Kim e Trump, Pd e Di Maio: in politica mai dire mai

Perché acquista consistenza l'ipotesi di un'intesa di Pd e LeU con i pentastellati
scritto da ALDO GARZIA

Se Kim Jong-Un e Donald Trump s’incontreranno nel prossimo mese di maggio, perché non dovrebbe essere possibile un incontro non solo formale tra Maurizio Martina, vicesegretario reggente piddino, e Gigino Di Maio? Se grazie alle virtù della politica, che è l’arte del possibile/impossibile, presto dialogheranno l’erede della dinastia nordcoreana e il presidente populista degli Stati Uniti che solo poche settimane fa avevano impaurito il mondo con un possibile scontro nucleare, perché non dovrebbero cercare un’intesa Pd e Movimento 5 Stelle?

L’esempio è citato tra le file piddine da chi non esclude l’eventualità di un sostegno governativo. Cresce infatti la pressione perché non si escluda a priori la possibilità di un appoggio al tentativo di Gigino Di Maio di guidare un esecutivo che può assumere forme diverse. O “appoggio esterno”, con astensione contrattata su un programma minimo a un monocolore grillino, o compartecipazione a un largo governo “di scopo” per fare la nuova legge elettorale e occuparsi delle emergenze economiche. Più difficile, quasi impossibile, pensare allo stato attuale a un accordo politico di lunga durata tra Pd e 5 Stelle.

A spingere verso questa posizione è l’appello alla “responsabilità” venuto dal presidente Mattarella insieme a l’amara lezione del voto, oltre che la preoccupazione di non lasciare Di Maio nelle grinfie di Matteo Salvini come unico interlocutore. I fautori di questa posizione – corre voce soprattutto gli ex Margherita: Gentiloni, Zanda, Franceschini, eccetera – sono intenzionati ad assicurare la governabilità per almeno un periodo medio in modo da avere il tempo per riorganizzare il campo progressista e preparare nuove elezioni. Pure tra gli ex Ds (Chiamparino in testa, che in Piemonte sperimenta la coabitazione a Torino con la sindaca grillina Appendino) cresce il “senso di responsabilità nazionale” che affonda le radici addirittura nella storia del Pci. Un largo settore è poi per ora neutrale (Del Rio, Minniti e altri ministri in uscita). Seccamente contro la collaborazione con i grillini restano i renziani di stretta osservanza (a iniziare dall’emergente Richetti, unico volto che va in tv in questi giorni a spiegare le ragioni del Pd) e le minoranze di Orlando e Cuperlo, oltre al neoacquisto Calenda appena iscrittosi e pronto a lasciare il partito in caso di avventure spericolate pro grillini. Un test sulle reali intenzioni del gruppo dirigente lo si verificherà nella riunione di Direzione di lunedì prossimo.

Una volta deciso l’iter per scegliere il nuovo segretario, la scelta per sciogliere i dubbi potrebbe essere tuttavia quella di un referendum tra gli iscritti, come è avvenuto in Germania tra gli affiliati alla Spd sulla partecipazione socialdemocratica al governo con Angela Merkel: questo strumento democratico, pur previsto dallo statuto del Pd, non è mai stato utilizzato.

Sondaggi informali indicano che il risultato di un tale referendum non sarebbe scontato. Le divisioni e le argomentazioni pro e contro dividono sia il vertice, sia il corpaccione piddino. Non è affatto impossibile che possano vincere i favorevoli all’intesa con i 5 Stelle con l’idea che bisogna mettere i grillini alle strette costringendoli a sciogliere le proprie ambiguità (“Andiamo a vedere le loro carte”) e con la motivazione dello smottamento già avvenuto di elettorato tradizionalmente di sinistra che occorre arrestare.

Divisioni attraversano pure Liberi e Uguali: opposizione secca o ricerca di un rapporto privilegiato con i pentastellati che passi da un appoggio (esterno) al loro governo? Da tempo c’è una sfumatura di accenti differenti tra il possibilismo di Fratoianni-Grasso-Bersani e il no di Boldrini. E a rimescolare ulteriormente le posizioni potrebbe contribuire un Pd senza Renzi segretario. Una parte (Sinistra italiana) considerava fin qui il Pd renziano irrecuperabile e quindi cercava in alternativa il rapporto finanche strategico con i grillini considerati non in modo preventivo nemici inaffidabili. E ora?

Un’astensione comune su un governo a guida Di Maio riavvicinerebbe in modo insperato Pd e Liberi e uguali aprendo scenari inediti dando un segnale di riorganizzazione del proprio campo.

A dare consistenza a questo possibile sviluppo le voci di personalità autorevoli del fronte del no al referendum costituzionale, in prima fila Salvatore Settis e Gustavo Zagrebelski. Le loro prese di posizione e addirittura la loro ventilata candidatura a posti ministeriali importanti possono fare la differenza e spostare decisamente la bilancia verso l’intesa con i grillini.

Kim e Trump, Pd e Di Maio: in politica mai dire mai ultima modifica: 2018-03-09T21:19:06+00:00 da ALDO GARZIA

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