#MeToo. Il coraggio delle donne russe

Il movimento di denuncia di molestie sessuali diffusosi a ottobre del 2017 in tutto il mondo è stato ostracizzato nel paese di Putin. Ma adesso irrompe prepotente nella vita quotidiana e politica russa.
scritto da ANNALISA BOTTANI

Ma queste donne non hanno paura di niente?
Se lo chiedono in molti, compreso i soldati che le derubano, le insultano e le violentano.
Sì, le donne cecene non hanno paura di niente. Perché hanno paura di tutto.
Anna Politkovskaja

lI mondo si basa sulle molestie sessuali… Gli uomini devono provarci con le donne e le donne devono resistere

Questo è il commento del film-maker russo Andrei Konchalovsky a proposito dello scandalo Weinstein (Radio Free Europe Radio Liberty). Per il regista questo scandalo è “una stupidata” che non potrebbe accadere in Russia in quanto non provocherebbe una reazione simile. Konchalovsky si spinge oltre ipotizzando anche una cospirazione messa in atto da Trump per demonizzare Hillary Clinton. Posizione che trova conferma nelle parole di altri interlocutori.

Anche Dmitry Kiselyov, presidente del network governativo di informazione Rossiya Segodnya, pur premettendo di essere contrario alle molestie sessuali, ha dichiarato che

lo scandalo sta eliminando il sesso in America e che la rivoluzione sessuale appartiene al passato. Ora tutto può essere visto come una squallida molestia.

Dovrebbe essere più chiaro ora il motivo per cui in Russia il #MeToo Movement, diffusosi a ottobre del 2017 in tutto il mondo con un hashtag ideato da Tarana Burke nel 2006 e ripreso dall’attrice Alyssa Milano nel 2017 per lo scandalo Weinstein, non è stato accolto con grande empatia in Russia.

In questi anni, infatti, il governo e la Chiesa ortodossa hanno esaltato le gerarchie familiari tradizionali che, ovviamente, privilegiano il patriarcato, molto radicato nel Paese. Tutto questo non è da attribuire solo alla gestione putiniana, ma sicuramente sotto Putin questo “costrutto valoriale” si è rafforzato.

Masha Gessen, dalle pagine del New Yorker del 25 ottobre 2017, ci mostra la ratio sottesa a queste posizioni. La reazione di alcuni interlocutori dei principali media russi (tra questi rientra anche Kiselyov) allo scandalo Weinstein si ricollega ad alcuni punti chiave della propaganda putiniana: la nota lezione sulla decadenza morale degli Stati Uniti, lo sgomento per il puritanesimo americano. Non può mancare, poi, la teoria della cospirazione, dei democratici verso Trump o di Trump verso i democratici, seguita dalle solite posizioni misogine, per giorni al centro del dibattito anche italiano, in cui le vittime di molestie e stupri, come la coraggiosa attrice italiana Asia Argento, sono state oggetto di scherno da parte di uomini e donne (soprattutto donne, anche progressiste e di sinistra).

Sui media russi è spuntato anche lo strano paragone con la vicenda Polanski, il cui caso è finito in tribunale, mentre queste vicende, sottolineano gli interlocutori, non hanno portato all’arresto di Weinstein o di altri personaggi dello spettacolo.

Perché, si chiede la Gessen, tutte queste contorte spiegazioni? Sicuramente una generale mancanza di comprensione di alcuni aspetti del fenomeno: il coraggio delle donne disposte a rischiare pur di avere giustizia, la competizione tra media, assente in Russia, e giornalisti per avere più risposte e i cambiamenti di opinione e posizione su questo tema avvenuti in pochi mesi. Ma la Gessen ritiene che il punto centrale sia l’approccio del Cremlino, di cui Kiselyov è uno dei rappresentanti, alle questioni americane: “creare confusione puntando all’idea della cospirazione.” È necessario “mettere insieme un po’ di fatti e insinuazioni” per confondere l’opinione pubblica, portando ad una conseguenza talvolta irreversibile, ossia la capacità di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.

