Il Sessantotto e gli Uccelli

Ad Architettura, a Roma, si svolse un pezzo importante di storia che illumina quello che avrebbe potuto essere e finì per non essere il Movimento
scritto da MARTINO BRANCA

Le parole che seguono non potranno riallineare i fatti, né diffondere l’interpretazione corretta. Operazioni difficilissime comunque, impossibili in questo caso. Sappiamo dai teorici dell’informazione che la notizia ha agio sul fatto e che lo scarto, una volta stabilito, non è più colmabile.

Due opposte falsificazioni distorcono senza rimedio il ricordo del Sessantotto italiano. La televisione e i giornali le hanno promosse anni prima dell’avvento del web e le hanno riproposte in seguito con frequenza e puntiglio sistematici. Entrambe hanno a che fare con la matematica e la relatività del tempo.

La prima è riduttiva. Divide l’annata per trecentosessantacinque e la condensa in un giorno: il primo marzo, data della battaglia di Valle Giulia. Da allora i mezzi di informazione aprono i servizi rievocativi con le immagini di quello scontro: il fumo, le camionette, gli studenti col fazzoletto alla bocca, i fuochi, i feriti. Una rozza semplificazione che non dispiace ai reduci del Movimento studentesco, agli epigoni, ai lontani eredi. Consente a tutti di rappresentarsi quel tempo nelle forme epiche del sogno: una riedizione della Resistenza all’antifascismo.

L’altra, al contrario, moltiplica l’anno per dodici e lo dilata nel decennio successivo, con il quale lo confonde. È la preferita delle minoranze di destra e delle maggioranze silenziose, come dire i cattivi e i pavidi. Piace perché ribalta il Sessantotto nel suo contrario, nella repressione dei suoi comportamenti e delle sue istanze, nelle azioni compiute – per astuzia scellerata o per drammatica stupidità – allo scopo di impedirne le proiezioni positive. Alla destra permette di scambiare le colpe coi guadagni. E tranquillizza i conservatori riversando tutto ciò che si è mosso dalla fine degli anni Sessanta al millenovecentottanta, angelico o demoniaco che fosse, nel calderone delle porcherie sanguinolente.

Lo stesso Movimento studentesco è in parte responsabile della distorsione che riguarda la memoria delle sue vicende. Nella storia il millenovecentosessantotto non è durato un giorno e nemmeno dodici anni.

La sua parabola ha percorso l’arco di pochi mesi. Un periodo breve ma ricco di opportunità inusitate, tempo e spazi per una rivoluzione culturale che il mondo rendeva possibile ma l’intelligenza del Movimento considerava con sospetto. Per equivoco, influenzati dalle mitologie cinesi, i dirigenti studenteschi nutrivano nel profondo dei cuori il sogno della Rivoluzione con la erre grande, quella che ha a che fare con la conquista dei “mezzi di produzione”.

Immaginavano una crisi del capitalismo industriale in uno snodo nel quale viceversa quel modo si consolidava e traghettava l’Italia tra i paesi importanti, attenuando sagacemente il conflitto sociale.

Sfuggiva al Movimento che il passaggio era crisi di crescita e non collasso. E che il momento critico apriva autostrade alla proposizione e all’assunzione diretta di modelli di comportamento evoluti dei quali la società italiana non era dotata.

Lo compresero le donne. Che con la concretezza che storicamente le segna ebbero la percezione delle opportunità e dei limiti della congiuntura. Puntarono da lì in poi a uno scopo importante ma limitato, ambizioso ma possibile – la libertà sessuale – e lo raggiunsero.

Gli Uccelli. Al centro della foto, due fumatori, Martino Branca, a sinistra, e Gianfranco Moltedo. Sotto Branca, Paolo Ramundo

A sinistra, nella foto grande, Renato Guttuso. Al centro, di spalle, Gianfranco Moltedo, su un banco, e Martino Branca

A Roma lo compresero gli “Uccelli”, che nella facoltà di architettura agivano dentro il Movimento stimolando i capi all’azione culturale e i subalterni a disubbidire ai capi. Coscienti dei limiti e delle prerogative del gruppo – un nucleo di tre persone con un intorno di cinque – combattevano la deriva logorroica e politichese degli studenti con i linguaggi della cultura, utilizzati nei modi dell’esempio e della provocazione.

Praticavano la pittura murale e la tecnica del graffito, la musica e la danza, le rappresentazioni mimiche (non parlavano, semmai cinguettavano) e le proiezioni di immagini, l’agricoltura nei giardini della facoltà e l’allevamento degli ovini nelle stanze degli istituti.

Visitavano platealmente le case degli intellettuali comunisti quando il Movimento demonizzava i rapporti col Pci. Usavano e additavano il riferimento sistematico alle avanguardie del Novecento contro l‘ingenuo vagheggiamento di quelle del milleottocentoquarantotto.

Opponevano le risorse della storia dell’architettura alla velleità di architettare il futuro della economia. E salendo in cima alla guglia di Sant’Ivo alla Sapienza, l’antica università di Roma, riuscirono dove il Movimento non sapeva e non poteva: portare una massa di studenti a occupare il cuore della città e della sua storia nelle forme felici della festa.

Il Sessantotto e gli Uccelli ultima modifica: 2018-03-01T17:18:16+00:00 da MARTINO BRANCA

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