L’arroganza e la gentilonia. Il Pd raccontato dai media

Gli elettori abbandonano quel che resta dei partiti storici. E i lettori non comprano più i giornali. C’è una relazione tra i due fenomeni? Questa campagna elettorale sembra dirci di sì.
scritto da GUIDO MOLTEDO

Dicono che i giornali di carta – ma anche online – non ricavino chissà quale vantaggio in termini di lettori dalla corsa elettorale in via di conclusione.
Sembra anzi che la costante perdita di copie sia anche in questo periodo inarrestabile.

Sappiamo che la crisi della stampa mainstream è in corso da tempo e dappertutto. Però stupisce che neppure in una fase così calda non ci sia un segnale almeno di controtendenza, come pure è avvenuto negli Stati Uniti nelle ultime presidenziali e poi con la presidenza Trump.
Qui, in Italia, c’è evidentemente un di più. La simbiosi politica-media produce la crisi di entrambi. “Simul stabunt vel simul cadent”.

E d’altra parte la stessa campagna elettorale, così com’è stata seguita, non poteva certo produrre un interesse tale da far vendere più copie e da rendere più interessante la competizione. I giornali, raccontando la crisi della politica squadernata da questa competizione elettorale, hanno messo in piazza anche la loro, di crisi. E i talk show, anch’essi in crisi, hanno fatto da inutile cassa di risonanza di un perverso intreccio.

C’è stata un’incredibile convergenza narrativa tra i giornali delle diverse tendenze e ben poca ricerca di una propria specificità nella scelta dei temi e nel loro racconto. Abbiamo letto una sorta di “giornale unico” anche se declinato in modo diverso a seconda degli orientamenti politici e della cultura di ogni testata. Poca curiosità sui temi e sulle Italie reali, ma solo politicismo a profusione, stucchevoli retroscena privi d’interesse e spesso anche di credibilità.

La questione del dopo ha dominato su ogni altro argomento e ha determinato il grosso della narrativa. Questa uniformatà nasce dall’aver dato come scontato, da parte tutti i media, un esito elettorale tale da rendere necessaria una “cosa” condivisa, chiamala larghe intese, governo del presidente, o governo di scopo. Il che, poi, a sua volta, ha determinato l’agenda elettorale dei leader che, invece di raccontare che cosa stanno facendo in campagna elettorale, sono stati inchiodati a domande riguardanti un dopo in realtà fittizio e indefinibile. A loro volta, con interviste e apparizioni nei talk show, hanno alimentato articoli e articolesse concentrati sul Colle come se Mattarella, con tutto il dovuto rispetto, meritasse più considerazione del volere degli elettori, che, guarda un po’, potrebbe rivelarsi molto diverso da quello che ha in testa il grosso del circo mediatico.

Poi c’è stata la bufala dei sondaggi. Paolo Natale ha scritto un articolo esemplare che spiega come, questa volta, un sondaggio, per essere un minimo attendibile, dovrebbe costare una milionata di euro. E chi ha tanti soldi? Neppure Berlusconi. Quelli di cui si parla sono basati prevalentemente su vecchie campionature raccolte sulla scorta di un sistema elettorale non più vigente e di una diversa geografia dei collegi.
E che hanno detto questi sondaggi? Hanno descritto un esito del voto con un sostanziale equilibrio tra le diverse forze e coalizioni, a sostegno di uno scenario appunto, da larghe intese. Un esito che ha del tutto escluso un paio di altri esiti possibili, esiti che farebbero saltare il tavolo, se davvero si realizzassero, e segnerebbero un terremoto politico:

1 una vittoria indiscutibile dei 5 stelle con un grande distacco rispetto al secondo partito, il Pd, ammesso che sarà ancora il secondo partito, perfino un esito col i 5 stelle sopra la soglia psicologica del trenta e il Pd sotto quella del venti;

2 un successo netto del centrodestra, che le consenta di arrivare al governo, con al suo interno una prevalenza della Lega. Cioè Salvini premier.

