“Es lebe Freiheit”. “Viva la libertà”

Il 22 febbraio di settantacinque anni fa i cinque ventenni della Rosa Bianca, il gruppo della Resistenza a Hitler, venivano giustiziati. Una storia tedesca ma anche europea.
scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Es lebe Freiheit” “Viva la libertà” è il grido di Hans Scholl prima della sua esecuzione da parte del regime nazista. Settantacinque anni fa i cinque ventenni della Rosa Bianca, il gruppo della Resistenza a Hitler, venivano giustiziati. Una storia tedesca ma anche europea.

Esattamente settantacinque anni fa, il 22 febbraio 1943, nella prigione di Stadelheim, a Monaco di Baviera, la ghigliottina fece udire il suo raggelante stridore per ben tre volte. Le vittime tre ragazzi ventenni, tedeschi, “ariani”: il loro reato, insopportabile per il regime nazista, è sintetizzato nelle ultime parole pronunciate, anzi gridate, dal terzo giustiziato: “Es lebe Freiheit”, “Viva la libertà”. Si trattava dei fratelli Hans e Sophie Scholl e di Christopher Probst, tre ragazzi della Rosa Bianca, il circolo di Resistenza al regime nato nell’università della capitale bavarese. Nelle settimane successive furono giustiziati allo stesso modo due altri studenti della “Weiße Rose”, Alexander Schmorell e Willi Graf, e il professor Kurt Huber.

Il loro arresto e la loro condanna, in processi davanti al Tribunale del popolo durati poche ore, furono dovuti alla loro attività di distribuzione di volantini, sei in tutto a partire dal giugno del 1942 fino al 18 febbraio 1943, giorno della cattura di Hans e Sophie nell’atrio dell’università. Come si spiega tanta durezza – la pena capitale – per una attività apparentemente innocua come la diffusione di volantini che invitavano prima al dissenso e poi alla Resistenza (Widerstand), per di più svolta con mezzi artigianali, di scarsa penetrazione e da pochi giovani?

La risposta a queste domande ci consente di capire l’importanza dei ragazzi della Rosa Bianca nella ricostruzione morale e spirituale della Germania. E la loro ispirazione credo possa parlare anche a noi oggi, una ispirazione tenuta viva dalla Weiße Rose Stiftung, la fondazione che prende il nome da quella esperienza, nata grazie all’iniziativa di parenti e amici di Hans, Sophie, Christopher, Alex, Willi e del loro professore.

Uno dei volantini scritti dalla Rosa BIanca

Inoltre la storia di questi ragazzi ci consente di capire perché in Germania non nacque un movimento di Resistenza al regime nazista, diversamente da quanto accadde in Italia o in Francia, movimento che in questi due Paesi ha costituito la base etica e politica della loro rinascita e della successiva fase post-bellica.

La particolarità dei ragazzi della Rosa Bianca, è che a fronte di soli sei volantini da loro scritti e distribuiti, abbiamo una quantità molto maggiore di materiale che scandaglia le loro motivazioni spirituali, etiche e politiche. I protagonisti di questa storia hanno scritto moltissime lettere, tra loro e ad altri amici, oltre che diari – cosa consueta in quegli anni – che negli anni successivi sono stati amorevolmente raccolti e pubblicati. In tempi più recenti nella ex Germania dell’Est sono stati trovati i verbali della Gestapo dei loro interrogatori e della sentenza del Tribunale del popolo.

Hans, Christopher, Alex e Willi sono quattro giovani che casualmente si ritrovano tutti a Monaco di Baviera, nell’autunno del 1940, iscritti alla facoltà di medicina. In comune hanno anche il fatto che sono tutti arruolati nella Seconda compagnia sanitaria di Monaco, composta appunto da studenti di medicina.

I primi a conoscersi sono Hans Scholl e Alex Schmorell, il quale, nei primi mesi del 1941, presenta ad Hans il suo compagno di liceo, Christopher Probst. In quei mesi Willi Graf è assegnato sul fronte orientale, in Polonia, dove capisce le atrocità che l’esercito tedesco, sta compiendo sulla popolazione civile. Nei mesi precedenti anche Hans e Alex hanno conosciuto il fronte e la guerra, seppur nelle retrovie, come sanitari. Solo nell’autunno del 1941 l’amicizia con gli altri tre diverrà stabile. Sophie Scholl, sta compiendo il suo Arbeitsdienst, il servizio di lavoro obbligatorio all’epoca, e arriverà a Monaco come studentessa di filosofia nel 1942.