Un’altra importante testimonianza viene dalla giornalista Yevgenia Albats, caporedattrice di The New Times Magazine, che offre una spiegazione molto semplice: in Russia la donna, servizievole e silente (non certo per scelta), ha ancora un ruolo subalterno e “deve saper stare al proprio posto”. E dai racconti della giornalista sembra che “stare al proprio posto” talvolta non sia nemmeno sufficiente per evitare le violenze. Ricordando il passato, Albats ripensa non solo alle milioni di donne violentate in questi anni in Russia, ma anche alle colleghe che si occuparono della guerra in Cecenia terrorizzate alla sola idea di passare dai check-point dei militari. Anche a ventun anni, quando arrivò all’Izvestia, dunque durante il periodo sovietico, i migliori giornalisti fecero scommesse su chi sarebbe riuscito a portarla a letto per primo. E questa convinzione non si basa certo su testi sacri, ma sulla legge del più forte in cui il predatore può prendere ciò che vuole, alla sua portata, e sulla certezza (anche di intellettuali apparentemente progressisti) che il sex appeal possa favorire la carriera più del cervello.

E le attrici russe come hanno commentato lo scandalo Weinstein?

Ekaterina Mtsitouridze alla mostra del cinema di Venezia, settembre 2015

Ekaterina Mtsitouridze ha avuto il coraggio, secondo quanto riportato da The Moscow Times, di parlarne apertamente, malgrado le minacce che in passato Weinstein stesso le ha rivolto. Ma una buona parte del mondo cinematografico russo non si è scandalizzato più di tanto. Natalia Antonova, giornalista e scrittrice, ha raccontato ad ottobre il perché. Certamente l’industria cinematografica russa non è esattamente “scintillante” come quella americana e difficilmente può essere considerata “un’industria”. Secondo la Antonova, “questo scandalo non è l’unico motivo per cui in Russia non sarebbe potuto accadere”. “Vi sono ragioni molto più oscure”.

Quando la notizia dello scandalo è finita su tutti i giornali, Meduza ha deciso di raccogliere le prime testimonianze e attori e registi che mostrarono grande solidarietà verso le vittime. Non le donne che, invece, minimizzarono, non per codardia o cattiveria, ma per paura. Paura di apparire troppo “isteriche e insistenti” su questo tema. In realtà furono in molti a non voler rispondere o a scegliere di non commentare. Si tratta, infatti, di un tema considerato ancora “inappropriato e osceno”.

La testimonianza dell’attrice Lyubov Tolkalina sintetizza il pensiero di molte donne:

Se si è una vera donna e accadono queste cose, allora non bisogna dirlo a nessuno. Perché questo scredita agli occhi del pubblico anche la vittima, non solo l’aggressore.

Il problema delle molestie è legato anche alla definizione attribuita a questo termine:

se descritto in altro modo, si tratta solo di un uomo potente che ti ammira e ti offre un lavoro cui sei interessata. All’improvviso non suona così male. Nessun trauma, umiliazione, in quanto nessuno è stato traumatizzato o umiliato. Nel peggiore dei casi, si è trattato di una transazione.

La negazione diventa un meccanismo di difesa che consente di andare avanti evitando traumi. Anzi. In base alle ricerche della Antonova, molti hanno cercato di creare un frame per contestualizzare le azioni violente di Weinstein, reo di aver picchiato anche il fratello. E l’uomo cattivo, il predatore diventa

un orso che ha bisogno di ricevere amore dalle bellissime donne che lo circondano.

Emerge, dunque, il ritratto di un uomo che segue il proprio istinto e la propria natura, rafforzando la propria

capacità di dominare, rafforzare le gerarchie, a casa o al lavoro.

Sembra paradossale, ma in questo contesto è stato agghiacciante osservare “la combinazione di amore e violenza” che ha portato a trasformare “l’atteggiamento predatorio in passione.” E per la Antonova anche la Russia ha il proprio Weinstein. “Non serve essere ricchi, è sufficiente essere un uomo.”

Yekaterina Kotrikadze

Anche il mondo del giornalismo si è fatto sentire. Yekaterina Kotrikadze, una giornalista di RTVI, canale russo con sede a New York, secondo quanto riportato da The Telegraph il 28 febbraio, ha accusato il politico Leonid Slutsky di molestie sessuali. Anche altre tre giornaliste lo hanno denunciato. Dopo aver deciso di non commentare le accuse, Slutsky ha iniziato a deridere le vittime, scrivendo su Facebook “Calma, colleghi! Dove troverò così tante giornaliste anche per voi?” Anche qui l’opinione pubblica e i politici si sono divisi: chi stava dalla parte delle donne molestate ha chiesto allo speaker della Duma di intervenire, altri di proporre una legge per fermare il fenomeno. In altri casi, come sempre, il silenzio o la condanna.

