Guareschi, il primo seme della pacificazione

Cinquant'anni esatti sono passati dalla scomparsa dello scrittore che narrò le vicende dei due nemici (ma non troppo...) divisi da un'eterna faida politica e tuttavia uniti da una comune generosità per i loro compaesani.
scritto da MARIO GAZZERI

Era quel breve periodo della nostra storia compreso tra il 1946 e il ’48, gli anni in cui un’Italia ferita e umiliata tentava di rialzarsi dalle macerie e dalle miserie della guerra. Fu allora che, qualche anno prima della timida ripresa destinata a sfociare alla fine degli anni Cinquanta nel “miracolo economico italiano” (“The Italian miracle” titolava in copertina il settimanale americano Time), lo scrittore Giovannino Guareschi gettò il primo seme di riconciliazione e di pacificazione tra i nostri padri e nonni, divisi da due anni di feroce guerra civile. Allora condirettore del settimanale satirico Candido, erede del Bertoldo di Cesare Zavattini e dei settimanali fondati e diretti da Leo Longanesi, Guareschi pubblicò una serie di racconti che riunì provvisoriamente sotto il titolo di “Mondo piccolo”, in cui narrava le vicende di Don Camillo, il parroco di un paesino della Bassa emiliana in eterna lotta con Peppone, il caporione burbero-benefico dei comunisti locali.

Cinquant’anni esatti sono passati dalla scomparsa (1968) dello scrittore, che narrò le vicende dei due nemici (ma non troppo…) divisi da un’eterna faida politica e tuttavia uniti da una comune generosità per i loro compaesani. Nel primo “Don Camillo” della saga che porta il suo nome, si venivano a ridimensionare narrativamente e a depotenziare storicamente le lacerazioni dell’immediato dopoguerra. Lacerazioni che proprio nel cosiddetto “triangolo della morte” emiliano (Modena, Reggio, Bologna) ebbero una sanguinosa manifestazione…

Anticomunista viscerale, Giovannino Guareschi, umorista, sceneggiatore e giornalista (collaborò anche alla Stampa e al Corriere della sera) a meno di due anni dal 25 aprile interpretò il desiderio degli italiani di voltar pagina, di dire “basta” alle rese dei conti, alle vendette , sovente più personali che politiche, e presentò ai suo lettori il teatro di un conflitto contenuto, il ritratto di due nemici il primo dei quali officiava la messa e parlava col Cristo in croce in chiesa, chiesa frequentata anche da Peppone e dai suoi compagni. Ma solo alla domenica… poi tutti in cellula sotto il ritratto di Stalin.

Giovannino Guareschi

Singolare fu poi una certa somiglianza dello scrittore con lo stesso Stalin, sottolineata anche dai baffoni che Guareschi aveva sempre portato. “Don Camillo” , il romanzo, conobbe un immediato e strepitoso successo in Italia e all’estero. Negli anni, furono oltre venti milioni le copie vendute e decine le lingue in cui venne tradotto. Da esso fu tratto un primo film, per la regia del francese Julien Duvivier (1952) e l’interpretazione di due “giganti” come Fernandel, nella parte del parroco Camillo, e il grandissimo Gino Cervi estremamente convincente (e divertente) nella parte del capo comunista, arringa-popolo e povero sprovveduto con la licenza di terza elementare al quale Don Camillo correggeva i discorsi con la matita rossa… Il libro fu pubblicato nel marzo del 1948, appena un mese prima delle storiche elezioni del 18 aprile che videro il trionfo della Democrazia Cristiana e il forte ridimensionamento del Fronte Popolare dei comunisti di Togliatti e dei socialisti di Nenni.

Ad una lettura in controluce del romanzo, si capisce come Guareschi sia stato interprete e portavoce di un desiderio comune ma ancora sotterraneo di riaprire un dialogo, di un tentativo di “seppellire l’ascia di guerra” attraverso la rappresentazione quasi teatrale di uno pseudo-dramma a tratti farsesco. Il film di Duvivier fu girato in esterni, a Brescello, e di conseguenza quel paesino innominato della “bassa emiliana” di cui si parla nel libro, perde quell’aura di fantasia del romanzo diventando un paese riconoscibile, proprio uno di quelli in cui esplose la violenza dopo la liberazione da parte degli Alleati.

Brescello. Nel paese sorge il Museo di Peppone e Don Camillo

Fu così possibile, ai lettori e ancor più forse agli spettatori, confrontarsi col recente passato attraverso il filtro di una commedia, di un racconto più sereno in cui i nemici non erano poi così “acerrimi”.

Guareschi, nato nel 1908 nella provincia parmense, era un uomo di destra e quando morì, la sua bara fu avvolta nel tricolore con lo stemma sabaudo. Non era però mai stato fascista, anzi per aver inveito, una sera, contro Mussolini, fu arrestato e più tardi deportato nei campi di concentramento tedeschi per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, all’indomani dell’8 settembre.

A dispetto di uno degli aforismi più tranchant di Ennio Flaiano (“I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”), Guareschi venne di nuovo arrestato dopo la guerra per aver “osato” fare della satira su Alcide de Gasperi nonostante quest’ultimo fosse in un certo senso in debito con Guareschi per la sua incondizionata propaganda contro i “trinariciuti” comunisti, e anche per vilipendio al presidente Luigi Einaudi.

Cattolicissimo e di destra, in una terra “rossa” al cento per cento, lo scrittore non chiese mai la grazia e mai si scusò.
Guareschi apparteneva a quella generazione di spiriti liberi e anticonformisti (da Longanesi a Montanelli, da Pitigrilli a Flaiano, a Malaparte) di cui abbiamo già scritto su queste pagine.

Lo scrittore, come osserva Marcello Veneziani nel suo recente libro “Imperdonabili”,

è stato il maestro elementare dell’Italia repubblicana, ha insegnato a più generazioni l’abbecedario della vita nazionale e delle passioni politiche. […] Approfittando di un infarto, – conclude Veneziani – Giovannino Guareschi se ne andò il 22 luglio di quell’anno famigerato (1968) dal “Mondo piccolo” all’altro mondo, quello grande… per andare a trovare il Titolare con cui aveva tanta confidenza da parlarci spesso, tramite don Camillo.

Guareschi, il primo seme della pacificazione ultima modifica: 2018-03-03T15:59:32+00:00 da MARIO GAZZERI

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