“Un bis del 4 dicembre, ma contro la destra”. Parla Lidia Menapace

"Spero che l'esito del voto del 4 marzo ripeta quello del referendum costituzionale, che fu respinto con una partecipazione al voto inattesa: se è successo una volta, può succedere di nuovo".
scritto da Matteo Angeli

Partigiana, Lidia Brisca Menapace, 94 anni, ha ricordato quegli anni con due libri molto belli, “Io partigiana. La mia Resistenza” e “Canta il merlo sul frumento”. Prima nei movimenti cattolici progressisti, poi il Sessantotto, quindi la collaborazione alla rivista Il Manifesto e la partecipazione alla nascita del gruppo politico e poi del quotidiano il manifesto, nel 2006 è eletta senatrice con Rifondazione Comunista. E oggi è di nuovo in gioco, avendo accettato di candidarsi nelle liste di Potere al popolo.

Protagonista e testimone, dunque, di una lunga storia, quella che inizia con la fine della guerra, ogni decennio della quale è stato segnato da vicende dure, ma anche dall’affermarsi di diritti importanti e che, nel complesso, hanno visto una crescita complessiva del nostro paese, seppure con enormi e irrisolte contraddizioni. Anche nuove. Come l’immigrazione, che rimescola la nostra alchimia demografica, ed è un fenomeno positivo, di fronte alla quale, invece, crescono e si diffondono razzismo e intolleranza.

Il 10 febbraio scorso, a Macerata, Lidia Menapace era tra le tante compagne e compagni della sua lunga militanza, e anche i giovani che hanno letto i suoi articoli e i suoi libri, ne conoscono la storia, era lì a manifestare tra la folla accorsa per il corteo antirazzista e antifascista. E adesso, in vista del 4 marzo, spera che una partecipazione al voto inattesa – sulla linea di quella in occasione del referendum costituzionale del 2016 – riesca a capovolgere una situazione che alla vigilia delle elezioni si presenta tutt’altro che positiva per le forze della sinistra.

Il corteo antirazzista e antifascista a Macerata

Macerata, sabato 10 febbraio 2018. Che importanza ha quella giornata, innanzitutto per te che eri lì? Come l’hai vissuta? E che importanza ha nel contesto dell’Italia di oggi?
L’ho vissuta benissimo, quasi rivivendo periodi di lotte e speranza, il Sessantotto e così via. Ma, soprattutto, collegandola con il 4 dicembre scorso, quando il referendum costituzionale fu respinto con una partecipazione al voto inattesa: se è successo una volta, può succedere di nuovo…

Non temi che la velocità del tempo contemporaneo divori tutto, renda effimera perfino un’importante mobilitazione come quella di Macerata? Non sembra già un ricordo, per quanto bello?
Avere ricordi vuol dire poter costruire una memoria e quindi dare agli eventi un valore che, visti solo nella loro meccanica successione, non hanno. Credo che si debba coltivare la memoria, un popolo smemorato può essere condotto ovunque.

A proposito di Macerata, non pensi che la manifestazione che si è svolta domenica, indetta dal sindaco, abbia avuto anch’essa un suo valore? O la consideri comunque tardiva e “riparatrice” per non aver accolto – il sindaco – l’invito a manifestare il 10 febbraio?
Certo. Una riparazione e qualcosa di più, se fosse stata accompagnata da un’autocritica, parola essa pure cancellata, eppure molto utile per formare la propria coscienza.

Il corteo antifascista all’indomani dell’attentato è stato una risposta esemplare in termini simbolici. Ma, in tema d’immigrazione, al di là delle iniziative emblematiche forti e corali, occorrono anche proposte che vadano oltre l’emergenza: le sinistre, nelle diverse collocazioni, pensi abbiano elaborato in questi anni idee praticabili?
Le migrazioni di popoli non sono un’emergenza, ma una costante della storia della specie umana, che è nomade. Oggi scontiamo la trascuratezza passata: sarebbe utile almeno immettere nei programmi scolastici le notizie riguardanti l’arrivo sul nostro territorio dei Normanni in Sicilia, dei Longobardi in Lombarda, degli Unni a Venezia. Resta comunque una questione difficile che ha bisogno di un forte mutamento di mentalità, di una rivoluzione culturale.

Oggi, forse più di ieri, la sinistra italiana, e non solo italiana, è frammentata. La dinamica attuale rispecchia quella della prima Repubblica, con il Pci e i soggetti alla sua sinistra che lo tallonavano, o ha invece un altro significato?
A me pare che la frammentazione oggi risponda più a criteri di utilità (la concorrenza, dato che il modello è il mercato) che non a una diversa visione del mondo; la soluzione non è per questo più facile, anzi.

C’è anche chi sostiene che la sinistra debba perdere, debba toccare il fondo, per “rinascere”. Non temi, invece, che la sconfitta chiami altre sconfitte e porti in ultima analisi all’irrilevanza, come sta accadendo, per esempio, in Francia, Germania e Spagna?
Non amo il romanticismo meschino della sconfitta: quando si perde bisogna fare un’analisi seria e profonda e riesaminare idee e azioni per mettere insieme ciò che serve a risalire la china.

Perché questo nostro periodo contemporaneo è considerato da molti a sinistra, anche da te – leggo le tue ultime dichiarazioni – così catastrofico? Lo è davvero? Lo è anche rispetto ai periodi passati?
La ragione principale del giudizio negativo viene dal fatto che le risposte vengono tutte dalla destra, dal capitale, il che, essendo esse intrise della crisi capitalista, le rende pericolose assai. Come dico, non è che non ci sia più la lotta di classe, ma che la fa la borghesia, il padronato, le multinazionali: manca una soggettività di sinistra che potrebbe pure farsi con varie forme organizzative politiche.

In una recente intervista al manifesto, sostieni che un alto astensionismo sarebbe un’insidia perché potrebbe favorire Renzi. Tra tutti gli esiti possibili del voto del 4 marzo consideri dunque un risultato che segni la tenuta del Pd renziano come un esito negativo, come l’esito meno auspicabile? Anche più di (o equivalente a) una eventuale vittoria del centrodestra, che le consenta l’accesso a palazzo Chigi?
Certamente no, non godo né miro al crollo, ma tutti i sondaggi lo danno in calo e ciò però non pare smuova abbastanza la situazione. Non faccio pronostici, mi auguro un qualcosa come il 4 dicembre e che poi politologi e sociologi si degnino di fare una lettura attenta dei risultati, per vedere, ad esempio, se il voto delle donne, che sono la maggioranza della popolazione, ha significato qualcosa.

“Un bis del 4 dicembre, ma contro la destra”. Parla Lidia Menapace ultima modifica: 2018-02-20T14:54:35+00:00 da Matteo Angeli

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