La Nobel Corrigan Maguire: “Cosa ci chiedono i siriani”

Di ritorno da una missione in Siria, l'esponente pacifista fa suo l'appello del popolo del martoriato paese perché ogni sforzo sia rivolto alla ricerca di una soluzione politica che ponga fine a una guerra per procura che, in sette anni, ha provocato oltre quattrocentomila vittime e undici milioni di sfollati.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Il suo è più che un grido d’allarme. È un j’accuse possente nei confronti di una comunità internazionale che ha trasformato la Siria in un ammasso di macerie e un popolo in bersaglio da abbattere.

Nei mesi scorsi ho avuto modo di recarmi in Siria. Ho ancora negli occhi immagini di dolore e di distruzione. Ma ho anche ben impresse nella mente le parole di tantissime persone, donne e uomini che ho avuto la possibilità d’incontrare. In loro non c’era solo disperazione ma anche tanta, straordinaria dignità. E un’unica, corale richiesta al mondo: ponete fine ai bombardamenti, non è con le bombe che ritroveremo pace.

A parlare è Mairead Corrigan Maguire, nord-irlandese, premio Nobel per la pace nel 1976, fondatrice dell’Iniziativa delle donne Nobel e membro della Rete Transcend per la pace, lo sviluppo e l’ambiente.

Ciò che il popolo siriano continua a chiedere è che tutti quei paesi che hanno dato vita a una sanguinosa, devastante, guerra per procura in Siria, pongano fine a ogni interferenza esterna, e permettano al popolo siriano di costruire un futuro di pace attraverso il dialogo e la riconciliazione nazionale. Ciò che desiderano è avere la possibilità di realizzare una Siria giusta e pacifica, e sono in tanti a pensarla così, a impegnarsi per questo, sciiti, sunniti, cristiani… Non esistono bombe “buone” o “intelligenti”, la guerra è il problema non la soluzione. Ed è l’ingerenza straniera, prima di ogni altra cosa, a impedire al popolo siriano di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione.

In Siria si continua a morire. A Est Ghouta, ad Afrin. Le tregue annunciate falliscono un’ora dopo essere annunciate. Perché?
Perché nessuno le vuole davvero. Perché la tregua non è solo un fatto umanitario, ma dovrebbe essere la premessa per una soluzione che ridia al popolo siriano, e a nessun altro, la possibilità di scegliere il proprio destino. Vogliamo essere padroni del nostro destino: è un appello corale, una richiesta che accomuna le centinaia di persone che ho avuto modo d’incontrare quando ho avuto la possibilità di visitare la Siria. Un messaggio rivolto a quei paesi che hanno pensato o pensano che la Siria possa avere un futuro attraverso i bombardamenti. Non, non è così.

Il messaggio che ci è stato affidato, l’appello ai grandi della Terra è questo: “Noi vogliamo la pace, vogliamo vivere in pace nel nostro paese e non vogliamo bombardamenti del nostro paese, perché questo provoca solo altri morti, altre sofferenze” che si aggiungono a quelle che stiamo subendo da cinque anni.

Il popolo siriano chiede che ogni sforzo sia rivolto alla ricerca di una soluzione politica che ponga fine a una guerra per procura che in sette anni ha provocato oltre quattrocentomila vittime e undici milioni di sfollati.

Lei parla di una guerra per procura. A cosa e a chi si riferisce?
A tutti quei paesi che hanno alimentato, finanziato, armato le bande terroristiche che tengono in ostaggio un popolo intero. A quei paesi che pur di abbattere Bashar al-Assad hanno aperto le proprie frontiere ai jihadisti di tutto il mondo. Ciò che chiediamo alla comunità internazionale, come delegazione che ha visitato nei mesi scorsi diverse città siriane, Damasco, Homs, Tartus, Qara e Ma’alula, è di preservare l’integrità territoriale della Siria e di rispettare i diritti fondamentali della Siria come uno stato sovrano.

Deploriamo qualsiasi intenzione di violare l’integrità delle frontiere della Siria o di danneggiare l’unità e la ricca diversità del popolo siriano. Ma ciò non vedrà mai la luce se prima tutti i paesi protagonisti di questa guerra per procura non porranno fine allo loro ingerenza negli affari della Siria, il che significa, in primo luogo, uno stop alla fornitura di armi e combattenti stranieri.

Non è questione di bombe, ma di volontà politica. Ciò che va difeso strenuamente è il diritto del popolo siriano a determinare il proprio governo e il proprio futuro.

Se i paesi stranieri decideranno di porre fine all’afflusso di armi e combattenti, siamo convinti che i siriani sapranno trovare le proprie soluzioni ai loro problemi e raggiungere la riconciliazione.
Non è solo questione di giustizia e di risarcimento morale, politico, materiale nei confronti di un popolo che ha già sofferto pene indicibili. Il crollo della società siriana porterà alla destabilizzazione dell’intera regione.


Bisogna porre fine alle sanzioni che non indeboliscono un regime ma provocano ulteriori sofferenze in una popolazione civile ridotta da tempo allo stremo.

Le sanzioni sono punizioni collettive contro i popoli e come tali inaccettabili.

