Inquinamento. La Polonia alla canna del gas

Trentatré città polacche tra le cinquanta più inquinate d’Europa. Sistemi di riscaldamento obsoleti, traffico, ma soprattutto un’economia dipendente dal carbone. La soluzione potrebbe essere l'oro azzurro, ma qui entra in gioco Mosca.
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

Secondo una classifica pubblicata dall’OMS, sono ben trentatré le città polacche presenti nella lista delle cinquanta metropoli più inquinate d’Europa. Degrado riconducibile a sistemi di riscaldamento obsoleti, pesante traffico automobilistico ma, soprattutto, a un’economia dipendente dal carbone. Da questo combustibile la Polonia ricava il novanta per cento della propria energia e uno smog duro da debellare. Una situazione difficile soprattutto a sud del paese e principalmente d’estate. A Cracovia l’intossicazione a livelli cinesi delle polveri sottili oscura la collinetta sulla riva sinistra della Vistola dove si trovano il Castello reale e la Cattedrale, luoghi fondamentali per la memoria del paese. Nei Carpazi, d’inverno, gli sciatori sono obbligati a indossare mascherine anti inquinamento.

Tra il 2007 e il 2015 la Polonia ha ripetutamente violato i limiti di PM10, sigla con cui si indica il limite di polveri totali sospese nell’aria sopportabile per la respirazione. Se Varsavia continuerà a superare gli standard anti smog europei, la Commissione potrebbe agire legalmente. Il governo di centro destra polacco non sembra però avere intenzione di mettere in discussione la propria politica energetica. La rinegoziazione del pacchetto europeo per il clima e l’energia 2020, condotta all’insegna di “Polonia first”, intende restare fedele al carbone anche se, contemporaneamente, si cerca di sviluppare le energie rinnovabili, soprattutto la geotermica, più velocemente di quanto fatto dall’esecutivo precedente.

L’approccio di Varsavia al gas ha invece considerazioni che esulano da valutazioni puramente energetiche. Nel proprio mix energetico, per i rifornimenti di oro azzurro Varsavia è totalmente dipendente dal combustibile russo. La campagna che il paese conduce da anni contro gli idrocarburi provenienti da Mosca risponde però anche a risentimenti storico-politici, oltre che economici. A volte, gli allarmismi internazionali nascondono gli interessi dei singoli stati. E questo sembra proprio il caso del dibattito energetico in corso in Polonia sul gas naturale ma soprattutto su quello liquefatto. Varsavia infatti vorrebbe diventare un hub regionale di LNG. Da qui l’idea di sostituire il gas naturale con LNG americano. Progetto che non ha solo a che fare con la politica estera da sempre filo USA del partito nazional-conservatore PiS, Diritto e Giustizia, di Jaroslaw Kaczyński.

È innegabile che la fiducia europea nella Russia è diventata più incerta. Le basi su cui finora poggiavano i grandi affari tra Bruxelles e Mosca sono diventate più strette e incerte. Mentre i contratti per le forniture di gas naturale attraverso i gasdotti legano fornitori e clienti per periodi relativamente lunghi, la Russia in tempi brevi ha compiuto svolte che l’hanno allontanata dal vecchio continente. Chi calpesta il diritto internazionale – Ucraina e doping sportivo – perché dovrebbe dimostrarsi un partner affidabile nei rifornimenti energetici? Se tutto questo è vero, altrettanto innegabile è che di fronte alla Russia la Polonia non è sola.

Ai propri fondati timori Varsavia può contrapporre l’inserimento nel mercato interno europeo, la sicurezza di essere legata ai rifornimenti energetici continentali e l’integrazione politica con l’UE. Più il paese si inserisce nel mercato energetico continentale meno diventa credibile la sua ansia di poter essere ricattata dal fornitore russo. Altrettanto vero è che ogni forma di gas, da qualsiasi parte esso provenga, America, Azerbaigian, Iran, Norvegia, Russia, rafforza la concorrenza e abbatte i prezzi.

