Quell’errore di aver umiliato e spernacchiato Pisapia

Riorganizzare il centrosinistra con idee inedite e plurali. E con una coalizione anch’essa plurale. Tornano di moda i consigli dell'ex sindaco di Milano.
scritto da ALDO GARZIA

Povero Giuliano Pisapia. In questa confusa fase post voto c’è chi rimpiange anche l’ex sindaco di Milano al tempo in cui lanciò il suo Campo progressista con l’illusione di poter unire l’area che andava da Renzi a Fratoianni passando per Bersani e D’Alema. Pisapia, umiliato e spernacchiato dai suoi stessi interlocutori, dovette desistere, finendo per scegliere la via del ritorno al lavoro di avvocato.

Nessuno gli diede una mano.

Né Prodi, antico patriarca dell’Ulivo, né voci esterne al Pd (D’Alema, Bersani, liste civiche), né interne (Orlando, Cuperlo, Emiliano). E neppure  il silenzioso Walter Veltroni, loquace solo dopo la sconfitta della sinistra.

In pochissimi pensavano a primarie con sale e pepe per una e larga riaggiornata coalizione. Eppure Pisapia, contraddittoriamente, aveva avvertito Renzi e la sinistra esterna al Pd: senza novità politiche e di leadership si sarebbe andati a sbattere contro il muro della sconfitta.

E muro in effetti è stato.

Pietro Grasso e Romano Prodi

Sbagliava chi pensava un anno fa che Pisapia avesse tutti i quarti di nobiltà politica per tentare di federare tra loro soggetti diversi della sinistra e del centro. Invece non è bastato un curriculum specchiato e coerente: brillante avvocato, militante di Democrazia proletaria nei primi anni settanta, da sempre garantista convinto e attento ai diritti civili, deputato eletto con Rifondazione comunista per due legislature dal 1996, ex stimato presidente della Commissione giustizia di Montecitorio, colui che ha riportato il centrosinistra al governo di Milano nel 2011 dopo un ventennio di predominio berlusconiano e leghista, fondatore di Campo progressista (con Boldrini, Grasso, Lerner e Tabacci tra gli altri). Questo curriculum non è bastato.

Il primo a snobbarlo è stato Renzi: solo qualche telefonata di cortesia, qualche sporadico incontro, niente di formale. Pisapia aveva detto in tutte le salse di volere un centrosinistra con un “centro” e senza steccati a sinistra, di voler spostare a sinistra il baricentro di possibili alleanze per non ripetere antichi errori. Renzi non lo ha degnato neppure di un cenno. Più possibilista il vicesegretario piddino Martina. Di conseguenza, il centrosinistra alla Pisapia è restato una chimera.

L’ex sindaco di Milano era un po’ più apprezzato da Prodi, D’Alema e Bersani. Lo individuavano come il nome che poteva ridare motivazioni a una coalizione di centrosinistra. Il “no” più pesante a Pisapia  è venuto un anno fa dalla cosiddetta sinistra radicale.

Roberto Speranza, Pietro Grasso, Pippo Civati e Nicola Fratoianni.

L’ex sindaco di Milano veniva messo all’indice per aver votato “sì” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, per aver lavorato alla rinascita di un centrosinistra che invece andava buttato nel cestino, per non vedere nel renzismo liberista il nemico principale, per non essersi candidato a un secondo mandato come sindaco di Milano. E alla fine l’ha spuntata Sinistra italiana di Fratoianni.

C’era perfino chi ricordava dodici mesi fa un altro peccato di Pisapia: il non voto nel 1998 contro il governo Prodi, quando non obbedì a Bertinotti e scelse di restare per un periodo nel Gruppo misto. 

Sappiamo com’è finita.

Si è corsi al voto senza alcuna coalizione di centrosinistra e neppure con un’unica lista a sinistra (Liberi e uguali, Potere al popolo). Un vero disastro da entrambi i lati.

Si è scelto poi come leader di Liberi e uguali il poco attraente politicamente ex magistrato Pietro Grasso, mentre Renzi improvvisava l’alleanza con Emma Bonino e con la lista capeggiata dalla ministra Beatrice Lorenzin. Una catastrofe.

Giuliano Pisapia con Leoluca Olrando, Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Laura Boldrini

Se avremo uno o due anni di tempo prima delle prossime elezioni (qualora si formi un governo), tornano gli sos lanciati senza ascolto da Pisapia.

La priorità dovrebbe diventare questa volta, pena l’harakiri finale, quella di riorganizzare il proprio campo dall’opposizione con idee inedite e plurali sul passato e il presente, con uno straccio di coalizione anch’essa plurale, con scelte sociali e organizzative innovative tornando nel frattempo a parlarsi e ascoltarsi dopo scissioni e flop elettorali.

Non c’è da perdersi in chiacchiere.

Quell’errore di aver umiliato e spernacchiato Pisapia ultima modifica: 2018-03-20T16:55:23+00:00 da ALDO GARZIA

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