Morsi senza rimorso

Nel nuovo romanzo di Fred Vargas "Il morso della reclusa" il “nebbioso” commissario Adamsberg alle prese con gli strani decessi di vecchi orfani non proprio irreprensibili
scritto da ROBERTO ELLERO

Bislacco lo è di sicuro, Jean-Baptiste Adamsberg, capo dell’Anticrimine al tredicesimo arrondissement parigino. E le sue stravaganze ci sono ormai familiari, venendo da una serie di indagini che vantano ampie schiere di lettori nel mondo esattamente in forza di quel suo surreale “perdersi” nei casi che di volta in volte è chiamato ad affrontare, prima di trovare il bandolo, insieme alla sua affiatata e non meno stramba compagine di collaboratori. Doveri d’ufficio, chiaramente, ma non di rado incursioni dettate da curiose coincidenze o semplici intuizioni, quel sesto senso che lo porta poi a vagare per connessioni insolite, associazioni azzardate, sentieri improbabili. In poche parole, la singolarità del personaggio:

Nebbioso, beccheggiante, indolente. Sempre perso nelle sue vaghezze.

In “Tempi glaciali” (“Temps glaciaires”, 2015) l’avevamo lasciato su un’isoletta solitaria fra le nebbie del nord, al largo dell’Islanda, dopo una faticosissima inchiesta intorno ad una serie di suicidi riconducibili ad una setta di nostalgici della rivoluzione francese e ad una gita (per l’appunto in Islanda) finita in tragedia. E lì, ormai di casa, apprendista pescatore, Fred Vargas ce lo fa ritrovare nelle prime pagine de “Il morso della reclusa” (“Quand sort la recluse”, 2017), in libreria per Einaudi, con traduzione di Margherita Botto, subito in testa – comme d’habitude – alle classifiche di vendita.

Suo malgrado, il dovere reclama Adamsberg a Parigi ma è poca cosa, un omicidio stradale presto risolto con le manette all’uomo giusto, l’odioso marito della donna “investita”, mentre assai più intriganti si fanno da subito le notizie riguardanti strani decessi di anziani ancora in forze nel sud della Francia, per necrosi galoppanti dovute – pare – al morso del cosiddetto ragno violino, così chiamato per via di una macchia sul cefalotorace, nome scientifico Loxosceles rufescens, aracnide velenoso noto anche come “la reclusa”. Già, perché fra le caratteristiche del ragno in questione, aspetto insignificante, corpo lungo meno di un centimetro, vi è la massima riservatezza, vita ritirata in buchi e piccoli anfratti anche di casa, senza nessuna propensione all’attacco. Qualche morso e qualche morto magari sì, ogni tanto, ma per sbaglio, in soggetti già deboli e non adeguatamente curati, con prolungati decorsi, mai – in precedenza – con così tanta frequenza e rapidità. Improvvise mutazioni genetiche? Qualche altra dannazione del clima? Ci deve essere sotto qualcosa.

Squadra affiatata intorno al capo, dicevamo, quasi una famiglia, ma bisognosa di cure, persino di coccole se la parola non fosse indigesta a tutti, con quei loro caratterini, ciascuno – al di là dei gradi – con le sue accertate competenze e malcelate debolezze: il saccente Danglard, un’enciclopedia vivente a volte insopportabile; l’energica Violette Retancourt, quercia non priva di impuntature; il fido Veyrenc, quasi un figlio, pregi e difetti compresi; la dolce ma fragile Froissy, di mostruosa bravura nelle ricerche al computer e via via tutti gli altri. Danno il meglio quando Adamsberg sa essere convincente e motivante, la qual cosa non sempre accade, per via delle nebbie… Sulla faccenda delle recluse, poi, sa che più di tanto non può chiedere ai suoi, già provati da recenti burrascose sortite. Ed è subito scontro con Danglard, che non vuol saperne, facendone quasi una questione personale. Lo sarà, infatti…

Se non sai, chiedi e Adamsberg non è tipo da tirarsi indietro, tanto più che il vicino Lucio, lo spagnolo senza un braccio che ancora continua a grattarselo, sodale di serate in giardino, se n’è tornato per qualche giorno al suo paese. E allora uno specialista, il professor Pujol, aracnologo, che dà conferma ai suoi dubbi circa la scarsa propensione omicida di quelle bestioline. Ed è nei pressi del suo studio che fa la conoscenza di un’amabile e agguerritissima anziana signora, Irène Royer-Torrailles, che viene dalle parti di Nîmes, con una scatoletta per l’aracnologo: una reclusa defunta ma ottimamente conservata. E, si sa, una parola tira l’altra:

La conosce bene, questa reclusa.
Certo, in casa ne ho parecchie. E non ha paura?
So dove sono, non gli rompo le scatole, ecco. Non rompo le scatole a nessun ragno. Mi piacciono molto gli animali, tutti. Ah no, tranne uno. Quello non posso proprio vederlo. Il blaps. Sa qual è?

No, che non lo sa. Glielo spiegherà Irène, poi sua preziosa collaboratrice. E Adamsberg dovrà imparare a conoscerli, specie in senso figurato, quei coleotteri neri, sporchi, puzzolenti, chiamati anche scarabei funebri o annunciatori di morte. All’insaputa dei superiori, indifferenti gli organi di stampa, che ancora ignorano, e recalcitranti i collaboratori, che saranno via via coinvolti non senza fatica, Adamsberg comincia a collegare fatti e persone, giungendo ad un orfanotrofio, la Miséricorde, nel Gard, dove la triste saga ha avuto inizio, negli anni di guerra, con le gesta atroci di una banda di bulletti che ne combinava di tutti i colori, complici proprio le ignare recluse. E poi, anni dopo, una serie di stupri rimasti impuniti. Infine, sepolto nella memoria, lo sbiadito ricordo d’infanzia di una donna confinatasi fra le quattro pareti di un casolare, nelle campagne di Lourdes, venerata come una santa, alla maniera delle recluse – donne stavolta – di medievale memoria…

Ricercatrice di archeozoologia ed esperta di medievistica, Fred Vargas (all’anagrafe Frédérique Audouin-Rouzeau, parigina del 1957) è abilissima nel condurre il lettore per le intricate vie, soprattutto mentali, del suo strambo investigatore e gioca più che mai in casa (i ragni, gli scavi) con i misteri e i colpi di scena di questo suo nuovo romanzo, dove Adamsberg, lo “spalatore di nuvole”, dovrà fare i conti una volta di più con gli orrori di cui sono capaci gli umani. Farà ricorso a tutta la sua inventiva ed anche ad una dolorosa “estrazione” del rimosso per venirne a capo. E la consueta cifra onirica, quasi favolistica, del racconto nulla toglie alla malvagità di quel che andrà scoprendo, un insieme criminoso di reiterate violenze, di omertà, di morsi senza alcun rimorso. Sempre d’attualità, oltretutto.

Fred Vargas

La bestialità è tutta dell’animale più pericoloso e malvagio, l’uomo naturalmente, tanto che persino la vendetta in fondo ha una sua spietata tenerezza. Erede di altri titolati commissari, a cominciare dal concittadino Maigret, Jean-Bapt – come familiarmente comincerà a chiamarlo l’anziana sodale di ricerche – punta a “scoprire” senza necessariamente giudicare. Perché se la verità ha una sua oggettività, la giustizia può anche essere un punto di vista.

 

Morsi senza rimorso ultima modifica: 2018-02-16T10:50:01+02:00 da ROBERTO ELLERO

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