“La cultura contro la paura del diverso”. Parla Flavia Piccoli Nardelli

La presidente della commissione cultura della Camera rivendica il lavoro svolto negli ultimi cinque anni e parla del ruolo di istruzione e cultura nel favorire la coesione sociale
scritto da Matteo Angeli

La cultura è la risposta ai problemi che minacciano il futuro dell’Italia. Ne è certa Flavia Piccoli Nardelli, già dirigente del settore culturale e segretario generale dell’Istituto Luigi Sturzo, deputata del Pd dal 2013 e presidente della commissione cultura della Camera dal 2015.
Piccoli Nardelli, che si ricandida per un seggio alla Camera nel collegio plurinominale 1 della circoscrizione Lazio 1, parla con soddisfazione dei tanti provvedimenti adottati in questi anni, come la riforma dei musei, quella sul cinema, il buono cultura per gli insegnanti, quello per diciottenni e le novità in materia di reclutamento degli insegnanti.

Flavia Piccoli Nardelli, qual è il suo bilancio sull’attività della commissione cultura nella passata legislatura?
La commissione cultura è una di quelle che hanno ottenuto i risultati più significativi, che sono stati, in buona parte, frutto del lavoro condiviso tra le varie forze politiche. L’abbiamo fatto lavorando su due settori, che dal mio punto di vista si tengono assieme, quello dei beni culturali e quello di scuola, università, ricerca ed editoria.

Cominciamo dai beni culturali…
Abbiamo dotato di autonomia i trenta più grandi musei italiani, che prima dipendevano dalla soprintendenza ed erano privi di autonomia finanziaria e gestionale. Adesso, ogni grande museo ha un direttore e può riutilizzare i fondi che riesce a raccogliere tramite politiche attive di gestione del museo. Questo innesca un circolo virtuoso: ogni grande museo sta rivalorizzando e costruendo nuovi legami con il suo territorio.

Può farci un esempio?
Penso al Museo Archeologico di Napoli. Non solo sta ottenendo risultati straordinari per quanto riguarda la rivalutazione del proprio patrimonio e i visitatori, ma ha saputo anche collocare dei reperti che erano nei depositi in una trentina di mostre in giro per il mondo.

E per i musei più piccoli, cosa avete fatto?
Stiamo lavorando ancora adesso a un progetto per mettere a regime il grande sistema museale italiano, che comprende cinquemila piccoli e grandi musei, statali e non statali. L’obiettivo è dare loro un bollino di qualità, come accade in altri paesi, come ad esempio la Francia, e garantire così le condizioni minime per considerarli musei.

Quali altre leggi importanti avete introdotto?
Molto importante è la legge sul cinema, che era attesa da quarant’anni. Siamo riusciti a mettere insieme piccoli e grandi produttori, con una legge che aiuta il cinema con una tax credit e porta le produzioni straniere di nuovo in Italia. E poi abbiamo fatto la riforma sugli spettacoli dal vivo.

Per quanto riguarda la scuola come siete intervenuti?
Abbiamo investito quattro miliardi nella scuola italiana, che, con il governo Berlusconi aveva subito un taglio di sette miliardi e mezzo. L’obiettivo del nostro investimento era mettere a posto la situazione del precariato e focalizzare di nuovo l’attenzione sui ragazzi. La scuola è stata vissuta per troppo tempo come trasmissione di saperi. Oggi questo non basta…

Come avete investito questi quattro miliardi?
Con tre miliardi abbiamo fatto diventare di ruolo 130mila insegnanti, che prima erano precari e questo non garantiva la continuità dell’insegnamento. Un miliardo invece è andato nella “scuola digitale”, per consentire alla scuola di trattare con alunni che sono spesso nativi digitali. E poi con gli ultimi decreti delegati abbiamo lavorato su un punto nodale: il reclutamento degli insegnanti.

Cosa cambia?
In futuro, chi vincerà il concorso per insegnare, nei tre anni successivi continuerà la sua formazione, cominciando, al contempo, a lavorare nelle scuole. Alla fine del terzo anno, verrà redatta una valutazione che consentirà di definire se la persona è adatta o meno a insegnare. Per chi non lo è, verranno costruite delle passarelle che permetteranno a queste persone di lavorare nella pubblica amministrazione.

Come facciamo oggi a far appassionare i giovani alla cultura?
Bisogna partire dagli insegnanti. Noi abbiamo dato 500 euro a ogni insegnante, ogni anno, da spendere in aggiornamento culturale. Questo significa ridare dignità al ruolo sociale degli insegnanti. Nella mia vita ho imparato tantissimo dai libri ma anche tanto dalle persone. Per questo sono convinta che potenziare il lavoro dell’insegnante significhi moltissimo.