Attualmente, Varsavia soddisfa tutti i propri bisogni annuali di gas, sedici miliardi di metri cubi, attraverso la conduttura Jamal-Europa, gasdotto russo in grado di trasportarne trenta. Per questo non sorprende che ora la Polonia voglia avere un proprio gasdotto, ma a differenza della maggioranza di quelli già operanti in Europa centro orientale, il tubo progettato da Varsavia non punterebbe a est ma a ovest. Più precisamente, la strada del Baltic Pipe, questo il nome di un vecchio progetto energetico ora riesumato dal PiS, porta a Copenaghen. Da qui Gaz-System, l’operatore di stato della rete energetica polacca, intende raggiungere le reti degli idrocarburi norvegesi. Se si realizzerà quanto dichiarato a fine 2017 dal distributore pubblico di energia polacco, Polskie Górnictwo Naftowe i Gazownictwo (PGNiG), il Baltic Pipe sarà pronto nel 2022 e avrà una capacità di dieci miliardi di metri cubi di gas l’anno, un quinto di Nord Stream. Il percorso per il quale PGNiG ha chiesto il permesso al governo di Varsavia parte dal porto polacco di Świnoujście, attrezzato di nuovi impianti LNG, per sboccare alla centrale di Avedore sulla costa danese. Struttura dalle capacità di cinque miliardi di metri cubi ma che secondo calcoli polacchi può arrivare fino a 7,5 miliardi.

Nuovi impianti LNG nel porto polacco di Świnoujście

L’Unione europea, già tra i finanziatori con trecento milioni di euro degli impianti di LNG di Świnoujście, è pronta a sovvenzionare con trentatré milioni anche il programma di gasdotto. Il Baltic Pipe entrerebbe cosi nella cornice privilegiata dei progetti centrali delle infrastrutture energetiche europee. In entrambi i casi lo scopo dei sussidi europei è liberare la Polonia dalla dipendenza verso Mosca. Naturalmente, non mancano possibilità alternative.

Dal punto di vista dei rifornimenti il gasdotto polacco non appare però indispensabile. Cechia, Germania, Lituania, Slovacchia, Ucraina sono paesi confinanti da cui la Polonia potrebbe ricevere gas. Soprattutto i paesi baltici possono costituire una buona sponda per la sicurezza energetica di Varsavia. Dal 2014 la Lituania dispone anche di impianti di liquefazione del gas. Lo scorso autunno i tre stati baltici hanno dato vita a un progetto per redistribuire i rispettivi rifornimenti energetici rendendosi così più autonomi. Perché la Polonia non si associa agli sforzi baltici?

In una conversazione con la Frankfurter Allgemeine Zeitung, Kirsten Westphal, analista all’Istituto tedesco per la sicurezza e la politica internazionale, ha sottolineato i “molteplici scopi” della politica energetica polacca che non vuole solo “abbassare la dipendenza dai rifornimenti russi”. Varsavia, sostiene la ricercatrice, tenterebbe di “circoscrivere l’azione internazionale della federazione russa” per assumere una “funzione di leadership politica nello spazio baltico ed est europeo”. Parte di questo piano è anche “la creazione di un proprio mercato del gas” impermeabile a influssi esterni. Ipotesi che non piace agli operatori internazionali dell’oro azzurro. Innanzitutto è respinta dall’UE in quanto si contrappone all’apertura delle frontiere nazionali del mercato interno europeo.

Oltre a ciò, come si può leggere nelle brochure dell’azienda energetica di stato PGNiG, attraverso il Baltic Pipe il governo polacco ribadisce l’intenzione di diventare l‘hub del mercato regionale del gas. Ruolo sottolineato a gennaio quando la compagnia polacca ha informato di aver rifornito l’Ucraina per oltre un miliardo di metri cubi di gas. Un livello record che conferma il ruolo crescente giocato dalla PGNiG nel mercato degli idrocarburi dell’Europa centrale e orientale.

Secondo Kirsten Westphal la struttura energetica polacca intende superare la regione europea centro orientale dando vita a un corridoio energetico nord-sud del gas con cui raggiungere il terminale LNG nell’isola croata di Veglia (Krk). L’analista sostiene però che viste le piccole dimensioni di questo mercato il progetto, nonostante il sostegno europeo e americano, sarà difficile da realizzare.