Ed è altrettanto importante che le persone di buona volontà uniscano le loro voci per dire con maggior forza che riconosciamo la legittimità delle aspirazioni dei cittadini siriani per il cambiamento, le riforme e la fine di ogni violenza, sosteniamo coloro che lavorano per la realizzazione di una vita democratica che rispetta e tutela i diritti fondamentali di tutti i cittadini, e crediamo che riforme durature ed efficaci possano essere raggiunte solo attraverso mezzi non violenti.

Resta la tragedia di centinaia di migliaia di civili che vivono nella Ghouta orientale, bersaglio ogni giorno di bombardamenti.
Lo stesso può dirsi per i siriani che vivono nei quartieri bersagliati dai ribelli. I civili sono bersagli ma, molte volte, anche scudi umani di gruppi armati. Doppiamente vittime: come bersagli e come ostaggi.

Se si vuole davvero fare il bene del popolo siriano, la prima cosa da evitare è militarizzare le proprie coscienze, pensando che il torto sia da una sola parte e la ragione dall’altra. Non è così.

Perché la Siria è il teatro insanguinato sul quale tutte le potenze regionali e non hanno deciso di giocare la loro partita sulla pelle, e non è purtroppo una metafora, del popolo siriano. E il popolo siriano, mi creda, è più unito di quello che si vorrebbe far passare.

La pace non è solo assenza di guerra, ma è riconoscere le diversità, etniche, religiose, come una ricchezza e non come un fattore di odio e di divisione.

Ma sono in tanti a soffiare sul fuoco delle appartenenze comunitarie, perché, alla fine, la cosa che più interessa non è se Bashar al-Assad resterà ancora al potere, ma porre fine alla Siria come stato, e a quello siriano come popolo. Ecco perché le tregue falliscono. Perché nessuno le vuole per davvero.

E il popolo siriano continua ad essere massacrato o costretto alla fuga.
È qualcosa di terribile, difficile da raccontare. Per cogliere appieno il senso di un dramma che ha pochi eguali nella storia post Seconda Guerra Mondiale, bisognerebbe guardare negli occhi le vittime di questa guerra senza fine, ascoltare e non emettere sentenze. Si scoprirebbero tante cose la prima delle quali è che un popolo siriano esiste ancora, e nonostante tutto ciò che di indicibile ha sofferto e continua a soffrire è un popolo che non ha perso la speranza, che continua a dialogare al proprio interno.

Un popolo orgoglioso della propria storia e della propria identità nazionali che altri vorrebbero cancellare. Perché per costoro la Siria altro non è che una terra di conquista.

C’è chi sostiene che l’ostacolo alla pacificazione della Siria sia il presidente Bashar al-Assad. Uscito di scena lui…
La sua uscita di scena deve essere decisa dai siriani e non da chi, pur di abbatterlo, ha aperto le frontiere ai tagliatori di teste dell’Isis. Si vuole davvero aprire un processo di pacificazione? Bene, allora la prima cosa da fare è che tutte le milizie e gli eserciti stranieri si ritirino dal territorio siriano e che cessino i finanziamenti, che significano armi e soldi per il reclutamento, dei gruppi terroristi. E poi si dia la possibilità al popolo siriano di scegliere chi deve guidarli.

Papa Francesco ha definito “disumano” quanto sta accadendo in Siria.
So bene dell’impegno del Santo Padre per la pace, so del suo dolore vero per la sofferenza del popolo siriano. E so anche che il pontefice, che certo non può dirsi un simpatizzante di Assad, ebbe un ruolo importante, se non decisivo, per evitare che l’America entrasse in guerra, ripetendo in Siria la catastrofe irachena. Papa Francesco ha scelto di stare dalla parte di chi soffre e non concede alibi a quanti vorrebbero strumentalizzare quelle sofferenze. Lui sta dalla parte dell’umanità. Quella che in Siria si sta perdendo.

Il presidente Trump sembra pensarla diversamente dal suo predecessore, Barack Obama.
E in cosa si manifesterebbe questa differenza? Nell’armare una delle fazioni in lotta? Questo significa alimentare una guerra per procura e non certo costruire le basi per la pace. Non si può essere al tempo stesso giocatore e arbitro, finendo per abbracciare le ragioni, o presunte tali, di una delle parti in conflitto.

Come è avvenuto per Gerusalemme. C’è un popolo, quello palestinese, che vive da cinquant’anni sotto occupazione. Personalmente, fino a quando Israele non mi ha considerato persona non gradita, ho avuto modo di visitare più volte Gaza, dove quasi due milioni di persone, oltre il cinquanta per cento minorenni, vivono da oltre dieci anni sotto embargo, isolati dal mondo, in un’immensa prigione a cielo aperto.

E tutto questo nel silenzio della comunità internazionale. O nella complicità. Se si vuole davvero la pace si dovrebbe dare giustizia ai palestinesi, porre fine all’assedio di Gaza, alla colonizzazione israeliana della Cisgiordania, alla pulizia etnica in corso da tempo a Gerusalemme Est.

Parteggiare per una parte, peraltro quella più forte, non porta pace né giustizia. Ciò vale per la Palestina come per la Siria.

La Nobel Corrigan Maguire: “Cosa ci chiedono i siriani” ultima modifica: 2018-03-01T18:00:27+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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