“Se la Tunisia fallisce, una catastrofe per l’Europa”. Parla il Nobel Ben Moussa

Secondo il presidente della Lega per i diritti umani, la forza del sogno tunisino sta nella consapevolezza che la democrazia non si esaurisce con il voto. E che la parte più difficile è mantenerla viva ogni giorno.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Un paese in bilico tra speranza e inquietudine. Orgoglioso di essere l’unica esperienza ancora in vita della stagione delle primavere arabe ma al tempo stesso consapevole che senza lavoro non bastano i diritti civili per consolidare il processo democratico nato dalla Rivoluzione dei gelsomini.

Siamo l’unico paese tra quelli che hanno vissuto la cosiddetta Primavera araba, che non ha fallito. Ma guardando al nostro presente e agli sconvolgimenti che segnano il Nord Africa, sento di dover rivolgere un appello all’Europa: sostenete i nostri sforzi, aiutateci a consolidare la giovane democrazia tunisina. Se dovessimo fallire, sarebbe una catastrofe per tutti e un grosso rischio per l’Europa.

Ad affermarlo è Abdessatar Ben Moussa, avvocato, presidente della Lega per i diritti umani, uno dei membri del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino, insignito nel 2015 del Premio Nobel per la pace,

per il suo contributo decisivo – è la motivazione del Nobel – alla costruzione di una democrazia pluralista in Tunisia dopo la Rivoluzione dei gelsomini del 2011.

La Tunisia che investe sul futuro, che lotta contro il terrorismo jihadista, ha bisogno dell’Europa. Di un’Europa che guarda ai paesi della sponda sud del Mediterraneo in termini positivi e propositivi e non come una minaccia da cui difendersi innalzando muri e militarizzando le frontiere esterne.

Sostenere e rafforzare il “modello tunisino”, rimarca il Nobel per la pace, è un modo, forse il più incisivo, per combattere il Daesh.

Ha ragione il premier italiano quando afferma che l’estremismo non lo si sconfigge per via militare ma soprattutto facendo il vuoto attorno ad esso, dando una speranza ai giovani, un futuro, un lavoro, mostrando nei fatti che l’Occidente non è una minaccia ma un interlocutore con cui cooperare per il bene comune.

Abdessatar Ben Moussa

Sono diversi i numeri che indicano la fragilità economica della Tunisia, costringendo la popolazione a condizioni di vita non più sostenibili.

A esasperare inoltre gli animi sono le nuove politiche finanziarie messe in campo per il 2018 che prevedono un pesante aumento di prezzi, dettato dall’aumento dell’Iva, e l’introduzione di nuove tasse. Nell’ultimo anno il Pil è cresciuto meno dell’un per cento, la disoccupazione è schizzata invece al quindici per cento (anche se secondo chi protesta la percentuale è almeno il doppio). I disoccupati sono oltre seicento mila, di cui più di un terzo in possesso di diploma di istruzione superiore.

Le conquiste democratiche, avviate dopo la fuga dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali (2011), non sono state accompagnate da una crescita economica in cui tutti speravano. Secondo l’ex ministro dell’Economia, Houcine Dimassi, “tutti i numeri indicano un netto peggioramento della situazione economica rispetto al 2010-2011”, quando Tunisi registrava un aumento del Pil tra il quattro e il cinque per cento.

C’è chi ha cercato di cavalcare il malessere sociale per affossare la transizione democratica – rimarca Ben Moussa – tuttavia restano in piedi le ragioni di quel malessere che è trasversale alla società algerina e che riguarda in primo luogo i giovani.

La tragedia senza fine in Siria, la guerra dimenticata in Yemen, il caos armato in Libia. Il Mediterraneo è in fiamme. In piedi resta solo la speranza tunisina. Cos’è che l’alimenta?
La consapevolezza, frutto di ferite ancora aperte, che al dialogo non c’è alternativa. La convinzione che per  difendere un bene comune ognuno doveva rinunciare a qualcosa, che nessuno era depositario di una verità assoluta. Nel 2013, con gli assassinii di leader politici della sinistra, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, siamo stati davvero sull’orlo del baratro. Ma, insieme, siamo riusciti ad evitare un bagno di sangue e a scommettere sulla possibilità di realizzare uno stato di diritto, plurale, del quale la nuova carta costituzionale è espressione.

Nel far questo abbiamo recuperato il meglio della storia della Tunisia, il primo paese al mondo ad abolire la schiavitù, il primo paese arabo ad accettare e favorire l’emancipazione della donna.

