Pd. All’opposizione per ricostruire il partito

Sono molte le ragioni che sconsigliano un impegno di governo. Ma in prima fila va messa la necessità prioritaria di definire una linea chiara “all’altezza del tempo che stiamo vivendo”.
scritto da ADRIANA VIGNERI

A sette giorni dal voto è stato detto ormai tutto quello che si poteva dire a commento dell’accaduto. Tutto e il contrario di tutto. Che Salvini e Di Maio non possono allearsi perché pescano nel medesimo elettorato con gli stessi temi; che Salvini e Di Maio non possono allearsi perché pescano ciascuno in elettorati diversi, a destra l’uno, a sinistra l’altro. Il risultato è tuttavia il medesimo: tutti sono d’accordo nel prevedere che non si alleeranno per formare un governo.

Le idee su Salvini sono più uniformi, nessuno dubita che sia di destra, anche se grazie alla sua giovane età di una destra pop e camaleontica. Si discute anzi se l’Italia intera sia di destra, o “eternamente fascista”, o semplicemente conservatrice.

Sul M5S le opinioni sono più dissonanti, si va da chi lo ritiene la nuova sinistra, fino a pronosticare la ricostruzione di un bipolarismo tra 5S e destra, e chi lo ritiene la nuova Dc, osservando che la distribuzione del voto ai 5S oggi ricalca con precisione impressionante la distribuzione del voto alla Dc nel 1992. Gli uni rilevano che i 5S sono gli unici ad aver prestato attenzione ai veri poveri, gli altri che l’elettorato del Mezzogiorno – la macchia gialla – è da sempre abituato a puntare sull’assistenza, sui sussidi, sulla spesa pubblica, sul posto fisso.

Tutto ciò nel 1992 era fornito dalla Dc e dai suoi alleati, oggi sarebbe promesso da Di Maio. E’ un fatto che una domanda di sinistra, proveniente dal Pd si è spostata sui 5S; resta da vedere se la risposta sia effettivamente di sinistra.

Ci si è anche esercitati nella riscrittura della cronaca recente: se il Pd di Bersani avesse insistito nel 2011 perché si andasse alle elezioni, a cui aggiungerei, giacché ci siamo: e se nel 1998 si fosse votato anziché varare il governo D’Alema? Non si è votato nel 2011, ma nel 2013 si, e il Pd di Bersani che, si dice, nel 2011 avrebbe vinto clamorosamente, non ha vinto.

Ora che il Pd ha perso clamorosamente (ma meno di quanto hanno perso altri partiti socialdemocratici in Europa), si fa a gara per sollecitarlo ad assumersi responsabilità di governo, con le buone o con le cattive, con le lusinghe o con il ricatto di nuove disastrose elezioni. Da fuori, e pare anche da dentro dello stesso Pd.

Oppure – ancora peggio – si ipotizza di offrire un appoggio esterno. Anche qui, si va da chi ritiene che sostenere i 5S – in un modo o nell’altro – sia l’unica strada per riprendere un ruolo ed uscire dall’angolo, a chi considera quelle ipotesi la fine del partito.

Maurizio Martina alla direzione del Pd

Di una cosa sarei certa: altro è il punto di vista del presidente della repubblica, che non può che appoggiare la formazione di un governo, qualsiasi governo, extrema ratio il ritorno alle urne, altro il punto di vista di un partito, che non può che partire dalla propria esistenza, dalla propria linea e dalla ricostruzione del proprio futuro. A cominciare con il decidere sulla propria natura: ha intenzione di recuperare le ricette del passato, al di là di tutto quasi certamente irrealizzabili, o guardare al futuro possibile?

Vuole ricominciare dal programma riformista di Renzi, evitandone gli errori, o imitare Corbyn? Tutto questo non è affatto chiaro, per ora. Questo è il primo compito che il Pd deve svolgere. Come ha detto Maurizio Martina in direzione

abbiamo bisogno di una lettura politica e culturale all’altezza del tempo che stiamo vivendo.

E quando l’avrà fatto, con l’assemblea e con il congresso, con il nuovo segretario, mi auguro guardando al futuro e al mondo di oggi e non al passato, dovrà comunicarlo al suo potenziale elettorato, che è composto da quel quaranta, quarantacinque che non ha votato né Di Maio né Salvini. Trovando anche nuovi metodi di diffusione del pensiero di sinistra. Descrivendo la situazione economica e finanziaria e i vincoli che ci condizionano per quello che sono, raccontando la realtà.

I vincoli di cui parlo non sono quelli che derivano dalle attuali regole europee, sulle quali si deve lavorare. Sono quelli che derivano dal nostro debito pubblico. Più che sufficienti ad impedire di fare politiche in deficit a sostegno della disoccupazione e dei poveri.

Una politica socialdemocratica è oggi possibile soltanto attraverso l’Unione europea, e parallelamente l’Europa è l’unico insieme di stati in cui esista ancora “un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale” (art. 4 del Trattato sull’Unione).

Un impegno politico del Pd che vada verso l’innovazione ma che insieme rinforzi lo stato sociale, che attui politiche di piena occupazione, non può andare disgiunto da un impegno per la riforma dell’Europa anzi la sua ricostruzione e consolidamento.

Sono molte le ragioni che sconsigliano un impegno di governo del Pd: la sconfitta elettorale, la lontananza dalla politica dei 5S, la necessità che l’Italia sia rappresentata da chi le elezioni le ha vinte, al Sud e al Nord, lo stesso incitamento peloso di chi vorrebbe tanto vedere il Pd che sostiene i 5S. Ma sarei tentata di mettere in prima fila proprio la necessità prioritaria di ricostruire il partito, di definire una linea chiara “all’altezza del tempo che stiamo vivendo”.

Non vorrei leggere di nuovo tardive ammissioni di disinteresse per l’organizzazione partito, quella tradizionale o una nuova possibile. Così come non vorrei leggere che un anno fa sì che si sarebbe potuta fare una meravigliosa campagna elettorale pro Europa.

Pd. All’opposizione per ricostruire il partito ultima modifica: 2018-03-12T22:50:11+00:00 da ADRIANA VIGNERI

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