono sufficienti e l’afflusso non è di massa ma solo del sessanta per cento dell’organico, che ti fa la Luxottica per tornare a riempire le officine nel luglio di un’estate infuocata dal caldo persino sotto le Dolomiti? Raddoppia la paga e così i dipendenti di Agordo rispondono senza più tentennamenti all’appello, tutti in fila a timbrare il cartellino.

Qui, nei paesi delle valli bellunesi, nell’immaginario collettivo Del Vecchio è qualcosa di più del classico paronveneto, è il passato, il presente e, giurano in tanti, il futuro. Guai a criticarlo, guai a nutrire perplessità sul suo operato. Non solo in fabbrica ma anche in famiglia: Leonardo Del Vecchio aveva provato a fare un passo indietro mettendosi da parte ma, nutrendo più d’un dubbio sulla dynasty (sei figli) e sulle sue capacità di difendere ed espandere il patrimonio, ha rimesso in moto l’elicottero ed è tornato a sedere sulla poltrona più importante.

Ci racconta una maestra che insegna in un paese della valle agordina che quando ha chiesto ai suoi alunni: “Che mestiere vuoi fare da grande?”, i piccoli non hanno risposto l’astronauta, il papa, il calciatore, la cantante come i bambini di tutto il mondo, bensì “Voglio fare l’operaio alla Luxottica”.

Non è un caso se le guide alpine non riescono più a trovare giovani disponibili a imparare il mestiere o se non si riesce a far decollare il turismo in queste valli stupende: in provincia di Belluno la scolarità è decisamente bassa, perché tanti ragazzi non vogliono perdere tempo a studiare e appena possono vanno a bussare ai cancelli dell’azienda. In compenso, anche quelli che hanno completato gli studi, con la laurea in tasca vanno a fare gli operai alla Luxottica.

Ad Agordo i dipendenti nello stabilimento sono 4.400, più degli abitanti del paese che arrivano a stento a 4.100. Del Vecchio, un nome e un modello. Il modello del welfare aziendale che va tanto di moda, attrae gli imprenditori che puntano a trasferire parte consistente del salario – i premi di produzione – dalla busta paga al welfare e ai benefit che sono detassati, su cui cioè padroni e dipendenti non pagano contributi. Si va dalla sanità ai buoni benzina, dalla formazione al microcredito familiare, al carrello della spesa. Visto il deterioramento del welfare universale, cioè quello pubblico, con la conseguenza che le cure diventano un lusso, per i lavoratori il welfare privato finisce per rappresentare un argine.
[…]
“Sono il nuovo Olivetti”, ha ripetuto più volte Leonardo Del Vecchio regalando nove milioni di euro in 140.000 azioni ai suoi dipendenti (ma non agli interinali) in occasione del proprio ottantesimo compleanno, o pagando il doppio gli indispensabili straordinari al sabato. Lo pensano in tanti, tra i suoi operai ma anche a sinistra e nel sindacato. Ma c’è chi avanza più d’un dubbio.

Olivetti offriva la biblioteca e del Vecchio la palestra. È un po’ diverso,

dice Giunone, un’operaia somministrata dalla Adecco a Luxottica. L’orribile termine “somministrata” vuol dire che viene data in affitto da un’agenzia di intermediazione della forza lavoro a un’azienda di produzione o di servizi, con un danno per l’operaio in termini di stabilità, salario, diritti.

Giunone è un nome di fantasia perché, lo dicevamo, il paron non ama le critiche; è laureata in architettura, ha fatto sei mesi da un professionista “pagata con pacche sulle spalle”, qualche lavoretto, un lungo viaggio in Sud America e poi l’Adecco e lo sbarco in Luxottica dove sta da due anni e mezzo con contratti dalla durata che oscilla tra un massimo di cinque mesi a un minimo di due, con interruzioni decise unilateralmente, non certo da Giunone, che vanno sotto il nome di “stop and go”.
[…]

In Luxottica non esiste il conflitto, non è nella cultura dei lavoratori. Vedo piuttosto un individualismo dominante dove i dipendenti fissi se ne fottono di noi precari. A volte mi chiedo se al posto loro mi comporterei anch’io così, mi terrorizza l’idea di diventare come loro e penso che non rester ancora molto a fare questo lavoro. Appena posso me ne vado, prima di diventare anch’io parte di questo sistema. Diciamo che questa esperienza mi è servita per conquistare l’indipendenza. Il mio caporeparto neanche sa che sono laureata. Posso sopportare questa condizione perché non ho figli e godo di una maggiore libertà, altri e altre sono più ricattabili, i miei colleghi neanche si incazzano per le ingiustizie. Il lavoro di per sé non è insopportabile, non c’è la catena di montaggio stile Tempi moderni anche perché lavoriamo sul piccolo. Per mi sembra di buttar via la mia storia. In fabbrica trovi intere famiglie al lavoro, il padre e il figlio, mentre il nipote spera solo di crescere in fretta per arrivare al giorno in cui potrà timbrare il cartellino come suo padre e suo nonno.
[…]
Dall’agenzia mi comunicano il rinnovo di un contratto di due mesi con un sms, senza neanche guardarmi in faccia, e la stessa cosa capita con gli stop and go. L’iscrizione al sindacato non è neanche prevista, è inimmaginabile, inesistente con un contratto che dura due mesi poi que sera sera, come cantava Doris Day.

Ma diciamo la verità, che sindacato è quello presente alla Luxottica?

Ma come fanno gli operai. L’inchiesta di Loris Campetti ultima modifica: 2018-02-07T21:31:43+00:00 da LORIS CAMPETTI

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