“Moda, grande occasione di cultura”. Incontro con Maria Luisa Frisa

Al Palazzo Reale di Milano una mostra che copre trent’anni di storia della moda italiana. Ne abbiamo parlato con uno dei due curatori
scritto da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

Italiana, l’Italia vista dalla moda 1971-2001 ha inaugurato a Milano il 21 febbraio. Una mostra che copre trent’anni di storia di moda: dal 1971, con la nascita del prêtàporter, al 2001, quando il made in Italy viene risucchiato nella globalizzazione.

In una grande città come Milano, un giorno la moda sparisse, che cosa succederebbe?,

chiede, Maria Luisa Frisa, direttore del corso di laurea in Design della moda e Arti multimediali all’Iuav di Venezia, nonché curatrice della mostra a Palazzo Reale con Stefano Tonchi.

Dovremmo anche interrogarci – insiste -: la moda ha capito la grande responsabilità che ha? Sa quanto è importante e quanto è un dispositivo di crescita?

Forse la mostra “Italiana” è un suggerimento, se non una risposta.

L’esposizione sicuramente afferma un ruolo della moda, cerca di costruire una narrativa una mitologia della moda italiana. Non vuole essere nostalgica ma una segnalazione: noi abbiamo una grandissima storia, facciamo in modo che anche il nostro futuro sia importante e siamo orgogliosi di quello che abbiamo fatto.

Ad esempio ci sono generazioni che sono cresciute con la moda – spiega Frisa -. Nella mia adolescenza, mia madre comprava cose belle, si vestiva molto bene e indossava anche abiti Camerino o Ken Scott, ma i nomi erano pochi e soprattutto c’erano pochissimi negozi di vestiti…

Ora è tutto un susseguirsi di abbigliamento. La moda è ovunque, la moda è un sistema molto potente sia culturalmente sia comunicativamente; un sistema complesso e complicato che influenza la nostra vita volenti o nolenti e non credo a chi dice “mi sono messo la prima cosa che ho tirato fuori dall’armadio”.

La prima riga del libro “Le forme della moda”, di Maria Luisa Frisa, edito nel 2015, recita: parlare di moda non vuol dire parlare di vestiti. O comunque il vestito è la parte meno importante, rincara la curatrice. “Italiana” non segue un percorso cronologico anche per questo:

Ciò che m’interessa è la storia per capire anche il presente, mettere in luce le qualità e i tratti distintivi della moda nel nostro Paese, e quindi isolare dei temi che permettano di tenere insieme autori diversi anche per suggestioni, assonanze e contrasti.

Si susseguono nove stanze intitolate a identità, democrazia, in forma di logo, diorama, project, room, bazar, post produzione e glocal per immergersi in una costellazione di temi che dialogano l’uno con l’altro.

Dopo “Bellissima”, mostra al Maxxi di Roma del 2015 con una ricognizione sull’alta moda italiana, è stato naturale proseguire nel progetto pret à porter:

Era inevitabile che sentissi di dover affrontare il periodo seminale per quello che riguarda l’affermazione della moda italiana – spiega Frisa -. In più sono i sessant’anni della camera nazionale della moda, Milano era la città giusta e quindi eccoci qui, a Palazzo Reale.

I curatori desideravano una situazione dentro la città, un luogo con un valore all’interno di Milano e Palazzo Reale è uno dei suoi cuori pulsanti:

Senza contare che dalle sue finestre si vede anche La Rinascente, un luogo importante per la moda di Milano. Mi piacerebbe che la mostra venisse visitata dai giovani e da un pubblico assolutamente generalista, anche per questo Palazzo Reale è il posto perfetto.

Milano e Palazzo Reale punti saldi dell’esibizione, mentre il resto si trasforma, si modella e s’adatta, proprio come la creazione di un abito:

La mostra è un organismo che cresce mentre lo fai. Se la vuoi fare bene, specialmente di vestiti, è molto complicata. Vestire i manichini, per esempio, è difficilissimo, e non si vede. Per me la parte fondamentale di una mostra è il rapporto manichino abito. Per questo collaboro da sempre con Simona Fulceri, restauratrice di tessuti e abiti alla Galleria del Costume di Firenze, perché lei ha capito cosa voglio da un vestito.

Che prenda vita su un oggetto inanimato, il manichino appunto.

L’abito nasce per essere su un corpo vero, vivo. Anche se il corpo è imperfetto, l’abito si muove, è fluido. Su un manichino è statico. È importante restituirgli una plasticità, una rotondità ed è fondamentale renderlo oggetto. Non espongo mai l’abito completo, ne mostro solo un pezzo: una gonna, una giacca. Con il pret à porter è più complesso perché ci sono molte giacche e pantaloni. E quindi, io che amo usare solo il bastone, questa volta ho bisogno del manichino con le gambe. Il mio riferimento è il manichino dello studio dell’artista quello con la faccia astratta. Una mostra così corale dove si vuol restituire un sistema-Paese, dove comunque gli abiti in mostra sono speciali, non esiste il bello o il brutto. Ci sono abiti che sono stati importanti in quel determinato momento.

Ecco perché sono oggetti a se stante e sono stati contestualizzati all’interno di una cornice sociale, con libri, oggetti di design, fotografie.

I fotografi sono parte integrante del progetto, indispensabili. Ognuno in un periodo diverso, e ciascuno a modo suo, sono loro ad aver dato restituzione alla moda italiana, affermando l’immagine della moda nel mondo. La locandina della mostra, nella foto di Oliviero Toscani per Vogue Uomo del 1971, è chiarificatrice.

E dal 2001, anno in cui termina la mostra, ad oggi, dove è arrivata la moda?