La storia, l’educazione e la formazione di questi ragazzi è completamente diversa l’una dall’altra, ma c’è un elemento comune. Hans e Sophie vengono da Ulm, nel Baden-Württemberg, e provengono da una famiglia luterana, in cui spicca la figura del papà, di cultura liberale. Hanno entrambi fatto parte di gruppi giovanili federali, all’epoca piuttosto diffusi (per trovare un paragone attuale possiamo pensare ai gruppi scout), poi vietati dal regime che li fece confluire nella Hitler Jugend, la gioventù hitleriana. A questa aderiscono i fratelli ma Hans ne scappa subito e più tarda anche Sophie, ma, secondo le testimonianze, sono due mosche bianche.

Willi Graf proviene invece da una famiglia cattolica e anch’egli frequenta i gruppi giovanili cattolici, anch’essi vietati dal regime. Willi ne frequenta allora uno clandestino, finché viene scoperto. Nel verbale della Gestapo tra i capi di accusa si ritrova – in modo surreale – l’elenco puntiglioso dei campeggi a cui ha preso parte. Negli ambienti dell’associazionismo cattolico l’avversione al nazismo, innanzi tutto per motivi religiosi, è forte tanto che già nel 1934, in un incontro segreto nel castello di Rothenfels i dirigenti di quelle associazioni e movimenti discussero della liceità morale del tirannicidio.

Alex Schmorell ha un percorso ben diverso. Nato in Russia dal matrimonio tra un medico tedesco e una donna russa che muore giovanissima, Alex viene cresciuto da una Nanja, una tata russa, che segue il bambino anche dopo il trasferimento in Baviera e che lo educa alla fede ortodossa.

Christopher Probst ha una esperienza familiare ancora diversa. Benché nasca in una famiglia di tradizione cattolica, i genitori non battezzano né lui né la sorella Angelika, lasciando che siano essi una volta adulti a compiere questo passo. Il papà è un appassionato di culture e religioni orientali e i fratelli Probst crescono in un clima aperto e stimolante. Christl riceverà il battesimo e la comunione il giorno della sua esecuzione il 13 giugno 1943.

Il primo elemento che fa ricongiungere queste cinque storie è l’inquietudine spirituale di questi ragazzi. Dai loro diari e dalle loro lettere emerge una religiosità che si distacca da quella formale allora diffusa. Nel diario di Sophie troviamo trascritti o riformulati alcuni passaggi delle “Confessioni” di Sant’Agostino, in cui egli (e quindi Sophie) si rivolge a Dio dandogli del Tu (“Du”, “Dich”, “Dir”) anziché il Voi consueto in quegli anni. Anche nelle lettere di Christl c’è una via personale alla spiritualità, incentrata sull’Amore (“Liebe”), come via concreta di avvicinamento a Dio.

Determinante, soprattutto nei fratelli Scholl e in Graf, la conoscenza del rinnovamento cattolico francese, di Bernanos, Claudel, Bloy e soprattutto Maritain, spesso citati nelle loro lettere e nei diari. Hans e Sophie, di famiglia luterana, li conosceranno grazie all’amico Otl Aicher, che porta in casa Scholl anche i numeri di Hochland, la rivista cattolico-liberale diretta da Carl Muth, che tenta di far uscire il cattolicesimo tedesco dall’ossessione antimodernista. Non a caso la rivista è malvista anche in Vaticano.

Hochland sarà chiusa dal regime ma Aicher nell’autunno del 1941 farà conoscere ai due amici Muth, che a Monaco farà quasi da secondo padre ad Hans. Rilevante, anche il ruolo di un altro scrittore e collaboratore di Hochland, Theodor Haecker; il suo libro “Was ist der Mensch” del 1933 viene vietato dal regime, mentre al suo autore viene impedito prima di parlare in pubblico e poi di scrivere.

Per tutti è poi decisivo l’incontro con gli scritti di Romano Guardini, il filosofo e teologo cattolico di origini italiane, a cui il regime aveva tolto l’insegnamento a Berlino nel 1939. Guardini attraverso riviste e il movimento Quickborn prosegue tuttavia una azione di educazione morale oltreché spirituale delle giovani generazioni. Nelle lettere dei cinque ragazzi vengono spesso citati gli scritti di Guardini.