Questa narrazione unica ha avuto al suo centro la contrapposizione Gentiloni-Renzi. Questo teatrino con i due  pupi piddini è legato alla convinzione che l’attribuzione a Renzi del ruolo del bullo candidato alla sconfitta certa, alla seconda sconfitta dopo quella del referendum, “paghi” in termini di attenzione da parte del pubblico, come avvenne con il referendum, appunto. In subordine è paventata una botta non mortale per lui e per il “suo” Pd ma tale tuttavia da mettere in moto una resa dei conti, o comunque un risultato che renda impossibile la candidatura a premier di Renzi. Che però non c’è, non può esserci nel sistema attuale prevalentemente proporzionale. Infatti, il Pd è l’unica sigla elettorale che nel simbolo non preveda il suo leader come candidato premier.

Fa riflettere leggere articoli di fior di politologi e di notisti stagionati che si concentrano ripetutamente su un dualismo tra i due che, se vai a scavare un po’ nelle cronache, è puramente caratteriale. Il primo è l’incarnazione dell’arroganza, il secondo della gentilonia. Tutto qui?

Essendo parte dello stesso partito, avendo condiviso da anni lo stesso percorso, essendo pure amici, essendosi passati la staffetta dello stesso governo con gli stessi ministri e lo stesso programma, non si vede dove sia questa differenza politica. Il carattere? Certo, Matteo ha stufato con il suo bullismo, mentre Paolo ha tratti gentili come il suo cognome: nomen omen. Ma sono per questo alternativi davvero? Ed è credibile che il primo partito – fosse il Pd ancora in quella posizione – si farebbe dettare dagli altri partiti chi comanda al suo interno e chi tratta per suo conto? Lo decidono i giornali? Si omette poi che, anche in caso di una dura lezione elettorale, il segretario può essere cambiato solo attraverso nuove elezioni primarie. E ve l’immaginate Paolo che sfida Matteo? Ma che primarie e primarie? I media prevedono, anzi auspicano la solita stanza chiusa, lontana dagli iscritti, in cui si riuniscono i congiurati per far fuori il grande capo. Bel modo per uscire dal partito dell’uomo solo al comando. Il ritorno agli oligarchi che si riprendono e si spartiscono quel che resta del Pd, con Paolo nelle vesti del quoque tu, Gentiloni. Ottimo modo per rilanciarlo, il Pd. Infatti lo vogliono definitivamente ko.

Eppure hanno riempito paginate ricamando su questa storia, tutti i giornali, tutti i notisti, anche quelli che dovrebbero conoscere un po’ procedure e fatti. Al puro scopo di fare esplodere la dirigenza piddina nella sua più difficile prova. Che lo facciano i partiti rivali, fa parte del gioco. Ma la grande stampa? Punta al tanto peggio tanto meglio? Pensando di contare di più? E di vendere più copie?

Avanti così, e non lamentatevi se i lettori vi abbandonano come gli elettori stanno abbandonando i vecchi partiti.

L’arroganza e la gentilonia. Il Pd raccontato dai media ultima modifica: 2018-03-03T18:36:23+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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3 commenti

Stefano Rizeo 3 marzo 2018 a 22:49

Bravissimo. Totalmente d’accordo. Hai superato te stesso. Io leggo Ytali.

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Stefano Rizeo 3 marzo 2018 a 22:50

Bravissimo. Hai superato te stesso.

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paolo 4 marzo 2018 a 0:25

Ne la stampa , il deserto culturale che si trova fuori dal PD é all’altezza del Bene del Paese. Nessun giornale è stato capace di valutare ciò che è stato fatto per il Paese e se non c’era il PD non eravamo in una situazione di miglioramento e di progresso sociale. E’ stata garantita la stabilità del paese e la stabilità della democrazia. Nessuno parla dell’intensa attività lavorativa e di impegno portata avanti dai partiti di coalizione di governo, e dico squadra che funziona non si cambia. Il pericolo per la democraza è stato supperato grazie alla presenza del Partito Democratico ed alla sua attività che ripeto ha garantito stabilità e crescita con inizio di benefici in una fase politica in cui la legislatura era nata morta e i veti personali ed ideologici hanno fatto di tutto per abbattere la stabilità e minare la fiducia interna ed esterna. Chi è che finanzia occultamente i “gruppi eversivi” che pur essendo in Parlamento, alcuni incapaci assoluti altri sulla scena da 20 anni non sono mai riusciti a raggiungere a dei risultati di cambiamento per il paese. Eppure nessun giornale parla di questo come se tutto fosse concentrato su un chiacchiericcio, che non da alcun beneficio al Paese Italia.

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