Quando erano i siciliani a sbarcare in Tunisia

C’era un tempo in cui erano i “disperati” italiani ad attraversare il Canale di Sicilia per emigrare nei paesi della sponda sud del Mediterraneo. La racconta Agostino Spataro nel suo ultimo libro dedicandole un capitolo di straordinario interesse non solo storico ma anche sociologico
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Qui si racconta di quando non erano i tunisini a sbarcare in Sicilia, ma erano i siciliani ad approdare in Tunisia. È una storia lunga, anch’essa travagliata, che risale addirittura agli inizi dell’Ottocento. Questa storia, dunque, non c’entra nulla con l’emigrazione di molti decenni dopo (la dispendiosa e rovinosa politica coloniale di Crispi culminata nella disfatta di Adua) e soprattutto degli Anni Trenta e Quaranta del Novecento quando si consumò l’aggressione fascista in Somalia, Eritrea, Etiopia.

La racconta, questa vicenda originalissima, Agostino Spataro nel suo ultimo libro (“Immigrazione – La moderna schiavitù”, ed. Centro Studi Mediterranei, 15 euro) dedicandole appunto un capitolo di straordinario interesse non solo storico ma anche sociologico, a smentita di tutte le grossolane interpretazioni di un fenomeno epocale che sfociano sistematicamente nel razzismo, nell’odio per il diverso, e spesso anche nel crimine. (Tra l’altro è significativo notare che Spataro, quand’era deputato del Pci, fu tra i firmatari della prima proposta di legge presentata alla Camera il 24 novembre 1981, che conteneva “Norme in materia di trattamento dei lavoratori immigrati in Italia e di regolarizzazione delle immigrazioni clandestine”.)

Pescatori siciliani a Sfax nel 1903. Nella foto in alto: pescatore siciliano di spugne [http://www.sfax1881-1956.com/comun/com03.htm]

 
Torniamo dunque a questa singolare e istruttiva storia. C’era dunque un tempo in cui erano i “disperati” siciliani ad attraversare il Canale di Sicilia per emigrare nei paesi della sponda sud del Mediterranea: in Tunisia, Egitto, Marocco, Algeria. Un percorso inverso rispetto a quello preso oggi da centinaia di migliaia di immigrati che dall’Africa, come i nostri di allora, fuggono dalla miseria e, essi, anche dalle guerre.

Ci interessa in particolare – per l’ampiezza della letteratura documentaria – l’emigrazione siciliana in Tunisia. Che comincia intorno al 1853, in piena epoca borbonica. I primi a trasferirsi in diverse località costiere sono gruppi di tonnaroti (gli specialisti nella cattura dei tonni) e di corallari (capaci di immergersi anche in profondità per raccogliere il pregiatissimo corallo), gli uni e gli altri trapanesi soprattutto.

Se non che – racconta Spataro – da emigrazione in certo modo specializzata, che operava in condizioni disumane di vita e di lavoro, i trasferimenti acquistarono presto le dimensioni di veri e propri flussi migratori a partire dagli Anni Settanta, quando la presenza degli italiani, incoraggiata dal Trattato de La Goletta (1868) con cui la Tunisia riconosceva per l’Italia il principio della “nazione più favorita” in considerazione dell’ampiezza degli scambi commerciali e, appunto, della presenza di tanti connazionali.

Il canale de La Goulette in un’immagine del 1880

Al punto che già due anni dopo, nel 1870, il 94 per cento dell’emigrazione siciliana era orientata – documenta lo storico Angelo Grisafi – verso la Tunisia dove addirittura i quattro quinti della colonia italiana erano di origine siciliana. E già nel 1860 nella sola città di Tunisi (Spataro ha scovato il dato in un saggio del francese Francois Arnoulet), su una popolazione stimata in centomila abitanti, vi erano tra i tre e i quattromila siciliani, quasi quanto i maltesi (sei-settemila, gran parte dei quali di origine siciliana) e solo seicento francesi. È anzi il caso di ricordare che la Tunisia era, ed è rimasta a lungo, un “protettorato” della Francia. Di più,

ad Hammamet (la località turistico-balneare a sud di Tunisi, diventata più tardi notissima come rifugio di Bettino Craxi, ndr), la popolazione italiana era costituita unicamente di emigrati originari delle isole di Pantelleria e Lampedusa. Essi vivevano di pesca, ed erano anche proprietari di frutteti e vigneti dai quali traevano un reddito apprezzabile,

parole dello storico tunisino Mustapha Kraiem.

Liberty italiano a Tunisi

Se fosse vissuto oggi, quali riflessioni questo studioso avrebbe fatto sull’approdo fortunoso giusto in quelle due isole (o sulla tragica morte in mare), di tanti africani disperati, uomini e donne, vecchi e bambini ancora in fasce? Spunta anche qualche frutto della propaganda xenofoba francofona, come si legge in una inchiesta condotta tra il 1918 e il 1929 da Arthur Pellegrin, e recuperata negli archivi dell’Università Paris 12:

Gli immigrati italiani sono circa centomila e appartengono in gran parte alla classe lavoratrice e analfabeta. (Notata la implicita consecutio tra i due aggettivi? ndr) […] La maggioranza è originaria della Sicilia e della Sardegna. I loro costumi, in particolare quelli dei siciliani, sono un po’ rozzi e violenti. Nella loro evoluzione mentale sono più passionali che razionali.

