Ghouta Est, cartoline dall’inferno siriano

Ghouta contava quasi due milioni di abitanti prima della guerra. Oggi sono quattrocentomila. Chi può, fugge. Chi resta, muore. E le prime vittime sono i bambini.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Un esodo biblico. Sotto le bombe. Una fuga dall’inferno. L’inferno della Ghouta orientale. E tutto questo mentre ad Astana, nel Kazakistan, Russia, Iran e Turchia discutono di come spartirsi ciò che resta in piedi della Siria. Per non dimenticare. Per non dire: “Non sapevamo”. La parola a chi ogni giorno è a contatto con una umanità sofferente, con i più indifesi tra gli indifesi: i bambini. La parola a Save the children:

In questo momento nel Ghouta, una delle tante zone assediate della Siria, in una scuola arrangiata sotto terra, dei bambini stanno disegnando elefanti volanti che cadono a terra distruggendo ogni cosa. Perché per un bambino siriano, il verso di un elefante non fa sognare avventure o viaggi in luoghi lontani ma evoca il suono dei razzi che distruggono case, scuole, ospedali, che uccidono e radono al suolo ogni cosa. E allora quando sentono quel verso chiudono gli occhi e, terrorizzati, aspettano che l’elefante se ne vada, che torni il silenzio. E nel vedere le immagini di una bambina col pigiamino rosa e le ciabattine che viene salvata da un palazzo appena colpito da un bombardamento, colgo il simbolo della normalità che viene sconvolta nelle sue più normali abitudini. Neanche nel sonno un bambino può più permettersi di sognare, perché le bombe arrivano anche lì a riportare alla realtà della guerra.

Dopo 2.557 giorni di guerra, ricorda Save the children, questo è quello che resta della Siria e di una generazione perduta di bambini che non hanno mai guardato al cielo senza paura. 

Sette anni di bombe e di orrore, che hanno trasformato tutto ciò che fa parte dell’infanzia, un pigiamino, il sogno di volare, i versi degli animali, in una lenta attesa della morte.
E anche se sta accadendo lontano da qui, non possiamo continuare a far finta che non stia accadendo, ora.

Ecco perché tutti noi abbiamo un unico imperativo: Save the children, salviamo i bambini, in Siria e in tutte le terre martoriate dai conflitti.
Un imperativo morale, un dovere etico al quale non ci si può sottrarre se non si vuol essere complici silenti del “macellaio di Damasco”, il presidente Bashar al-Assad, e dei suoi burattinai russi, iraniani, libanesi (Hezbollah).

Geert Cappelaere, il direttore generale Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa ha affermato che la situazione che hanno riscontrato gli operatori dell’organizzazione nella regione assediata di al Ghouta “è persino peggiore di quella che c’era ad Aleppo est lo scorso anno”.

Ghouta, cartoline dall’inferno. Il conflitto che sta interessando quest’area della Siria vicino alla capitale Damasco controllata dai ribelli, sta producendo un

flusso continuo ed enorme di morti e feriti, in un momento in cui le forniture mediche sono estremamente limitate e le strutture mediche sotto attacco.

A denunciarlo in una nota è Medici senza frontiere (Msf):

In media 344 feriti e 71 decessi ogni giorno, sette giorni su sette, per quattordici giorni di seguito.

Spiega Meinie Nicolai, direttore generale di Msf:

Questi numeri dicono tutto. Ma sono ancora più forti le parole che ascoltiamo dai medici che supportiamo. Ogni giorno sentiamo crescere un dirompente senso di impotenza e disperazione, mentre i nostri colleghi medici raggiungono limiti che non ci si aspetta da nessun essere umano.

I dati e le testimonianze a cui fa riferimento Medici Senza Frontiere provengono da dieci strutture mediche che l’organizzazione supporta e da altre dieci a cui ha fornito donazioni mediche di emergenza dagli stock ancora disponibili nell’enclave.

Il bilancio che ne deriva, spiega l’associazione umanitaria, è parziale e sottostimato perché due centri non sono riusciti ancora ad inviare i propri dati e perché nell’area ci sono anche altre strutture, non supportate da Mfs, che hanno assistito i feriti. Ad oggi, secondo un bilancio stilato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, i civili morti sono oltre ventimila e più di cinquemila feriti nella Ghouta orientale.

È la prima volta che scendo nel sotterraneo. Ho deciso di andarci dopo che stanotte un missile ha colpito la nostra casa. Abbiamo solo due minuti per percorrere i centocinquanta metri che ci separano dal rifugio più vicino destinato alle donne e bambini. Non c’è il tempo di prendere niente: l’unica cosa che vogliamo è sopravvivere.

Bayan scrive da Douma, nella Ghouta orientale, sotto pesante attacco dell’esercito siriano. Il suo racconto è una testimonianza diretta della tremenda situazione in cui si trovano gli abitanti della città, costretti a rintanarsi nel sottosuolo per scampare alle bombe. Sotterranei senza riscaldamento, dove scarseggiano anche l’acqua e il cibo.

Cosa significa essere madre quando non puoi nemmeno comprare un biscotto per tuo figlio? Come pensate che viva la maternità quando mio figlio mi chiede ogni giorno: ‘Moriremo oggi? Perché ci stanno bombardando?’

Queste domande, vere e agghiaccianti, le ha pronunciate Bereen Hassoun, madre e infermiera nella città di Harasta, nel distretto siriano assediato della Ghouta orientale, in Siria, attraverso una testimonianza raccolta da Marcel Shehwaro di Global Voices.

Quando circa un mese fa i bombardamenti hanno iniziato ad intensificarsi, mi sono rintanata con la mia famiglia nel rifugio sotterraneo di Harasta. Il rifugio conteneva cinquanta famiglie, tra cui circa centosettanta donne e bambini, tutti spaventati e affamati.

