Viaggio nella classe operaia che non c’è più

"Ma come fanno gli operai - Precarietà, solitudine, sfruttamento, reportage da una classe fantasma". Il nuovo libro di Loris Campetti
scritto da ALBERTO MADRICARDO

Esce, edito da Piero Manni, di Loris Campetti “Ma come fanno gli operai – Precarietà, solitudine, sfruttamento, reportage da una classe fantasma”. Loris Campetti, a lungo giornalista de il manifesto e autore di altre inchieste giornalistiche sulla condizione operaia, nella sua presentazione inquadra qualcosa che per l’opinione pubblica di oggi è divenuto un problema marginale: la situazione oggettiva e soggettiva della classe operaia. Scrive Campetti

Colpiti dalla crisi e dalle politiche liberiste privi di rappresentanza partitica e con un sindacato inadeguato, gli operai sono soli. Ai loro occhi la sinistra è responsabile dell’attacco ai diritti.

L’inchiesta descrive l’evoluzione sociale e culturale della classe operaia, dal momento della sua massima centralità – a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando “era la stagione dell’internazionalismo proletario e gli operai non ripiegati su se stessi s’interessavano al mondo, si sentivano vicini alle lotte di liberazione, ovunque avvenissero – fino a oggi, raccogliendo, dai suoi interlocutori, memorie, testimonianze, sentimento del presente.

Le voci sono quelle dei lavoratori sindacalizzati e non, di ogni età, di quei sovrani declassati che “dovevano dirigere tutto” – come diceva uno slogan degli anni Settanta – e invece ora sono divisi e spaesati.

Campetti, nel sottotitolo della sua inchiesta, definisce “classe fantasma” la classe operaia di oggi. Questo per la verità non è formalmente esatto. Secondo definizione il fantasma è un’apparenza che persiste alla perdita della sua materia, mentre della classe operaia oggi è rimasta solo la “materia” spogliata di ogni forma: un “qualcosa” – secondo la definizione di Aristotele – che è un “quasi niente”.

Murale di Diego Rivera Detroit Institute of Art (DIA)

Le realtà toccate dall’inchiesta sono quelle industriali più consolidate del Nord Italia, dalla Luxottica alla Fincantieri, dalla Brembo alla Beretta, dall’Agusta all’Aermacchi, dalla Maserati all’ex Pininfarina ecc., ma anche quelle più nuove e fluide, come la Foodora, multinazionale nuovissima in cui i lavoratori sono “arruolati con un sms e pagati a cottimo”, e quelle di lunga tradizione ma “geneticamente modificate”, come le  Coop reggiane, ecc. Una carrellata ampia e articolata, un mosaico di voci da un gigantesco rimosso collettivo, di cui l’autore fa da connettore solo con brevi osservazioni e commenti. 

Che cosa appare da questo ragionato collage che Campetti ci presenta?

Lo storico sfasciarsi della classe operaia organizzata, il dissolversi della forma sociale e politica che essa si era costruita con dure lotte nel dopoguerra, la sua chiusura, nell’indifferenza o nel rancore nei confronti delle sue tradizionali espressioni, soprattutto verso una sinistra che ha smesso da tanto tempo di difenderla:

Vuoi sapere cosa si pensa in fabbrica di Renzi? Se lo chiedi a quelli di sinistra come me ti rispondono che Renzi non è di sinistra e quindi lo detestano. Se lo chiedi a quelli vicini a Salvini o a Grillo ti rispondono che è di sinistra e di conseguenza lo odiano. In quella che fu la classe operaia del Nord, la maggior parte, per non dire (ma sarebbe forse esagerato) la totalità dei sentimenti operai raccolti nel nostro viaggio, va in questa stessa direzione. Prova ne sia il crollo del Pd nei luoghi emblematici della sinistra italiana.

Anche sul piano sindacale l’organizzazione operaia, se non frantumata, sta ovunque sfilacciandosi, perfino nei suoi reparti più avanzati come quello metalmeccanico. Campetti ci porta nella Val Trompia delle armi, nella Monfalcone dei cantieri, nell’Agordino di Del Vecchio – “che in Cina ha tra i 12.000 e i 15.000 dipendenti e i cinesi hanno messo in piedi un sistema di terzisti in India e in Bangladesh”nell’Emilia Romagna delle ex cooperative rosse, passate dalla solidarietà al profitto, gestite da bocconiani e falcidiate dalla perdita d’identità e dalla crisi – “Coopsette, Orion, Cmr, Unieco. La crisi, i tracolli, i fallimenti. E ancora Cormo, CoopCenter. Migliaia di posti di lavoro cancellati, centinaia di migliaia di euro di risparmi dei soci bruciati solo nella provincia di Reggio Emilia” – alla Varese dell’industria elicotteristica dell’Agusta Westland e aeronautica, alla Torino dell’auto, ma anche alla Milano dei giovani rider della Foodora, ecc. Il distacco dal sindacato è profondo, con l’eccezione rilevante della Fiom. Che cosa è successo? Mentre cambiamenti epocali aggredivano la classe, i suoi bastioni politici e sociali venivano aggirati come un’obsoleta linea Maginot.    