Romano Guardini

Quando alla fine della guerra nel 1945 la famiglia Scholl volle organizzare una commemorazione dei cinque ragazzi, chiamò a tenere il discorso proprio Guardini. Altrettanto fece nel 1958 il rettore dell’Università di Monaco, in occasione dell’inaugurazione del Memoriale dei ragazzi della Rosa Bianca. Una scelta non scontata visto che Guardini non aveva mai conosciuto nessuno dei cinque ragazzi. Vedremo il significato di questa figura per Hans, Sophie, Christl, Alex e Willi.

Il Memoriale della Rosa Bianca a Monaco

Quando Alex conosce Hans invita lui e Christl a casa. Qui la sera il padre animava una sorta di circolo letterario, dove si parlava di teologia, di letteratura (non solo i francesi ma anche i russi, Dostoevskij, Baldaev, Gončarov), di pittura e musica. Una esperienza analoga è vissuta da Willi con alcuni amici conosciuti a Monaco. Tanto la famiglia Probst quanto la famiglia Schmorell hanno contatti con alcuni dei pittori di “Der Blaue Reiter” (“Il Cavaliere blu”) il movimento artistico legato a Kandinskj, una delle avanguardie più feconde del Novecento, ma considerate arte degenerata dal regime.

Una prima considerazione si può già fare a questo punto. La maturazione nei ragazzi della Rosa Bianca dell’idea della libertà come dimensione essenziale della persona umana e della società avviene attraverso la religione, attraverso l’arte e la cultura, e attraverso le loro conversazioni, i loro confronti che si protraevano fino a notte.

Una religione, però, che funge da spirito critico al potere politico e non da suo puntello o giustificazione; l’arte e la cultura come linguaggio universale, senza aggettivi e declinazioni (tedesca, degenere, ecc); il confronto, cioè il saper ascoltare qualcosa di inaspettato che potrebbe dirmi il mio interlocutore e che potrebbe allargare i miei orizzonti. Insomma tutti gli antidoti al nazismo e a qualsiasi regime anti-libertario.

Paolo Ghezzi, autore dell’unica ampia e completa storia della Rosa Bianca in lingua italiana, fa una osservazione pertinente:

I libri scelti per la lettura individuale e le discussioni di gruppo esprimevano una sorta di codice culturale della dissidenza: una implicita ma formidabile contestazione dei fondamenti stessi dell’ideologia nazista.

(“La Rosa Bianca”, Ed. San Paolo, 1994; p 98).

Ma quando e perché avviene il grande passo, il passaggio dalla dissidenza alla resistenza? Inge Scholl, sorella maggiore di Hans e Sophie, e autrice del primo libro sulla Rosa Bianca nel 1952, identifica un episodio. Il 3 agosto 1941 il cardinal Clemens von Galen, “Il leone di Münster”, acerrimo nemico del nazismo, pronuncia una omelia contro il programma di eutanasia per i “Nicht Menschen”, i “non uomini”, cioè ebrei, zingari, omosessuali, malati incurabili, disabili. Il programma, tuona dal pulpito il cardinale,

cozza contro la volontà di Dio, la legge della natura, il sistema del diritto.

La predica arriva nella cassetta delle lettere di casa Scholl, e Hans commenta:

finalmente qualcuno ha il coraggio di parlare; bisognerebbe avere un ciclostile.

Il ciclostile verrà usato un anno dopo con la stampa e la diffusione dei primi quattro volantini, scritti da Hans e Alex e distribuiti via posta. Dagli elenchi telefonici si prendono gli indirizzi di chi si pensa possa rivoltarsi contro il regime: professori, insegnanti, studenti, ecc. Il primo volantino, e così tutti gli altri, si concludono invitando a riprodurne e diffonderne il testo.

È anche interessante la progressione nei contenuti. Nel primo volantino si invita alla rivolta morale oltreché politica; nel secondo c’è il primo esempio di controinformazione, dato che si parla dei massacri di ebrei in Polonia (i ragazzi ancora non sapevano che il fenomeno era ancora più massiccio); nel terzo si invita infine al sabotaggio, per impedire la vittoria bellica della Germania. Non solo i volantini non ebbero l’effetto desiderato, ma addirittura alcuni di quanti li ricevettero, portarono la copia ricevuta alla Gestapo.