La donna racconta del freddo patito in quei giorni trascorsi tra pesanti bombardamenti e la sensazione che quell’incubo non trovasse fine.

I vetri alle finestre erano stati fracassati dai pesanti bombardamenti. Il freddo era brutale, penetrava nelle ossa, e per quanto provassimo a scaldarci non riuscivamo a farlo. Quel freddo è diventato parte di noi. Anche quando indossavo cinque maglioni e tre paia di pantaloni e mi rintanavo sotto le coperte con mio figlio, sentivo ancora freddo.

Racconta ancora la donna:

Mio figlio Husam, di tre anni, continuava a sussurrarmi all’orecchio: ‘Ho freddo, ho freddo’ e il mio cuore si raggelava ancora di più. I nostri bambini hanno sofferto qualsiasi malattia, dall’asma alle infezioni oculari. Perché per ogni bambino se ne ammalava un altro. Questa per me è quella che chiamo la nostra ‘vita di tutti i giorni’ sotto assedio, ma il bombardamento ha rappresentato un ulteriore disastro per noi.

Cartoline dell’inferno.

Sono appena uscita dal rifugio sotterraneo dopo una notte atroce. Sono piena di dolori a forza di essere raggomitolata sul pavimento del rifugio. Siamo stretti come sotto aceti. Ci sarà almeno una cinquantina di famiglie. Gli uomini da una parte: le donne dall’altra, con dei bambini. Sono riuscita a dormire appena un paio d’ore con mia figlia di sei anni tra le braccia. Sono stupita di come alcune persone riescano a dormire nonostante la furia dei bombardamenti. Quando i barili esplosivi piovono dal cielo, ho la sensazione che il mio cuore sta per esplodere… Nessuno ha più riserve. Ora che non si può nemmeno uscire, immaginatevi la fame! Ci sono famiglie che non mangiano da due giorni. In certi rifugi, i pasti sono consegnati in quantità talmente insufficienti. Quando si arriva all’equivalente di un pasto al giorno, è festa. Occorre quindi fare delle scelte tra le persone che vanno nutrite. I genitori danno la priorità ai loro bambini e si ritrovano loro stessi affamati.

È la testimonianza di Nevine, trentotto anni, madre di due bambini, rispettivamente di undici e sei anni. Fa parte di un gruppo di donne siriane, Women now for development, che si occupa di vedove e di spose scomparse.

Il regime siriano sta usando ogni tipo di arma e colpisce le zone residenziali, quelle in cui vivono uomini, donne e bambini, civili innocenti… Bombe a grappolo, razzi, artiglieria pesante, tutto quello che hanno, l’obiettivo è uccidere il più alto numero di persone. Colpiscono anche i negozi, i mercati, gli ospedali e i centri di assistenza di noi volontari. Sono già morte più di cinquecento persone, tutti martiri e sono soprattutto donne e bambini

racconta Sirag, trentun anni, volontario dei Caschi Bianchi.

La situazione è a dir poco terribile. Gli attacchi aerei non si sono fermati neanche per un secondo durante tutta la notte. Sono uscito molto presto al mattino per cercare del pane. In tutto la Ghouta c’è solo un panificio in funzione, ma c’erano più di cinquecento uomini in attesa e non sono riuscito a prendere il pane. I bambini non hanno mai provato così tanta paura, durante la notte si sente continuamente il loro pianto impaurito. Le madri vivono nel terrore e non riescono a dormire. Ieri la Ghouta era completamente al buio, non c’era neanche una lampadina accesa, neanche una luce. La popolazione chiede l’intervento delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni. Non vogliamo altro che la fine dei bombardamenti e degli attacchi,

ha raccontato un portavoce di Syria Relief, partner di Save the children.  

I bombardamenti ci circondano ovunque, i razzi ci rendono sordi e abbiamo paura di essere le prossime vittime. Siamo d’accordo su una cosa: se deve succedere, che sia una morte veloce per noi e i nostri figli. Che sia una morte senza dolore, che non sia una morte lenta sotto i detriti

testimonia Aous Al Mubarak, un dentista della città di Harasta nel distretto assediato della Ghouta Est. E aggiunge:

Ospedali da campo di fortuna fioriscono con l’aumento di morti e feriti, e i medici non riescono più a lavorare giorno e notte. Gli ospedali vengono continuamente bombardati per impedire che i feriti vengano curati, così come già successe nel 2011, quando il regime impediva che i manifestanti avessero accesso alle cure arrestandoli subito all’entrata degli ospedali. Voglio ricordare a tutti che ci sono paesi che lottano in Siria attraverso deleghe del regime o dell’opposizione, lasciando che siano i civili a pagarne il prezzo. E che sono gli stessi paesi che si sono scusati per i massacri dei loro antenati perpetrati contro i nativi americani, gli africani e gli ebrei. Forse si aspettano che siano poi i loro nipoti a chiedere scusa per quello che ci stanno facendo oggi.

Forse accadrà questo, forse i mandanti e gli esecutori, non solo siriani, non solo Assad, di questa mattanza senza fine finiranno, come i boia di Srebrenica, davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia. Ma il presente ha un nome: genocidio. Di un popolo. Compiuto tra una risoluzione e l’altra dell’Onu, approvate, dopo interminabili mediazioni, e mai applicate; tra tregue annunciate e subito violate.

Restano le cartoline dall’inferno siriano.
Quelle non potranno essere cancellate.
Mai.

Ghouta Est, cartoline dall’inferno siriano ultima modifica: 2018-03-16T18:59:47+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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