L’operaio lasciato solo dalla sinistra, svuotato della propria soggettività, privato insieme alla rappresentanza della stessa rappresentazione da parte del mainstream mediatico, vede sgretolarsi la possibilità di costruire collettivamente un’alternativa allo stato di cose presente, e cerca risposte individuali.

La sinistra, sprofondata da molti decenni nelle tattiche, ha smesso di guardare alla luna per dedicarsi al dito. Non si è accorta che quella luna non c’era più. Alle sue spalle, con responsabilità anche maggiori della politica, una cultura traumatizzata dal cambiamento, disorientata e afasica. 

Dalla Pininfarina, alla Maserati, alla Bertone, nell’area torinese, ovunque quella che si sente è la forte solitudine che vivono i lavoratori”. In questo panorama di macerie, spicca la Fiom, ultimo bastione della coscienza operaia. Per lo più tiene, ma si capisce che la sua è una lotta di resistenza. L’intero edificio dell’organizzazione di classe novecentesca sta crollando. La catastrofe del “paradigma politico del Novecento” è pressoché totale.
Dice Pino, combattivo delegato Fiom della Maserati:

Sul piano culturale abbiamo perso; con la crisi, senza rappresentanza politica, con una crescente insicurezza sociale e un sindacato debole, anche tra gli operai prevalgono le paure, vacilla la solidarietà di classe e crescono individualismo e qualunquismo.

Dice una giovane facchina di Max Mara impegnata nel sindacato:

Bisognerebbe che i vecchi compagni prendessero atto che il Pci non c’è più, i comunisti non ci sono più e quelli che si dichiarano loro eredi non gli assomigliano neanche un po’

E Campetti osserva che

In pochi oggi conoscono la stagione straordinaria di democrazia operaia nata con l’autunno caldo del ’69, caratterizzata dall’elezione diretta su scheda bianca dei delegati in ogni settore delle fabbriche, quando ogni gruppo in cui si svolgeva la stessa funzione votava il suo rappresentante a prescindere dal sindacato d’appartenenza, ammesso che ne avesse uno. Il delegato eletto condivideva la stessa condizione di chi l’aveva votato, ne conosceva i problemi, la fatica, i rischi di infortuni e l’esposizione a fumi, rumore, veleni. I delegati eletti su scheda bianca, revocabili in qualsiasi momento, sono stati l’ossatura di un sindacato, la Flm, unitario non per decisione ai vertici ma sotto la spinta della base operaia.

Non lo sanno certo alla Foodora, dove regna

la bicicletta, strumento essenziale per il lavoro dei rider, i ciclo-fattorini governati da un algoritmo, comandati da un sms e pagati a cottimo per consegnare pranzi e cene a domicilio.

Dove, aggiunge Campetti

Per i dirigenti questi ragazzi non lavorano, “si divertono a pedalare e in più portano qualche soldino a casa”. Una paghetta, nessun diritto.

Impresa e lavoratore, fuori l’una dall’altro: si sfiorano quasi per caso. È la gig economy, l’economia dei lavoretti!

Quando hanno protestato contro la loro condizione di precarietà assoluta, i ragazzi di Foodora sono stati semplicemente cancellati dal gruppo di WhatsApp in cui sono organizzati i turni, senza che ci fosse neanche bisogno di licenziarli.

Il sindacato?

La Cgil (“ci mandarono al Nidil”), ma è stato un disastro, “sono mosci, non hanno le basi per rappresentarci”. Così, alla fine sono stati i sindacati di base, Usb e Cobas, gli unici a occuparsi della protesta dei ciclisti.

All’estremo opposto della gamma, la Luxottica mira a integrare completamente gli operai nell’impresa, facendoli sentire diversi e privilegiati rispetto a chi nel territorio non ha la fortuna di lavorare nell’azienda,

dove – scrive Campetti – un padrone oculato, oggetto di culto, organizza l’intera vita del dipendente, dalla culla alla tomba come si diceva ai tempi di Vittorio Valletta, ma con più rispetto che negli anni Cinquanta alla Fiat; la salute, le vacanze studio, i libri e la colonia per i figli, il buono spesa e il buono benzina. Al punto che ben pochi operai rivendicano la necessità e l’utilità del sindacato nelle fabbriche di Del Vecchio.