Ricordiamo anche che in Russia molestie sessuali e abusi domestici sono strettamente collegati. Da sempre le donne russe vittime di molestie sono oggetto di scherno o ignorate, persino da altre donne. Non bisogna farsi ingannare dai numerosi volti femminili che al governo o nel settore della finanza hanno scalato i vertici del potere. Spesso si tratta di mere esecutrici di direttive impartite da uomini. Secondo i dati forniti da The Moscow Times, alla Duma solo 61 posti su 450 sono occupati da donne. E non deve trarre in inganno la candidatura di Ksenia Sobchak, “scelta” dal Cremlino e insultata, proprio il 27 ottobre durante un dibattito elettorale, con appellativi sessisti dal leader del Partito liberale Vladimir Zhirinovsky (una strategia del Cremlino per mostrare la mancanza di alternative a Putin).

La gestione putiniana ha portato, da una parte, ad un incremento delle quote rosa in parlamento, ma, dall’altro, ad un incremento del sessismo. E la motivazione è molto semplice: secondo The Washington Post, candidare una donna consente non solo di attrarre più voti, ma anche di dare una parvenza di “pulizia” o “purezza”.

Le donne sarebbero “political cleaners” e, dunque, nell’immaginario russo lontane dalla corruzione. Purtroppo, spesso alcune deputate per mostrare la propria lealtà divengono ancora più conservatrici, com’è avvenuto a Irina Yarovaya, co-firmataria di una legge che ha dichiarato “spie” le ong beneficiarie di fondi stranieri. D’altra parte, il governo Putin ha usato tattiche sessiste per screditare figure femminili all’opposizione, diffondendo, grazie ai media di stato, immagini intime e imbarazzanti capaci di destare scandalo.

Un’ulteriore prova della misoginia che aleggia nei palazzi del Cremlino, oltre ad alcune battute chiaramente misogine espresse da Putin, è stata l’approvazione, a febbraio del 2017, di una legge che depenalizza alcune forme di violenza domestica. Tutto questo in un Paese che vede una donna morire per abusi domestici ogni quaranta minuti, mentre ogni anno circa quarantamila donne russe (ma la cifra del ministero dell’interno, secondo molti, è inferiore a quella reale) sono vittime di violenze. A causa di questo provvedimento, d’ora in poi – ha ricordato Shaun Walker dalle pagine del Guardian – picchiare la moglie e i figli (le ossa non devono essere rotte) porta a quindici giorni di carcere o ad una sanzione (cinquecento dollari, ad esempio), se non avviene più di una volta all’anno. Una delle promotrici della legge – Olga Batalina – ha difeso il provvedimento in quanto, secondo molti, le punizioni verso i familiari colpevoli di abusi erano più severe di quelle previste per gli estranei. Con l’hashtag #Iamnotscaredtospeak migliaia di donne hanno condiviso le proprie storie, dividendo e scioccando anche l’opinione pubblica, seppur anch’essa foriera di punti di vista diversi a seconda della localizzazione (grandi città o piccoli villaggi).

Una condizione difficile da superare quando sono proprio le autorità e i tribunali a insultare e prendere in giro le donne vittime di molestie, lasciandole completamente sole.

È ovvio porsi la fatidica domanda: era così anche durante il periodo sovietico? Le comparazioni tra periodi storici devono sempre tener conto dello Spirito del Tempo, ma possiamo dire che Lenin, come ha sottolineato Fabrizio Dragosei,

fu l’ultimo a proseguire in un certo senso la tradizione zarista che considerava le donne come possibili papabili. Fu lui a nominare nel governo creato nel 1917 la prima donna ministro al mondo, Aleksandra Kollontaj […] Con Stalin la situazione cambiò profondamente e di donne in ruoli veramente di rilievo non si è più parlato, o quasi.

Dunque, mogli-ombra fino a Raissa Gorbaciova. Con Putin la figura della moglie (ormai ex) è divenuta silente. Secondo l’analista politico Maria Lipman nel periodo sovietico “l’uguaglianza tra i sessi era imposta dall’alto, dunque dagli uomini”. Le donne godevano di diritti per cui in Occidente bisognava lottare. In Urss erano “imposti”. Adesso la situazione è rovesciata. Le donne hanno perso molti diritti, anche se sono ormai onnipresenti nel settore dei media e della finanza.