Il progetto del Baltic Pipe

Difficile che gasdotti norvegesi e LNG possano battere “la concorrenzialità del gas russo”. A ciò occorre aggiungere i malumori dei partner europei, soprattutto tedeschi, di Gazprom. Per costoro, che puntano sul gasdotto Nord Stream già attivo e su Nord Stream 2 ancora ai primi passi, la resistenza politica e giuridica polacca indispone. Per Wintershall, compagnia energetica controllata dalla tedesca BASF, la Polonia non ha problemi di rifornimento soprattutto perché “per produrre elettricità continua a utilizzare carbone”. Tutto fa capire però come non sia la razionalità economica a spingere i progetti polacchi. La Germania, per esempio, ritiene i piani polacchi frutto unicamente di “obiettivi politici” e di una strategia con cui importare il gas dagli USA per rifornire il mercato europeo. Varsavia, cioè, chiederebbe solidarietà energetica europea per interessi economici esclusivamente nazionali.

A queste voci ha voluto rispondere il primo ministro di Varsavia rivolgendosi direttamente ai media tedeschi. A metà febbraio Mateusz Morawiecki ha indicato in Nord Stream 2 la causa di un possibile “conflitto militare tra Russia e Ucraina” e della “divisione della società occidentale”. Per l’analista del gruppo russo Veta, Il’ja Zharskij, con affermazioni di questo tipo la Polonia “vuole raggiungere due scopi”. Certo “sostenere l’Ucraina” ma anche “colpire indirettamente Gazprom” affinché al momento di rinnovare i contratti del gas in scadenza nel 2022 “il gigante russo degli idrocarburi passi a formulazioni dei prezzi più leali verso Varsavia”. A fine gennaio, alla radio polacca RFM, Morawiecki ha dichiarato che il suo paese “è in contatto permanete con gli USA allo scopo di abbassare la pressione che Gazprom esercita sull’Europa attraverso i prezzi del gas”.

A metà febbraio il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha indicato in Nord Stream 2 la causa di un possibile conflitto militare tra Russia e Ucraina.

Non è detto che con Nord Stream 2 la dipendenza europea dagli idrocarburi russi aumenti. Tutto dipende dagli sviluppi futuri della domanda di gas. Nel suo significato strategico, il piano di questo gasdotto indica quanto la Russia per vendere il proprio gas non possa fare a meno del mercato europeo. Quello che invece spetta davvero all’Europa è l’ampliamento della propria rete di gasdotti e interconnettori. Questo aumenterebbe la sicurezza dei rifornimenti di paesi, soprattutto quelli del sud-est del continente, che ancora dipendono dai tubi di Gazprom, senza trascurare i bisogni ucraini. A sua volta Kiev deve abbattere la corruzione legata a questo mercato. È indubbio però che senza la, legale, compartecipazione ai benefici di rifornimento e trasporto del gas le resistenze politiche saranno insuperabili. Che alcuni paesi orientali possano essere già riforniti da est ma anche da ovest può disinnescare molte ostilità.

Abbassare la grande tensione, non solo legata al Nord Stream 2, spetta però alla Russia. Solo una politica basata sul rispetto di norme e valori internazionali può convincere che Mosca punti davvero sull’Europa. Da parte sua è curioso che Varsavia cerchi finanziamenti europei per affermare propri interessi nazionali, e la crociata contro Nord Stream 2 sembra andare in questa direzione. L’arrivo in Europa centrale di gas russo a prezzi più bassi non può essere visto come ostacolo agli affari di Varsavia. Anche perché, con l’uso di gas naturale al posto del carbone, la Polonia potrebbe risolvere il problema dell’inquinamento che secondo Greenpeace causa al paese circa 47mila morti l’anno. Per Marek Józefiak, leader polacco dell’associazione ecologista internazionale, il problema principale del paese sta “in una politica energetica centrata sul carbone” che danneggia non solo la “qualità dell’aria ma anche la salute pubblica” .

Inquinamento. La Polonia alla canna del gas ultima modifica: 2018-03-01T18:26:46+00:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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