Dunque: operai totalmente fuori o totalmente dentro l’impresa. È la logica assolutistica della multinazionale: non è concesso spazio all’operaio perché si costruisca a partire da sé. Nemmeno nelle cooperative storicamente legate alla sinistra, una volta venuta meno la motivazione ideologica da cui erano nate.

Scrive Campetti:

[…] il lavoro è stato esternalizzato a finte cooperative nate come funghi, al punto che storiche cooperative di muratori non hanno più un solo muratore tra i soci lavoratori. Con gli appalti sono entrate nella filiera corruzione, malavita, persino le mafie. 

Altra tattica alla Fiat, dove l’operaio non è integrato, ma puramente e semplicemente assorbimento nell’organizzazione totale:

[…] il ruolo che oggi i team leader sono andati assumendo in fabbrica assomiglia – e per alcuni aspetti è anche sostitutivo, sicuramente nell’intenzione di Marchionne – a quello ricoperto in passato dai delegati nel rapporto con i lavoratori. Attraverso i suoi esecutori il padrone vuole controllare e orientare i sottoposti in tutti gli aspetti della loro vita, dentro e fuori la fabbrica. Intanto quella che era la sinistra ha provveduto a togliere di mezzo pezzi di Statuto dei lavoratori, come l’articolo 4 che impediva il controllo a distanza dei dipendenti.

Ma il fine è sempre lo stesso: eliminare ogni interstizio di autonomia in fabbrica dell’operaio, impedirgli in ogni modo di incontrare qui se stesso. Perché?   

Perché l’operaio è la base del sistema, ma anche il suo punto  debole. Il sistema funziona così: ti chiede tutto – le tue energie costruttive, (il tuo spirito) – e ti dà in cambio qualcosa.  Non solo soldi, quelli sono importanti, ma non bastano (“non di solo pane.., ecc.). Deve darti anche una gratificazione morale, un “senso”. Come? Inserendoti nella sua organizzazione, fa sì che tu sia meno di alcuni, ma più di altri. Così tu accetti di stare sotto perché contemporaneamente stai sopra. Questo gioco con l’operaio è difficile da fare, perché è l’ultimo e non c’è nessuno sotto di lui. Gli si deve chiedere tutto, senza dargli (moralmente) nulla: solo il salario minimo vitale e a volte neanche quello.

Perciò l’operaio, mentre sostiene tutto il peso della piramide produttiva, è l’unico che non è integrabile. Ecco perché il sistema le pensa tutte per neutralizzarlo. Se non lo schiaccia con la repressione, lo atomizza disgregando il suo mondo di relazioni autonome, gli lascia solo la speranza di evasione. La globalizzazione si è rivelata un immane processo di rimozione della propria base reale da parte del sistema.

A questo fine non ha esitato a disgregare o minato tutte le mediazioni locali (sindacato, partito, stato): le ha sfasate, rimischiando il mondo come un cubo di Kubrik. Ha delocalizzato l’operaio nelle estremità del mondo, mentre allo stesso tempo lo  richiamava anche da quelle: per togliergli forma (storia, ambiente), per renderlo più astratto, ovunque più straniero.    

Così, come scrive Campetti:

in un paese  che, nella percezione degli operai “indigeni”, sta diventando “straniero”, sono queste le voci che spiegano il voto massiccio alla destra e alla Lega, in particolare, quella che urla contro i “bangla che puzzano”, soffiando sul fuoco di una guerra tra poveri che trasforma la lotta di classe verticale in un conflitto orizzontale tra le vittime di un liberismo della cui difesa si fanno ormai carico soltanto gli eredi dei centrosinistra novecenteschi, mentre le destre si lanciano nel protezionismo e nel sovranismo.

Murale di Diego Rivera Detroit Institute of Art (DIA)

Con la globalizzazione il sistema ha sviluppato in modo esponenziale il labirinto d’infiniti sviamenti che ha bisogno di mantenere tra sé e la base aliena su cui poggia. Dal fondo di questa appena si sentono gli echi delle “lacrime di rabbia”, l’impressionante de profundis ad te clamàvi, Dòmine – di chi vorrebbe combattere, ma non sa da che parte rivolgersi…

Emerge da ciò, spinta all’estremo come non mai, la categoria propria della globalizzazione. Non quella della contraddizione, che ha dominato il Novecento, ma il suo rovescio: la terribile categoria dello spaesamento, che ribalta la classe come una tartaruga sul dorso, ad annaspare nel vuoto.

