Alle urne con il rischio di un altro 48

Siamo in un clima totalmente diverso rispetto a quell'epoca ma non per questo la situazione attuale è meno pericolosa e le scelte che si faranno meno decisive.
scritto da ADRIANA VIGNERI

Èveramente incredibile il diffuso piagnisteo sull’impossibilità/estrema difficoltà di formare un governo nella prossima legislatura, se si considera che il rifiuto della riforma costituzionale proposta dal Pd ha implicato anche il rifiuto di un sistema elettorale maggioritario e ampi peana a favore del buon vecchio proporzionale. Quello che abbiamo oggi è infatti un proporzionale, per due terzi. La correzione per un terzo con il voto uninominale, in presenza di due Camere che entrambe votano la fiducia al governo e i cui corpi elettorali sono diversi, può facilitare, leggermente, il raggiungimento di una quasi-maggioranza (da completare con fuoriusciti vari), ma lascia il rischio di risultati diversi tra camera e senato e non altera certo la sostanza della situazione: un sistema elettorale che non produce una maggioranza e quindi un governo.

Ad elezioni compiute Gentiloni si dimetterà e il presidente lo pregherà di rimanere in carica, anche se soltanto per l’ordinaria amministrazione, essendo un governo senza fiducia. C’è soltanto da leccarsi le dita, che abbiamo un governo affidabile che può restare in carica fino a che non si troverà una soluzione.

Quale soluzione, è assai difficile dire ora. Come è difficile dire ora quali saranno i rapporti di forza tra le principali forze politiche. Si dice, si crede di sapere, che vi sarà un partito vittorioso, il 5S, e una coalizione vittoriosa, la coalizione di Centrodestra. E un sicuro perdente, il Pd. Così dicono i sondaggi, quelli di prima e quelli di oggi, che continuano a circolare meno palesemente. Ma nel frattempo abbiamo imparato che gli italiani usano i sondaggi per orientare il proprio voto all’ultimo, e non nel senso di seguirli, piuttosto per contraddirli, per riequilibrare. Uno degli aspetti che si sono capiti durante la campagna referendaria per la riforma costituzionale è che i nostri concittadini non desiderano realmente un governo forte, che possa governare per cinque anni, salvo poi mandarlo a casa alle elezioni successive.

Preferiscono un governo costretto a fare compromessi, a mediare. E così è possibile che se una forza politica appare troppo forte, vadano in soccorso del più debole, nel proprio stesso interesse. In quello che ritengono il loro interesse.

Tutte cose già viste, come ha spiegato Ilvo Diamanti. Ma sbaglierebbe chi ritenesse che siamo di fronte ad una elezione politica come le altre. Ed infatti c’è chi ha paragonato questa tornata elettorale a quella del 1948. Paragone insostenibile, mi pare, per un clima totalmente diverso ma non per questo la situazione attuale è meno rischiosa (per chi visse quella scelta come un rischio) e le scelte che si faranno meno decisive.

Queste prossime elezioni possono essere l’inizio di una china lungo la quale il nostro paese può scivolare. Da questo punto di vista la visita di Meloni ad Orban è emblematica. Una freccia che indica una destinazione.

Una degenerazione autoritaria dell’Italia è impossibile? Perché appena un anno fa i cittadini hanno difeso appassionatamente la Costituzione vigente? Spero di sbagliarmi, e certo non dipende (solo) da Giorgia Meloni. Dipende però da una serie di elementi, che stanno crescendo e sono alimentati da un clima di sfiducia e di disistima della classe dirigente (che Grillo ha intuito e coltivato da molto tempo), che finisce con l’essere disistima degli italiani per se stessi. L’indebolimento dei partiti, che hanno smesso da tempo di produrre cultura politica e selezione della classe dirigente. L’astensione dal voto.

Il crescente rifiuto dell’unico nostro possibile futuro, l’Europa. La delegittimazione delle istituzioni e delle relative regole, della rappresentanza, in una parola della democrazia. Qual è l’esito possibile di questo clima? Il peronismo, l’autoritarismo. Affidarsi a qualcuno che sa leggere interpretare e dirigere il popolo (al singolare).

Non credo che siamo a questo punto, ma credo che le prossime elezioni debbano scegliere se favorire questa china o combatterla. Non credo che il M5S sia un insieme compatto, anzi è possibile una spaccatura, certo che i suoi vertici non mostrano di aver acquisito i principi di una democrazia liberale. Non sono soltanto post-ideologici, sono anche post-democratici. Vogliono tutt’al più una “democrazia nazionale”, non una democrazia liberale. Non comprendono neppure il senso e l’importanza dell’art. 67 della Costituzione: il portavoce (e di chi? del Peron del momento?) in luogo del parlamentare senza vincolo di mandato. Un piccolo esempio su come i 5S concepiscono la democrazia: in un Municipio di Roma la presidente è stata sfiduciata dal Consiglio.

La sindaca Raggi l’ha subito nominata Commissario di quello stesso Municipio. Episodio questo che, per quanto riferito a ruoli minori, è più preoccupante della protervia con la quale Di Maio agisce da presidente del consiglio.

Il medesimo rapporto tra i vertici illuminati e il popolo è proprio della Lega di Salvini e di Fratelli d’Italia. L’ossequio a Le Pen da un lato e ad Orbán dall’altro sono sufficientemente significativi: verticalizzare lo Stato, combattere il pluralismo e difendere la nostra purezza. Se si aggiunge l’uscita dall’euro e da Schengen, scomparse nella comunicazione politica televisiva ma non dai programmi, che sono propri sia della Lega di Salvini sia dei 5S; se si riflette che i seggi di Salvini e Meloni si sommano e possono essere superiori a quelli di Forza Italia; se si ritiene possibile che si crei in qualche modo una saldatura tra questa destra e i 5S (forse non tutto il M5S), c’è da essere seriamente preoccupati per la totale assenza di prospettive e di futuro e per i danni economici e finanziari che si produrrebbero immediatamente.

Confidiamo che queste prospettive non si realizzino, che sia vero quel che si dice, che gli elettori capiscono di più di quel che pare. Ma sono quegli elettori sfiduciati di cui si è detto.

Per intanto si può soltanto dire che in questa elezione, che è proporzionale e caratterizzata dal voto di lista, conteranno più i partiti delle coalizioni (l’unica consistente coalizione è fortemente disunita). Se, come è altamente probabile, nessuno, partito o coalizione, sarà autosufficiente, Mattarella potrà attribuire un mandato esplorativo, prima di un incarico vero.

Valgono ora le regole della prima repubblica, in cui fu presidente del consiglio anche Spadolini, che era il segretario di un partito minuscolo della coalizione. L’incarico, in un sistema proporzionale, quando si tratta di maggioranze composite, viene dato ad una persona, non ad un partito. Una persona che dia la garanzia di (o abbia ampie possibilità di) formare una maggioranza e di conservarla. Vale anche qui la regola che nella coalizione si sceglie il moderato, non l’estremista (così è successo per il governo austriaco). Dato che il moderato avrà sempre più probabilità di creare meno conflitti, sia all’interno sia con chi si colloca al di fuori della maggioranza. Di più, in attesa del voto vero, non si può dire.

Alle urne con il rischio di un altro 48 ultima modifica: 2018-03-02T16:53:59+00:00 da ADRIANA VIGNERI

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