E qui veniamo all’interrogativo sul perché in Germania non vi fu resistenza né rivolta contro un regime che negava la stessa storia tedesca. Dagli scritti privati di alcuni protagonisti del fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, conosciamo il loro tormento: la fedeltà alla patria e alla nazione si traduceva in una fedeltà al regime in carica. Quando nel 1952 il grande scrittore Siegfried Lenz, propose al suo editore un romanzo con la storia di un disertore, gli fu respinto, e rimase nel cassetto sino alla sua morte, con la sua pubblicazione solo nel 2016. La sera del 18 febbraio 1943, dopo l’arresto dei fratelli Scholl, che avevano tentato il volantinaggio dentro l’università, il professore Huber (arrestato dopo cinque giorni) dice alla moglie:

Che cosa si credeva Hans? Che gli studenti sarebbero insorti? Si vede che li conosce male.

Il professor Huber

Qui cominciamo a capire la durezza della reazione del regime contro una azione, la diffusione di volantini, che pure si stava dimostrando poco efficace. Essi in realtà colpivano al cuore il meccanismo che soggiogava la popolazione al regime: la concezione della fedeltà allo Stato indipendentemente dal suo rispetto del diritto. Da Romano Guardini – come riferiscono nelle loro lettere e nei diari – i ragazzi della Rosa Bianca assorbono un’altra concezione della fedeltà. Innanzi tutto la fedeltà di un uomo è alla propria chiamata, alla propria coscienza diremmo oggi, e quindi una fedeltà alla libertà come dimensione ontologica di ogni uomo e della società. Una idea analoga a quella del personalismo francese.

Recentemente Benedetto XVI ha indicato in Romano Guardini il teologo fondamentale nella sua maturazione, ma all’epoca questa concezione della libertà era tutt’altro che patrimonio della Chiesa cattolica, che arriverà a includere la libertà di coscienza nella propria dottrina solo con i documenti del Concilio Vaticano II (“Nostra Aetate”, “Lumen Gentium”).

Restando su questo piano non può non colpire l’ecumenismo di questi cinque ragazzi (luterani, cattolici e ortodosso) che sanno condividere il patrimonio delle rispettive esperienze religiose, come le Chiese cristiane hanno cominciato a fare solo dagli anni Sessanta. Alex Schmorell è stato dichiarato santo dalla Chiesa ortodossa, mentre il 28 dicembre 2017, la diocesi di Monaco ha aperto il processo di canonizzazione per Willi Graf.

Come avvenne l’arresto in quel 18 febbraio 1943? Dopo aver distribuito per posta la maggior parte del sesto volantino, Hans e Sophie decisero di lasciarne molte copie nell’università. Dieci minuti prima del termine di un’ora di lezione, sparsero copie in tutti gli angoli dell’edificio. Poi avvenne qualcosa che non è ancora chiara: o i due ragazzi ne lanciarono alcune copie nell’atrio dall’alto dello scalone, o caddero loro per sbaglio dopo che erano state poggiate sul corrimano. Sta di fatto che il bidello gli si avventò contro e li bloccò facendoli arrestare, senza che i due opponessero resistenza fisica. Dopo una perquisizione alle persone e al loro appartamento si risalì subito a Christl che venne anch’esso arrestato lo stesso giorno, mentre lo saranno nei gironi successivi Alex, Willi e il professor Huber.

Il 22 febbraio, dopo un interrogatorio in cui i fratelli Scholl e Probst rivendicano le loro azioni e le motivazioni, scatta l’esecuzione. Un secondo processo, il 19 aprile, decreta la condanna a morte degli altri tre che viene eseguita, il 13 giugno per Alex e il professor Huber e il 12 ottobre per Willi.

Quella dei ragazzi della Rosa Bianca e del loro professore è una storia tedesca ma anche europea. La cultura, la capacità di confronto, i valori etici e spirituali (anche laicamente incarnati nella vita sociale e politica), l’idea della libertà, sono stati alla base della rinascita della Germania federale, che è stato uno dei motori dell’integrazione europea.

Quest’ultima negli ultimi anni è entrata in crisi proprio mentre i valori dei ragazzi della Rosa Bianca vengono messi in discussione. Tuttavia in queste settimane, grazie all’iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron e al suo asse con il nascente governo tedesco, sta riprendendo vigore l’idea di un nuovo passo in avanti dell’integrazione europea – soprattutto sul piano politico. Sarebbe illusorio immaginare un percorso puramente funzionale o che passi solo dalla riforma della governance. Occorre far rivivere i valori della Rosa Bianca nelle nostre società: cultura, confronto, ispirazione etica, libertà.

“Es lebe Freiheit”. “Viva la libertà” ultima modifica: 2018-02-20T12:29:25+02:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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