Che cosa è successo? È semplice: la classe ha potuto avere ideologia, partito, sindacato, welfare, essere al centro di un vasto schieramento sociale all’interno dei confini nazionali, avere impegno internazionalista fuori grazie alla campana di vetro degli stati nazionali. Quando la globalizzazione li ha resi evanescenti, tutto l’apparato costruito dentro è stato spazzato via come il parrucchino dalla testa di un calvo in una giornata di vento: la classe allo scoperto, “gettata nel mondo”, è stata maciullata.

Nell’oceano della globalizzazione ideologia, partito, sindacato sono apparsi di colpo obsoleti, come la tecnica navale mediterranea nell’età dell’atlantizzazione. I vascelli padroni dell’oceano oggi sono le multinazionali (circa cinquecento nel mondo, secondo Giorgio Galli). Sono le nuove istituzioni totali, mondi concentrati e compressi in loro stessi, perfettamente sigillati rispetto all’esterno, mutazione della vecchia grande azienda nazionale con diramazioni internazionali che viveva anch’essa dietro lo scudo protettivo dello stato.

Ma allora che cos’era veramente tutto il patrimonio concettuale e organizzativo della politica del Novecento che crolla ora quasi di colpo? Un prodotto artificiale, un fiore di serra le cui radici non sono mai state davvero abbastanza robuste per vivere all’aperto.  Perché? 

Murale di Diego Rivera Detroit Institute of Art (DIA)

Come risposta, riprendiamo le parole semplici di un vecchio metalmeccanico lombardo riportate da Campetti:

Il guaio è che gli operai sono sempre stati utilizzati a fini politici, ieri mitizzati dalla sinistra fino a pensare che fossero diversi dagli altri cittadini, come se tutti votassero Pci o addirittura volessero fare la rivoluzione; cosa falsa, erano e sono solo persone normali.

Ma questa risposta non chiarisce davvero tutto. Che gli operai nella loro grande maggioranza abbiano sempre voluto essere persone normali – che, più che la rivoluzione, abbiano desiderato un’esistenza tranquilla, un posto di lavoro sicuro, una casa decente, a un salario sufficiente a mantenere la famiglia, servizi efficienti, ecc. – non pare si possa mettere in dubbio. Ma la vera questione non è questa, è un’altra: gli operai possono essere persone normali? 

Questo è il suo problema esistenziale: la classe operaia che vuole “solo” una vita normale chiede troppo o troppo poco.

Il sistema non è fatto per far vivere agli operai una vita normale: è fatto per alimentare se stesso indefinitamente. Se costretto, fa compromessi, ma, appena può se li rimangia e torna a essere sfrenato, estremo, rivoluzionario.

L’errore prospettico è di enfatizzare e considerare normalità il compromesso socialdemocratico durante i “trenta gloriosi” del dopoguerra che invece è stato un episodio eccezionale reso possibile da una congiuntura storica irripetibile. La condizione “normale” riservata alla classe operaia è invece proprio quella della “plebe all’opra china/senza ideale in cui sperar” di cui scrive Campetti, in un sistema che teme la normalità come la morte e vive delle scariche adrenaliniche delle crisi e dei terremoti sociali. Perché nella normalità rischia che, come un relitto nella bonaccia, riaffiori il suo peccato originale: quella base aliena su cui poggia sopra cui, per occultarla, ha costruito, come una sorta di pietra tombale, la sua organizzazione sociale.

È questo che gli operai – anche il vecchio metalmeccanico lombardo – hanno rimosso, tentando per più di un secolo di non capire, accettando di buon grado che lo stato, la politica, il partito facessero in qualche modo per loro da velo a questa tremenda verità. Nessuno è innocente, neanche gli operai.

Nella campana di vetro dell’ideologia, dello stato, del partito, del sindacato essi potevano cullarsi nell’idea che la normalità fosse possibile, o pensare che la storia lavorasse per loro senza che essi dovessero scomodarsi più di tanto. Che la situazione fosse come quella descritta da Axel Honnet, in cui:

Il contributo degli attori coinvolti (gli operai n.d.r.) viene a giocare solo un ruolo subordinato, poiché risulta una mera espressione di una necessità storica che si impone inevitabilmente “alle loro spalle” senza che essi ne siano consapevoli (L’idea di socialismo, Feltrinelli, Milano 2016, p.63).

