La rivoluzione della misericordia. I cinque anni di Francesco

Bergoglio ha portato la Misericordia nella realtà quotidiana, nel linguaggio, nella diplomazia, nella consapevolezza del mondo. Come? Parlandoci della tenerezza di Dio. La tenerezza di Dio è l’opposto di quel Dio severo, pronto ad alzare il suo indice contro chiunque di noi
scritto da RICCARDO CRISTIANO

Cinque anni fa il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, subito dopo aver assunto il nome di Francesco salutava i fedeli dal balcone delle benedizioni, augurando loro “buona sera”. La prima riforma era fatta. Da quel momento il papa avrebbe parlato come dovremmo parlare anche noi e come non raramente ci accade di fare: una lingua semplice, cordiale, accessibile. Ma non di banalità. Infatti avrebbe parlato di Misericordia, vero antidoto a questa cultura dell’odio che sentiamo dilagare intorno a noi.

Si può dire che sia questa la seconda riforma? La misericordia di Dio non è certo una novità per la Chiesa, Giovanni Paolo II, prima di morire, aveva istituito la festa della Divina Misericordia. Ma già nel fatto che con tante feste esistenti da secoli si sia dovuto attendere l’alba del Terzo Millennio per avere la festa della Misericordia ci conferma quanto la Misericordia sia stata sottovalutata rispetto, ad esempio, all’ “ira di Dio”.


Bergoglio invece ha portato la Misericordia nella realtà quotidiana, nel linguaggio, nella diplomazia, nella consapevolezza del mondo. Come? Parlandoci della tenerezza di Dio. La tenerezza di Dio è l’opposto di quel Dio severo, pronto ad alzare il suo indice contro chiunque di noi. Ma un padre tenero ci vuole misericordiosi, pronti a perdonare per essere perdonati. Queste sono le riforme culturali che lo interessano e che hanno a che fare con noi, con ciascuno di noi.

Ma il vero “terreno di gioco” dove il pontificato Jorge Mario Bergoglio appare oggi giocare una partita capace di cambiare il futuro del mondo è quello asiatico. Davvero per essere cristiani occorre essere spiritualmente semiti e culturalmente occidentali? Non è questa pretesa che ha stretto le porte del cristianesimo in Asia, dove vive il sessanta per cento della popolazione globale e dove i cristiani sono uno striminzito sette per cento? La questione ancor più rilevante se si considera che l’Asia rappresenta il sessanta per cento della crescita mondiale.

Di questa necessità di essere spiritualmente semiti e culturalmente occidentali, ovviamente, immagino fosse convinto Samuel P. Hungtinton, che in funzione del supposto “Scontro di civiltà” ha definito il cristianesimo una religione occidentale. Da quando la Chiesa africana si è fatta missionaria di sé stessa la confutazione di questa teoria appare comprovata dai fatti.

Ma la riprova più importante l’avremo quando un accordo religioso consentirà alla Cina di conoscere meglio il suo cattolicesimo e al cattolicesimo di conoscere meglio la sua Cina. Un accordo che, se arrivasse, consentirebbe la nomina di una quarantina di vescovi per guidare altrettante diocesi senza vescovo oggi.

Questa sfida richiede di archiviare l’occidentalizzazione della spiritualità orientale, percependo come religioni in senso occidentale quelle che tali non sono, visto che Confucio non è una divinità e che Buddha non ha creato il mondo. Una Chiesa più asiatica e meno occidentale potrebbe superare queste incomprensioni e arrivare lì dove arriva il teologo (condannato dalla Congregazione per la dottrina della fede) Peter Phan:

Tra le caratteristiche di molti asiatici, nonostante le loro grandi differenze, ci sono la valorizzazione del loro patrimonio religioso-culturale, prevalentemente confuciano, taoista e buddhista, e la seconda è la povertà e l’oppressione su larga scala. Se graffi la superficie di tutti i cattolici asiatici orientali, troverai un confuciano, un taoista o un buddhista, o più spesso una miscela indistinguibile dei tre. Essi sono socializzati con questi valori e nelle norme non solo attraverso l’insegnamento formale, ma anche e soprattutto attraverso migliaia e migliaia di proverbi, detti, canzoni e, naturalmente, rituali familiari e feste culturali. […] L’inter-spiritualità e la vita inter-mistica, riconosce la comunità maggiore dell’ umanità nella ricerca mistica. Essa si rende conto che tutti noi abbiamo un’eredità molto più grande della nostra semplice tradizione. Riconosce la validità di tutta l’esperienza genuinamente spirituale. […] Lasciare fuori qualsiasi esperienza spirituale è impoverire l’umanità. Tutto deve essere incluso, cioè, tutto quello che è autentico e genuino.

Qualcosa di simile a questo sarebbe, per me, lo sviluppo più affascinante della cultura dell’armonia tra le civiltà, che senza una visione nuova della grande questione cinese resterebbe schiacciata dall’idea di una Chiesa che si definisce in quanto avversaria, o in quanta agenzia dell’Occidente e delle sue potenze, mentre la Chiesa Mondo di Jorge Mario Bergoglio sa parlare con tutti i popoli, come dimostrano alcune scelte già compiute da Francesco, come quella di creare cardinali residenti in Laos e Myanmar.

Questo quinquennio può essere letto con le lenti romanocentriche, quelle di chi cerca le riforma negli uffici curiali, con le lenti strutturaliste, quelle di chi cerca i nuovi uffici, o con altre lenti, quelle attente a capire cosa significhi in questi tempi di paura, di aggressività, di odio, la tenerezza di Dio, e globali, attente a rendersi conto cosa significherebbe per il mondo un accordo religioso tra Santa Sede e Pechino, dopo una ricerca così lunga ma anche dopo così tanti decenni.

Le immagini sono tratte da un Instagram di @marco_calvarese e si riferiscono all’udienza di papa Francesco il 7 marzo 2018

La rivoluzione della misericordia. I cinque anni di Francesco ultima modifica: 2018-03-12T11:19:25+00:00 da RICCARDO CRISTIANO

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