Fu in quel clima, che quella stessa propaganda coniò l’odioso slogan “le peril italien” per indicare la presenza degli immigrati italiani come un rischio, un pericolo per la convivenza pacifica e persino per la stabilità politica del paese sotto tutela francese.

In particolare i siciliani erano dipinti come

criminali incalliti, irascibili, imprevedibili, violenti e molto pericolosi nella loro maggioranza.

Così il sociologo tunisino Alì Noureddine (“Le cas de la criminalité sicilienne”, Sousse, 1888) in un saggio dove tenta di demolire questa falsa rappresentazione:

Gli europei della Reggenza e la popolazione tunisina accettarono questa rappresentazione negativa del soggetto siciliano: il luogo comune del siciliano bellicoso, armato di coltello o di revolver che uccide per futili motivi, rimane fisso nel tempo.

Tunisi, quando la pietra parla italiano

Nel riferire di questo illuminante saggio, Agostino Spataro sottolinea che

in buona sostanza la xenofobia, espressione di un egoismo gretto e ignorante solitamente al servizio di interessi economici forti e sovente poco leciti, ha usato sempre e ovunque lo stesso linguaggio, le stesse immagini distorte e le medesime tecniche di comunicazione e di persuasione.

Rileggere queste cose, dette e scritte più di un secolo addietro contro i siciliani, è come leggere oggi quanto scritto e detto dai giornali e dai massimi esponenti della Lega contro gli arabi e in genere gli africani immigrati in Sicilia e in Italia.

E tuttavia tra le due esperienze “si può rilevare una differenza nella qualità di trattamento e nelle opportunità d’inserimento nella società di accoglienza, certo più favorevole allora ai nostri emigrati in Tunisia.

Qualche esempio citato dall’autore di “Immigrazione”.

Intanto la numerosa colonia italiana, distribuita lungo tutta la colonia tunisina, era adeguatamente tutelata da accordi bilaterali di cooperazione stipulati sia, all’origine, con le autorità ottomane, e sia dal 1870, con quelle francesi che esercitavano il protettorato.

Inoltre, gli italiani in Tunisia disponevano di una efficiente organizzazione economica e finanziaria, di una Camera di commercio fondata nel 1884, di alcune banche (tra cui la “Banca siciliana”), e di una rete culturale e assistenziale di tutto rispetto: il quotidiano l’Unione, teatri, cinema, librerie, un ospedale italiano, scuole di vario ordine e grado, numerosi enti di beneficienza. Non mancava nulla. A Tunisi, durante il governo Crispi, fu creata persino la loggia massonica “Concordia” con l’intento di far fronte – anche qui ! – alla preponderanza francese.

Ancora: il siciliano Agostino Spataro ricorda che

i nostri emigranti erano in gran parte braccianti e contadini poveri, pescatori, artigiani, minatori, manovali, piccoli commercianti: tutta gente di fatica che fuggiva dalla miseria e della disoccupazione. E qualcuno anche dalle patrie galere. Cercavano l’America in Tunisia e molti la trovarono tra i vigneti, nelle miniere di bauxite e nei fondali pescosi. Così che nel censimento del 1926, su una popolazione europea, in Tunisia, di 173mila abitanti figuravano 89mila italiani, 71mila francesi e poco più di ottomila maltesi.

Una prevalenza anomala che fece scrivere a Laura Davi (“Memoires italiennes en Tunisie”) che

la Tunisia è una colonia italiana amministrata da funzionari francesi.

In buona sostanza, a parte quei rigurgiti di razzismo all’incontario cui si è prima accennato, i siciliani in Tunisia, oltre ad essersi bene integrati nel tessuto economico, “vissero quella esperienza in un clima di rispetto reciproco, di tolleranza e di solidarietà con i locali”. Tant’è che ancora oggi non solo a Tunisi ma anche a Sfax, Sousse, Madia, Hammamet, ci sono quartieri dove si possono riscontrare i segni di questa feconda convivenza anche sul terreno difficile delle religioni.

Istituzioni e istituti scolastici italiani a Tunisi intorno al 1900

La stessa La Goulette, la località posta tra Tunisi e Cartagine che fa un po’ da scalo mercantile della capitale, era chiamata una volta “la piccola Sicilia” perché era stata creata (con un bel po’ di abusivismo…) dai siciliani del triangolo Palermo-Trapani-Agrigento che addirittura diedero vita inconsapevolmente a un idioma tutto loro: un “arabo” infarcito di dialetti dell’occidente siciliano che tuttora è usato come lingua locale.

Già, La Goulette: Spataro segnala in conclusione di questo significativo capitolo del suo libro che qui è nata – da genitori trapanesi, eccoci da capo a tredici – Claudia Cardinale che nel 1956, appena diciottenne, era stata incoronata “reginetta italiana di Tunisi” e in quella veste partecipò al concorso di Miss Italia, da dove spiccò il volo verso una straordinaria carriera cinematografica…

Quando erano i siciliani a sbarcare in Tunisia ultima modifica: 2018-03-14T12:15:33+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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