Se abbiamo evitato il baratro è anche perché la nostra rivoluzione democratica ha potuto far leva su una società civile matura e organizzata, su un sindacato forte e radicato, su associazioni di categoria, sul protagonismo delle donne, un universo plurale che ha segnato la transizione, dimostrando come sia possibile trovare dei punti di convergenza importanti tra forze di ispirazione laica e di sinistra e quelle espressione di un islam politico che rifugge da una concezione assolutista del potere.

Il Quartetto per il dialogo nazionale tunisino con l’ex segretario di stato americano John Kerry (2016).

Ma il consolidamento del modello tunisino incontra ancora forti ostacoli. Quali sono, a suo avviso, i più preoccupanti e quale contributo l’Europa può dare per il loro superamento?
La grande maggioranza del popolo tunisino sostiene il processo democratico. Si tratta di un patrimonio di credibilità che non va disperso. Ma i rischi sono tanti, legati soprattutto alla situazione socio-economica. La difesa dei diritti umani è importante ma lo è altrettanto il rafforzamento dei diritti sociali. La democrazia si rafforza se si coniuga alla crescita economica, alla giustizia sociale, alla realizzazione di prospettive di lavoro per i giovani. Non è un caso che i terroristi dell’Isis abbiano puntato a colpire il turismo, una delle fonti di entrata più importanti per la Tunisia.

Oggi i terroristi reclutano giovani emarginati non offrendo loro il miraggio del califfato ma un salario per combattere la jihad. Per questo è fondamentale che l’Europa investa nella cooperazione con la Tunisia e più in generale con i paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Per l’Europa non sarebbe un atto di generosità ma un investimento a rendere sul piano della stabilità e della sicurezza. Un investimento sul futuro.

Sul piano dei diritti civili qual è la cosa che l’ha resa più orgoglioso rispetto alle istanze di libertà che furono alla base della Rivoluzione dei gelsomini?
I sostanziali passi in avanti sul terreno dei diritti delle donne. Il fatto che abbiamo abolito una legge che impediva alle donne tunisine di sposare uomini non musulmani, a meno che non si convertissero all’islam e lo dimostrassero con un certificato.

E ancora: l’attivazione della legge contro la violenza contro le donne, la creazione di una linea verde per le donne vittime di violenza e l’istituzione di centri specializzati per le donne maltrattate.

Non siamo certo alla fine di un percorso ma di certo siamo sulla strada giusta. Le ho detto dei diritti delle donne, ma c’è un’altra conquista di cui ci sentiamo orgogliosi e che ritengo irreversibile.

A cosa si riferisce?
Alla libertà di espressione e alla libertà di stampa. Un bene introvabile durante il regime di Ben Ali.

Il Quartetto per il dialogo nazionale tunisino alla sede Osce a Vienna.

Da avvocato e difensore dei diritti umani quale bilancio si sente di trarre, su questo delicatissimo campo, dei sette anni post-rivoluzione?
Un bilancio che presenta ancora zone d’ombra da superare se si vuole realizzare pienamente uno stato di diritto. La legislazione non è ancora conforme alla costituzione. Le leggi liberticide sono ancora in vigore in Tunisia. Mentre la costituzione prevede la presenza di un avvocato durante l’arresto di polizia, il codice di procedura penale non è stato ancora modificato.

È, tuttavia, una garanzia fondamentale per prevenire la tortura e i maltrattamenti che persistono nelle stazioni di polizia, nelle stazioni della Guardia Nazionale e nelle carceri sovraffollate.

Dico questo perché la rivoluzione del 2011, che è stata vincente perché è stata una rivoluzione di popolo, ci ha reso consapevoli che la democrazia non è si esaurisce con il voto. La democrazia è un sistema di regole condivise, un bilanciamento tra i poteri, è l’autonomia della magistratura dal potere politico, è libertà d’informazione, è l’affermarsi della giustizia sociale. Democrazia è regole e sostanza. Questo è il sogno che supporta il modello tunisino.

Un sogno realizzabile?
Abbattere un regime come quello di Ben Ali non è stato facile, il popolo tunisino ha pagato un prezzo altissimo e ancora oggi piange i martiri della libertà. Ma costruire un sistema democratico è ancora più difficile perché non può essere imposto dall’alto. Bisogna lavorare dentro la società, far crescere una cultura democratica che sia a garanzia del rispetto di ciò che si scrive nella carta costituzionale o nelle leggi. È cambiare mentalità consolidate. Non è facile, ma ci stiamo provando seriamente.

“Se la Tunisia fallisce, una catastrofe per l’Europa”. Parla il Nobel Ben Moussa ultima modifica: 2018-03-04T16:08:43+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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