Il sistema moda cambia molto velocemente: quasi tutti i marchi italiani sono divenuti francesi o sono andati più lontano, come Valentino di proprietà dell’emiro del Qatar. L’errore è proprio continuare a ragionare come se non fosse cambiato niente: la moda come si è definita e potenziata negli anni Ottanta non esiste più. Come non esiste più la figura dello stilista; ora c’è il direttore creativo, cioè permangono i vecchi marchi ma con autori con strade diverse che costruiscono la loro storia. L’importante non è pensare che era meglio prima, ma aggiornare i propri linguaggi, aggiornare la definizione del made in Italy che magari oggi è più immateriale, più legato alla creatività di un immaginario.

Invece “Italiana” è ancora legata a un certo modo di lavorare, di creare, a una generazione di nuovi autori che sono italiani. “Italiana” non è il possesso, ma è una capacità tutta italiana a progettare la moda e portare avanti il progetto moda. Se è Maria Grazia Chiuri a guidare Dior che è il brand più carismatico, ci sarà una ragione…

Per “Italiana” l’adesione è stata totale – ricorda Frisa -: il tempo di contattare gli addetti nel settore e tutti, ma proprio tutti, si sono resi disponibili a dare materiale con generosità e partecipazione. Una sola voce si è negata: Dolce & Gabbana ci ha risposto che non aveva tempo di guardare in archivio. Ma naturalmente in mostra è più che presente, perché l’esibizione non sarebbe completa senza quel marchio.

La risposta non sarà alla moda, ma non potrebbe essere più educata. Chapeau Mrs. Frisa.

1 MODA, UN DARE E AVERE

Con “Italiana” s’inaugura la prima mostra sul prêtàporter a Milano. Maria Luisa Frisa, curatrice della mostra, spiega cosa e perché la moda è stata un punto cruciale nella società italiana e mondiale, ieri come oggi.

La moda non è stata valorizzata come si sarebbe dovuto, non abbiamo saputo usarla al meglio. La moda è una grande occasione di cultura, di crescita, non abbiamo lavorato su un’istituzione culturale importante come il museo nazionale della moda italiana. Ci sono state occasioni perse.

E “Italiana” può diventare anche uno spunto di riflessione, e magari un suggerimento su come sopperire a quella mancanza con una proposta specifica:

Certo, mi piacerebbe lavorare a uno spazio pubblico per la moda italiana. Come consulente o, visto che stiamo sognando ad occhi aperti, anche come direttore di un museo dove si raccoglie la moda italiana – sorride Maria Luisa Frisa -. La moda è l’unico sistema che si rinnova guardando sempre il passato: gli archivi sono preziosissimi perché sono il luogo dell’immaginazione della creazione. E i guardaroba rimangono privati perché non c’è un punto di raccolta, un archivio unico a cui fare riferimento. Un primo passo sarebbe fare un censimento…ma per ora rimane un sogno.
E come la moda ha dato tanto all’Italia (un esempio per tutti: Fondazione Prada a Milano con l’arte contemporanea che ha cambiato addirittura un intero quartiere della città), così l’Italia può dare moltissimo alla moda: Il ministero dello sviluppo economico è stato di grande aiuto in questo progetto, e l’Istituto per il commercio con estero  ha supportato l’impresa.
Per il resto ci sono aiuti sporadici dal Ministero della cultura che invece sarebbe bello avesse una sessione dedicata alla moda. Se si cominciasse adesso saremmo ancora in tempo. Ma forse sto sognando ancora.


2 YES, WE ARE FASHION

Si racconta che Cecil Beaton, costumista e fotografo British propone al Victoria & Albert Museum una mostra sulla moda, realizzata con i guardaroba delle signore. John Pope-Hennessy, l’allora direttore del V&A risponde con tipico aplomb inglese:

Benissimo Cecil, l’importante è che tu tratti la moda come tratteresti l’arte.

Detto fatto: Beaton scrive alle signore della moda e riceve in dono ottocento vestiti. Nell’ottobre del 1971 viene inaugurata la mostra “Fashion: An anthology”. È il punto di svolta sulla percezione della moda nel mondo e la prima raccolta di abiti da collezione per il museo che crescerà poi negli anni a venire.

Quando chiedo i vestiti in Italia – confida Frisa – alcuni li hanno dati al V&A appunto, altri non li possono prestare neppure per un periodo limitato, altri ancora li conservano religiosamente perché ne comprendono il valore ma non sanno a chi affidarli. Conosco il guardaroba di una signora molto importante i cui figli conservano benissimo tutti i suoi vestiti. E me li prestano per ogni mostra… ma chissà quanti guardaroba ci sono come questa signora? Per tenere gli abiti ci vogliono spazi, soldi, personale… senza dimenticare il problema tarme!
Intanto, il mio guardaroba degli anni Ottanta l’ho dato ai miei studenti: soprattutto Moschino, Gauthier, Westwood, Alaya sono divenuti il case study del dipartimento moda Iuav.
Sono abiti di un certo periodo storico, oggi mi rendo conto che più mi addentro nella moda, nei vestiti, nella loro materialità, più tendo al grado zero nell’abbigliamento.

Come dire che la moda è per Maria Luisa Frisa una seconda pelle, niente di più.

ITALIANA. L’Italia vista dalla moda 1971-2001

Curatori: Maria Luisa Frisa, Stefano Tonchi
Curatore associato: Gabriele Monti
Restauratrice tessuto: Simona Fulceri
Oltre settanta tra collaboratori e studenti Iuav
Palazzo Reale, Milano
Fino al 6 maggio 2018

“Moda, grande occasione di cultura”. Incontro con Maria Luisa Frisa ultima modifica: 2018-03-15T20:31:44+02:00 da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

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