Ma vi è una via d’uscita? Molte donne, escludendo la bizzarra testimonianza raccolta da Newsweek di due reginette di bellezza convinte che non vi siano scandali stile Weinstein in Russia grazie alle policy di Putin, portano avanti in silenzio la propria battaglia. L’unico centro presente nel Paese per difendere le vittime di abusi – “Syostry” – è costantemente alla ricerca di fondi per sopravvivere e cerca in tutti i modi di offrire un supporto psicologico alle donne che ancora incolpano se stesse per le violenze subite. Indipendentemente dal credo politico, molte donne stanno cercando di creare online e offline un network di support.

Secondo Natalia Timofeyeva, che gestisce il gruppo “Female Power” e “FemView”, in Russia

una femminista è una donna che ha delle opinioni. E la parola femminismo ha una connotazione sporca.

I nemici più agguerriti del movimento, oltre al governo e alla Chiesa, sono proprio i compatrioti: secondo il Levada Center, solo l’undici per cento degli intervistati desidera una donna alla guida del Paese.

Il punto più critico non è solo la violenza in sé. Purtroppo, queste forme di abuso iniziano anche durante la pubertà. Lo dimostra la vicenda di Anastasia, una ragazzina di dodici anni che, secondo quanto riportato da The Moscow Times, è stata messa alla gogna a ottobre del 2017 durante la trasmissione “Let’s get married”, trasmesso da Channel One, per aver espresso punti di vista “da femminista”, ossia per aver detto che il padre, che partecipava al programma televisivo e con cui parlava anche di femminismo, “meritava una donna interessante, qualcuno con cui poter conversare”. Lo staff del programma definì Anastasia “falsa” e colpevole di aver espresso posizioni “da donna di mezza età”, dicendole che era “dieci volte più orribile di una suocera”. Gli insulti su Youtube hanno superato, come sempre, l’inimmaginabile. Ma Anastasia non si è arresa. Non solo ha postato video in rete per esprimere la propria opinione e condannare il modo in cui ragazze e donne vengono trattate, ma ha anche creato un profilo Twitter che ha più di 4.500 follower.

Kevin Rothrock (Meduza) ha riferito che, a febbraio, sulla rivista “Happy Parents” è stato pubblicato un articolo in cui alcuni psicologi spiegavano ai lettori le modalità comportamentali che ragazzi e ragazze devono adottare in caso di aggressione. Ad alcuni consigli in linea con lo spirito occidentale se ne alternavano altri che indicavano, invece, la necessità di mantenere un preciso orientamento conservatore e maschilista.

“Va bene picchiare le femmine quando provocano i maschi” e se per caso i maschi non rispondono alle provocazioni “tutto questo potrebbe avere un impatto sull’orientamento sessuale”, questa è la tesi espressa dagli psicologi. Ma non solo.

Secondo lo psicologo Idzikvosky,

bisogna agire in base alle circostanze [e, dunque,] addestrare i ragazzi in combattimenti corpo a corpo, [mentre] alle ragazze non si dovrebbe insegnare mai a dare pugni ai ragazzi […] Se un ragazzo reagisce alle percosse di una ragazza, è una grande notizia per le ragazze, ma appena la ragazza inizia a combattere, smette di essere una ragazza e diventa un aggressore. E allora bisogna colpirla.

E si arriva ad un altro tabù della società russa: l’omosessualità, come dimostra la legge omofoba approvata nel 2013 dal governo sulla propaganda gay.

Se un ragazzo riceve costantemente abusi da una donna, questo potrebbe minare negativamente il suo orientamento sessuale.

In questa ottica gli obiettivi dell’agenda elettorale di Putin acquisiscono, dunque, un nuovo significato. La famosa “Youth Agenda”, cavallo di battaglia della sua campagna, rivela una volontà, neanche troppo celata, di manipolare la mente di giovani ragazze e ragazze con metodi pedagogici intrisi dei “valori” che il governo intende imporre e di un sistema conservatore sempre più repressivo. E, paradossalmente e quasi inconsapevolmente, con questo gesto il “Me Too Movemement” irrompe prepotente nella vita quotidiana e politica russa. Una realtà cui Putin non potrà non prestare attenzione.

#MeToo. Il coraggio delle donne russe ultima modifica: 2018-03-01T16:42:51+00:00 da ANNALISA BOTTANI

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