Il senso di Sciascia per il “giallo”

"Il metodo di Maigret", dell'autore di "Todo modo", è un interessante viaggio nel mondo del crimine e del mistero, nobilitato negli Usa da Raymond Chandler e da Edgar Wallace, e in Europa da Agatha Christie e Georges Simenon
scritto da MARIO GAZZERI

Nel variegato universo dei romanzi polizieschi, esistono sicuramente più di cinquanta sfumature di “giallo”. Per un interessante viaggio nel mondo del crimine e del mistero, nobilitato negli Usa da Raymond Chandler e da Edgar Wallace, e in Europa da Agatha Christie e Georges Simenon, (ma “volgarizzato” da autori di pulp fiction come Mike Spillane, tutto sesso, violenza e poco mistero), ci viene in soccorso un nuovo libro pubblicato da poco per gli eleganti tipi di Adelphi (“Il metodo di Maigret”, pagine 191, 13 euro). L’autore è nientemeno che Leonardo Sciascia, cultore del genere “noir” (“giallo”, in Italia, per via della prima collezione del genere edita da Mondadori nel 1929 con copertina rigorosamente gialla).

Sciascia, come è noto, aveva una mente indagatrice. Nei suoi saggi, nei suoi romanzi, nei suoi pamphlet, emerge sempre il suo metodo particolarissimo di rilettura dei fatti storici. E nell’indagine di episodi più recenti (“L’affaire Moro” o “La scomparsa di Majorana”, per citare i più noti), la sua analisi è articolata e strutturata come un “giallo, secondo una formula abbastanza consueta”, come ebbe a scrivere un critico.

Il libro è in realtà la raccolta di diversi scritti ed articoli per lo più risalenti agli anni Cinquanta e Sessanta, in cui lo scrittore siciliano passa al setaccio della sua lente di acuto letterato, fortune e sfortune del poliziesco. Il “giallo” è un genere letterario a sé stante e hanno sbagliato quei critici che da oltre un secolo, ci dice in sintesi l’autore, ne parlano con sufficienza dando per scontato che si tratti di un genere minore. Già molto prima di Sciascia, un altro autorevole critico, Antonio Gramsci (chi l’avrebbe mai detto…), si occupò del genere poliziesco annotando (sociologicamente) come

un più costruttivo discorso sul “giallo” dovrebbe muovere dalla letteratura popolare delle “causes célèbres”.

La molla del grande successo è da ricercare nella curiosità del lettore disposto a sorbirsi duecento pagine per risolvere un enigma, un mistero. Per conoscere il nome del colpevole di un delitto, per scervellarsi sui “gialli” della “camera chiusa”. Il grande successo è stato però spesso contaminato dall’affermarsi di alcuni autori, come il celeberrimo e già citato Mike Spillane, ma non solo, che negli Stati uniti riusciva a vendere dieci milioni di copie a libro. Era l’epoca della “cultura” popolare in cui fumetti e fotoromanzi coprivano gran parte del mercato dell’editoria popolare. Gli autori dei pulp fiction, stretti dalla tenaglia della domanda e dalle richieste di editori senza troppi scrupoli, fecero crollare per almeno dieci anni la considerazione che i critici avevano in un primo tempo dimostrato per il genere poliziesco.

Il cuore del libro, che si presenta come una piccola ma esaustiva storia letteraria del “giallo”, è tuttavia costituito dalla parte centrale dove, in quattro diversi capitoli, Sciascia parla di Simenon e dell’umanissimo commissario Jules Maigret, ma anche della fedele moglie del commissario del Quai des Orfèvres, una figura minore, apparentemente remissiva, ma che completa la personalità del grande capo della squadra omicidi.

Senza di lei, senza la squadra dei Lapointe, Janvier, Lucas e Torrence, senza l’inseparabile pipa e le birre bevute assieme ai suoi alla Birreria Dauphine, Maigret forse non uscirebbe, da solo, dal prototipo del prevedibile “commissario buono” al pari del suo collega americano Steve Carella dell’87mo distretto di New York creato dal prolifico Ed McBain (nome d’arte di Evan Hunter, al secolo Salvatore Lombino).

Sciascia ricorda come Henry Miller avesse scritto sull’autore belga un articolo intitolato Simenon, miracle quotidien,

omaggio di uno scrittore anarchico ad uno scrittore d’ordine, di un americano non tranquillo ad un tranquillo europeo.

D’altra parte anche Malraux (che fece “scoprire” in Francia Dashiell Hammett) e Andrè Gide furono grandi estimatori di Simenon al quale l’autore dei “Sotterranei del Vaticano” (a suo modo un “giallo”) avrebbe voluto che fosse conferito il Nobel per la Letteratura.

Non c’è, dopo Cechov, scrittore che ami così profondamente, minutamente e religiosamente la vita e gli uomini come Georges Simenon – scrive Sciascia – ci sarà magari qualcosa in lui di mancato: sarà un Gogol mancato, un Cechov mancato: ma è certo uno degli scrittori del nostro tempo più vicino alle ragioni umane, all’uomo com’è.

In ogni caso una certa qualità letteraria non ha mai abbandonato l’universo del “giallo”. Nomi come Edgar Wallace, W.R Burnett, Raymond Chandler e John Dickson Carr negli Stati Uniti, e Agatha Christie e Georges Simenon in Europa, avrebbero promosso ai piani nobili della letteratura il poliziesco o “giallo” , chiamato anche “mistery” o “detective story” o anche, in Francia, Polar (crasi di “policier” e “noir”).

Sciascia non ha vissuto abbastanza, tuttavia, per poter conoscere i libri di due ottimi giallisti inglesi, Ruth Rendell originale scrittrice amata per i suoi ritratti psicologi dei personaggi e per le sue ambientazioni nella segreta provincia dell’Inghilterrerra e Colin Dexter, più letteralmente poliziesco, per la creazione del solitario e malandato ispettore Morse che, non più giovane e nella vana speranza di poter ancora trovare il grande amore della sua vita, affoga la sua malinconia nel whisky, ascoltando le tenebrose note del “Ring” wagneriano.

Il senso di Sciascia per il “giallo” ultima modifica: 2018-03-14T16:47:27+00:00 da MARIO GAZZERI

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