Bisogna intervenire anche sulla domanda di cultura?
Sì e proprio in questa logica si inserisce la 18app che permette a chi ha compiuto diciott’anni di ottenere il bonus cultura di cinquecento euro.

Com’è nata questa idea?
L’iniziativa nasce da un’intuizione di Matteo Renzi, che, quando era presidente del consiglio, dopo la strage del Bataclan disse che per ogni euro speso in sicurezza si sarebbe dovuto spendere un euro in più in cultura. Si tratta di un’intuizione straordinaria: la cultura è alla base della coesione sociale, della democrazia vera. Quando un diciottenne acquisisce il diritto di voto dobbiamo dargli anche gli strumenti per esercitare al meglio questo diritto.

Cosa ne sarà di questa iniziativa?
Nel programma del Partito democratico l’abbiamo resa stabile.

A beneficiarne non sono solo i giovani…
Vero, tutti quelli che vogliono offrire i loro servizi attraverso la piattaforma della 18app devono effettuare il riconoscimento digitale: questa è un’enorme spinta per il paese. Parlo anche delle piccole realtà: basti pensare a tutte le piccole cartolibrerie che sono entrate sulla piattaforma.

Con ricavi economici interessanti…
Per i ragazzi che hanno compiuto diciott’anni nel 2016, sono stati erogati 175 milioni di euro. Di questi 132 sono andati alle librerie. Ci sono piccole librerie che nel 2017 sono vissute grazie a questi contributi. Dobbiamo lavorare sulle altre cifre, quelle relative a teatri, cinema e musei.

Ecco, come pensate di far tornare i giovani nei musei?
Le faccio un esempio. Il Museo Archeologico di Napoli ha prodotto e distribuito un videogioco, Father and son, che è diventato virale, tradotto in tutte le lingue, anche in cinese, che consente di vivere un’avventura in differenti epoche storiche e apprezzare le opere contenute nel museo. Strumenti di questo genere permettono sicuramente di riavvicinare i ragazzi alle realtà museali. Io poi conto molto anche sull’alternanza scuola-lavoro…

In che senso?
Penso a quei ragazzi che, con l’alternanza scuola-lavoro, mettono a disposizione del sistema museale italiano, ad esempio, le loro competenze digitali. Da un lato, la struttura che li ospita può guardare il mondo con gli occhi di un diciottenne, dall’altro i giovani hanno occasione non solo di imparare l’etica del lavoro, ma anche di scoprire cose straordinarie.

La cultura può aiutare a sconfiggere la xenofobia e favorire l’integrazione in Italia?
La cultura è la chiave per risolvere il problema di una xenofobia che il nostro paese non viveva da tempo. La paura del diverso nasce dal non conoscere. Per questo io dico che uno ius soli, che diventa ius culturae, è indispensabile. È con questi meccanismi che fai cadere i pregiudizi. Altri paesi hanno già intrapreso questa strada. Far conoscere la storia del tuo paese e confrontarla con quella degli altri paesi è un modo per arricchirsi reciprocamente, per vedere la diversità come ricchezza o opportunità.

Per farlo i programmi scolastici devono cambiare?
No, le scuole sono già molto autonome a riguardo e questo permette loro di portare avanti progetti che tengono conto delle specifiche situazioni territoriali.

Serve introdurre un’obbligatorietà per favorire il confronto?
No, molte scuole stanno già lavorando bene. Servono più esempi virtuosi, questi finiranno per essere trainanti. E poi anche la comunicazione deve migliorare.

Cosa pensa del modo in cui il tema della cultura è stato trattato in campagna elettorale?
Noi abbiamo incentrato il programma del Pd su questo tema. Per quanto riguarda gli altri partiti, riscontro delle assenze imbarazzanti…

Per lei “la cultura è un mezzo per plasmare il futuro del paese”. Che futuro sogna per l’Italia?
L’Italia ha innanzitutto bisogno di più lavoro per i giovani, lavoro che, al contempo, deve essere qualificato, perché i giovani vanno messi nella condizione di reggere rispetto a un panorama professionale che tra dieci anni si presenterà come molto incerto, anche a livello delle competenze che verranno richieste.
I genitori devono poter sperare che i loro figli stiano meglio di loro e studiare deve essere ancora un veicolo per migliorare la propria condizione. Questo si può fare solo mettendo al centro e tenendo insieme cultura, università, ricerca e scuola. È quello che ha fatto il Pd.

“La cultura contro la paura del diverso”. Parla Flavia Piccoli Nardelli ultima modifica: 2018-02-27T16:51:03+00:00 da Matteo Angeli

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