Tolta quella campana, sia la “normalità” della classe, sia il suo eccezionale destino storicosono svaniti, come gli affreschi delle catacombe invase dall’aria moderna.

Oggi l’unica speranza concessa dal sistema all’operaio è di non essere più operaio:

Federico, 21 anni, della Brembo, che vorrebbe fare il sound designer, andare a Londra per “creare musica, magari creare suoni per il cinema ma anche per le canzoni, lavorare nel settore dei cartoni animati o dei video musicali, immaginare e inventare i suoni adatti”. Dopo l’esperienza di Londra gli piacerebbe andare a vivere e lavorare all’estero, negli Stati Uniti o in Canada. Bisogna fuggire, “sognando la California”, come cantavano i Dik Dik nel ‘66. E intanto: “la prossima settimana vado cinque giorni a Barcellona con la mia ragazza.

Che siano ci siano altri a fare gli operai al posto suo: “non nobis, Domine”. 

Quelli che sono costretti a restare, resistono come prigionieri, o si sfogano sul capro espiatorio (la politica, la sinistra, gli immigrati). Ma, se vogliono cominciare a sbrogliare la matassa del mondo che con la globalizzazione si è ancor più incredibilmente aggrovigliata, devono cominciare da sé: dalla loro solitudine. La solitudine è la base rimossa dell’operaio, come l’operaio è la base rimossa del sistema. È stato detto che soltanto chi sa stare solo con se stesso è veramente capace di stare insieme. Passati attraverso la loro solitudine, gli operai possono diventare “i più socievoli”. Siccome solitudine equivale a impotenza, la relazione è potere. Gli operai sono nella condizione di avere potere, solo che ne siano capaci.  Lo spazio c’è, è libero davanti a loro.

Le multinazionali che tengono banco sembrano l’incarnazione di un modello di razionalità invincibile. Il loro dinamismo s’impone persino agli stati sovrani. Hanno praticamente neutralizzato l’operaio (l’ultimo del sistema): lo hanno delocalizzato, nascosto nelle parti più remote della terra, esternalizzato, integrato, staccandolo dal suo territorio, stuprato nella sua anima con un’organizzazione produttiva totale. A ben guardare però, se sono di casa ovunque, anche le multinazionali – come gli spartani e i primi cristiani – sono ovunque straniere. Sono sole.

Più sono chiuse in se stesse, più sono potenti, più si ritirano dal “mondo della vita”. Non esternalizzano solo la classe, sono i territori ormai – la loro complessità vitale – a venire  esternalizzati, usati e gettati come spazi delle loro strategie globali: li attraversano, disgregando il loro equilibrio ambientale, il loro tessuto sociale, ne succhiano le risorse e li abbandonano.

 

Gli operai possono compiangere la loro solitudine, rimpiangere il passato e sperare in un nuovo compromesso socialdemocratico che restauri la normalità, possono maledire la politica, imprecare contro il sindacato, cercare di sfuggire, come singoli individui, alla loro condizione “sognando California”, prendersela con gli ultimi tra gli ultimi (gli immigrati), assaporando questa miserabile gratificazione. Possono rimuovere ancora in tanti modi la loro reale solitudine… Oppure operare la rimozione della rimozione, riconoscere la natura non accidentale della propria solitudine, non aver più bisogno di filtri – alibi ideologici e di partito, rapportarsi direttamente al mondo: diventare adulti. Questo dovrà essere il “nuovo 48” auspicato da Campetti. 

La maturazione della classe si vedrà concretamente nei rapporti che essa sarà in grado di sviluppare intorno a sé, orizzontalmente a raggiera, con modalità nuove e originali di organizzazione, sul territorio. Si misurerà sulla sua capacità di impedire la separazione della fabbrica da un territorio – mondo della vita che è anch’esso sempre più marginalizzato e rimosso, di fare anzi della fabbrica stessa un ganglio vitale del governo diffuso di questo, occupando il vuoto lasciato da un sistema che, globalizzato e “esternalizzato” esso stesso, sta diventando sempre più “straniero ovunque” .

La relazione è potere attuato, concretamente vissuto. Con le sue pratiche di governo che riconoscono e valorizzano la centralità del territorio, la classe – i rimossi – può svelare il segreto nascosto di cui vive – e si avvelena – il sistema, mostrare il suo edificio sociale per quello che realmente è: una costruzione sopra e per la rimozione. 

 

Viaggio nella classe operaia che non c’è più ultima modifica: 2018-03-07T17:40:56+00:00 da ALBERTO MADRICARDO

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